mercoledì 2 maggio 2007

Un piccolo amore (fine di un idillio estivo)


Sera d'estate
scintillante e triste.
Un sorriso,
una lacrima
un addio.

Le parole non dette


Hanno
le parole non dette
un suono?
Sospiri della mente.
Sussurri
lievi...
Fantasmi sfumati
di nebbia.
Amori perduti.
Rimorsi di algido ghiaccio.
Eventi diversi,
vite lacerate
da parole non dette.


dedicata ai miei genitori
ritratti nel giorno del loro matrimonio

Ad un bimbo suicida

Dalle lontane terre
dove brucia l’arsura
Eri venuto
o dolce bimbo
dalla pelle scura,
e di te si arricchiva
il nostro mondo.
Stanco di guerre
Con il tuo amore
per la conoscenza
Con la tua mente
acuta come un falco
Ci aprivi il cuore,
e lenivi il dolore
della nostra insipiènza
La tua sapienza
volava troppo alta
per i piccoli gnomi
a te d’ intorno,
E un triste giorno
stanco d’esser deriso
abbandonasti
la forza delle ali,
e il tuo sorriso
E come goccia
trasportata dal vento
In terra giaci
Solitario e muto
Senza più un lamento.
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Nota: E' un tristissimo fatto di cronaca. Un ragazzino extracomunitario studiava in una scuola italiana con grande profitto e con grande intelligenza. La sua superiorità scolastica ed i suoi modi garbati e gentili hanno suscitato l'invidia e l'ira dei suoi compagni. Questi lo hanno a lungo tormentato disprezzato ed umiliato, chiamandolo anche "finocchio", fino a creare nel suo animo sensibile una grande disperazione, ed una malinconia tale da indurlo a suicidarsi.

L'ottavo bombardamento



Aaauuuuuuuu Aaauuuuuuuu“
Svegliati bimbo mio, presto. Vestiti” – la mamma mi trascinava a forza fuori dal letto e, frettolosamente mi faceva indossare i vestiti.
Mio padre, nella notte, era arrivato di corsa dal distretto militare e, ancora ansimando, aiutava mia madre ad indossare la sua vecchia e malconcia pelliccetta per difendersi dal gelo invernale esterno.
Poi, via, di corsa, per le strade buie oltre il convento dei cappuccini mentre le sciabolate di luce dei fari antiaerei illuminavano le nuvole.
“dove andiamo? Dove…” “di là, di là, tesoro” bisbigliava mio padre a mia madre “ di là c’è il rifugio Raggio di Sole che hanno approntato sotto le antiche mura
”Aaauuuuuuuu Aaauuuuuuuu
L’ululato delle sirene d’allarme aveva qualcosa di lugubre e sinistro, ma io, poco più di sei anni e ancora assonnato, con il naso e le mani che mi si gelavano per il freddo, quasi non lo sentivo.Arrivammo al rifugio. Ricordo una caverna profonda e scura, satura di strani fetori: terra, muffa, umidità e quell’odore acre, pungente e acido che emanava dalle centinaia di persone già ammassate là dentro, stretti nei loro panni, addossati l’uno sull’altro e con il bianco degli occhi, spalancati per la paura, che riluceva nel buio.
Aaauuuuuuuu Aaauuuuuuuu
Mia madre si agitava irrequieta. Sempre più ansiosa, sempre più spaventata.
“ No.No. Non voglio restare qui. Non voglio, non mi sento sicura, mi sento soffocare…” “Ma dove vuoi andare? Non ci sono altri posti nelle vicinanze, e poi gli aerei stanno arrivando... “ mormorava papà cercando di calmarla.
Non ci fu nulla da fare. Quando mia madre si metteva in testa qualcosa non cambiava idea. Uscimmo dal rifugio. Cominciammo a correre verso gli alberi e la campagna.
Aaauuuuuuuu Aaauuuuuuuu
Poi le sirene tacquero.
Si principiò a sentire il rombo lontano di decine di bombardieri in volo e il rattattà sordo della contraerea mentre in cielo cominciavano a sbocciare centinaia di abbaglianti fuochi luminosi. Io guardavo, incosciente e affascinato, quello straordinario spettacolo, mentre i razzi illuminanti lanciati dagli aerei scendevano pigramente appesi ai loro paracadute.
Pochi secondi dopo giunse una specie di sibilo rombante, simile, nel mio ricordo, al rumore di un treno lanciato ad alta velocità.
Ci gettammo a terra, tra gli sterpi e le erbe bagnate dalla brina. Non so come, mia madre riuscì a togliersi la pelliccetta e mi coprì con quella.
Poi giunse un fragore immenso e ripetuto, ed il suolo sussultò sotto di noi. Una pioggia di rami spezzati, di sassi, di terra, ci inondò. E poi ancora, altri rombi, altri scoppi.
Il tempo si era congelato in un immenso, solo, interminabile attimo dilatato dalla paura. Quindi, ancora il ronzio dei motori dei bombardieri, ma sempre più lontani.
Ci scrollammo il terriccio di dòsso e ci rialzammo guardandoci l’un l’altro, increduli.
Eravamo vivi, e i nostri volti, e la notte intorno a noi erano illuminati non più dai razzi, ma dagli incendi che si levavano dalle case in fiamme della periferia di Padova.
Aaauuuuuuuu Aaauuuuuuuu
Le sirene suonavano ora il cessato allarme. Tornammo faticosamente a casa, tra macerie, incendi e lontane grida.
Il giorno seguente apprendemmo che due grappoli di otto bombe erano cadute ai due ingressi del rifugio Raggio di Sole e parecchie decine di persone erano morte colpite dalle schegge o schiacciate dallo spostamento d’aria.La premonizione di mia madre ci aveva salvati.

Fabula antiqua


Ondeggia il tessuto leggero
Della tua gonna,
Ed accarezza i fianchi sinuosi
E le gambe snelle.
Il vento bacia scherzosoI tuoi capelli
E li scompiglia,
Simili ad una nuvola
Di rondini
Persa nei cieli primaverili.
E gli occhi…
Oh i tuoi dolci occhi,
Bellissimi specchi di peltro brunito
Illuminati
Da spruzzi dorati di sole.
Profondi e misteriosi
Come il tenero velluto
Dello sguardo
Di una languida cerbiatta.
Colmi di un immenso
Amore, incompreso e nascosto,
Che pur, talvolta, sfugge
Dalla sua prigione
Con abbaglianti lampi di luce.

martedì 1 maggio 2007

Senilità


Notte insonne.
Soffia il vento della memoria
S’attenua,
Sbanda,
Riprende.
Schegge impazzite
Cellule bruciate
Scomparse
Per sempre.
Nomi, cancellati
Fatti, soppressi
Volti, dimenticati
Vaghi ricordi vicini
Dolci ricordi lontani
Solo tu
Sempre presente
Amore mio
Solo tu
Per sempre con me

Ricordo del mio primo amore


Nel 1946 la guerra era finita da poco e noi tutti, dopo gli anni di sfollamento in un piccolo paesino dei colli Euganei: Galzignano, eravamo rientrati a Padova. Avevo 11 anni e, dopo tre anni di interruzione avevo finalmente ripreso le scuole elementari.Eravamo tornati nella nostra abitazione in via Borromeo. Nello stesso palazzo abitava il farmacista dr. D. con la moglie, una donna bellissima molto fine ed elegante, e con la figlia, una deliziosa bambina dai capelli bruni di cui mi innamorai follemente. La fanciulla, che si chiamava Maria Edoarda, aveva forse un anno meno di me. Molto curata, indossava spesso una mantellina bianca con il cappuccio, e frequentava la mia stessa scuola elementare: la scuola Reggia Carraresso.Io, me ne resi conto anni dopo, ero l’immagine stessa della povertà e della trascuratezza. Indossavo abiti sdruciti, sporchi e malconci che erano stati ricavati da vecchi abiti di papà voltati e rivoltati. Ai piedi avevo uno strettissimo paio di scarpe nere, a punta, che avevamo trovato in uno dei pacchi U.N.R.A. e cioè in quei generi di soccorso che ci inviavano gli americani. Quelle scarpe erano così strette che mi deformarono le dita dei piedi riducendole a cubetti, e ci vollero anni ed anni perché potessero riprendere un aspetto normale. Ricordo bene, tra l’altro, che per lisciare i miei capelli ribelli mamma usava il sapone da bucato e che i miei calzini, bucati e rattoppati, restavano ai miei piedi per mesi. In conclusione, ero tremendamente sporco e puzzavo come una capra. Ricordo ancora la vergogna che provai quando il maestro Chino mi fece notare che, oltre ad avere le unghie listate a lutto, avevo la radice delle dita nere di sporcizia.Insomma non avevo un bell’aspetto e, tuttavia, non me ne rendevo pienamente conto.Maria Edoarda era per me una visione meravigliosa. Ogni qual volta la incontravo il cuore mi balzava nel petto fino a farmi sentir male e la guardavo da lontano senza avere mai il coraggio di avvicinarla e tanto meno di rivolgerle la parola. Benchè pigro, come sono sempre stato, l'amore mi dava la forza di alzarmi prestissimo la mattina e di appostarmi per le scale, in attesa che lei uscisse per andare a scuola, e poi, senza farmi notare, la seguivo a distanza.Nel tentativo di farmi accettare sotto l’aspetto di un eroe salvatore, mi accordai con un ragazzetto mio amico affinché la importunasse durante il cammino per darmi l’occasione di intervenire in suo soccorso. E così avvenne. Il mio intervento in sua difesa fu però così impetuoso e le botte che fingevo di dare al mio complice erano così apparentemente veritiere che il risultato fu negativo. Maria Edoarda mi guardò severamente e disse: “come sei cattivo”.Ovviamente questo episodio, unitamente alla mia spaventosa timidezza, mi impedì di cercare ulteriori contatti. Continuai comunque ad adorarla ed a seguirla da lontano anche quando terminarono le elementari ed iniziarono le scuole medie.Poi, credo verso la fine del 1950, papà fu trasferito a Reggio Calabria. Per me fu un distacco tremendo dalla mia città, dalla mia lingua, dai miei amici e dal mio amore. Piansi per anni la perdita di Maria Edoarda. Ricordo che, in un libro giallo, trovai una canzone e quei versi mi sembrarono talmente aderenti al mio stato d’animo che mi rimasero perennemente impressi:
Bella, t’ho tanto amato
Che senza te più vivere non so
Bella ho sempre sperato
Ed ora sento che mai non ti avrò
Devo partire, devo andar lontano
E non ritornerò.
Ma ci vedremo ancora
Nella terra del sogno
Finché una nuova aurora
Per sempre ci unirà.
Laggiù lontan lontano
Nella terra del sogno
Tenendoci per mano
Nella terra del sogno.
Non ho mai dimenticato Maria Edoarda e non ho mai più provato nella mia lunga vita le fresche emozioni di allora. Nei giorni scorsi, forse influenzato da certe trasmissioni televisive, ho cercato di rintracciarla telefonicamente. Ero curioso di sapere se avesse mai notato o se si ricordasse, anche vagamente, di quel ragazzetto malconcio che abitava nel suo palazzo, e se si fosse mai resa conto di quanto fosse stato innamorato di lei. Ho rintracciato una sua parente che si ricordava ancora di me e della nostra famiglia e che, con molta dolcezza, mi ha informato che tre anni addietro Maria Edoarda è deceduta in pochi mesi per un tumore al cervello.Perché questo racconto? Un poco perché sono fatti intimi e personali che sono rimasti chiusi nel mio cuore e nella mente per oltre sessant’anni e che ora ritengo giusto salvare affidandone la memoria a questo scritto; e poi perché vorrei che tutti fossero consapevoli della necessità di non rimandare mai ad altra stagione le cose che vorremmo fare. Infatti, nel momento in cui vorremmo fare o dire certe cose, magari solo le parole - ti amo - i destinatari potrebbero non esserci più.Diceva, con molta saggezza Papa Giovanni: “tornando a casa, ‘stasera, fate una carezza ai vostri bambini…”.‘Stasera. Cioè: subito. Una carezza non data oggi potrebbe non trovare più il destinatario domani. E così una frase affettuosa, una parola di scusa, un’apertura di cuore…Può darsi che siano i pensieri malinconici della senilità… ma forse, forse, meritano un attimo di riflessione.Con il passare del tempo ci rendiamo conto di non essere più immortali, come inconsciamente credevamo nei nostri anni verdi. Il nostro mondo cambia, i sentimenti mutano e le persone scompaiono.