lunedì 17 marzo 2008

UNICO 2008 ...Allegriaaaaa

Chi ben comincia è alla metà dell'opera, e mai come quest'anno è opportuno cominciare ad approfondire per tempo le novità e le difficoltà cui andremo incontro per preparare la dichiarazione dei redditi.
Com'è noto, questo compito è sempre più gravoso e non solo per il denaro che si deve sborsare ma soprattutto per le difficoltà che si incontrano nel compilare la dichiarazione che, tempo addietro, un Presidente della Repubblica definì lunare.
Naturalmente questa nota riguarda essenzialmente quei coraggiosi che ancora compilano autonomamente la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche senza rivolgersi ai CAF o ai commercialisti, tuttavia alcune cose è utile che siano a conoscenza di tutti.
Intanto se, negli scorsi anni, avete compilato il vostro bel modello cartaceo e l'avete successivamente consegnato in banca o alla posta SCORDATEVELO! quest' anno la legge finanziaria ci complica maggiomente la vita. Infatti un'ulteriore novità riguarda le nuove disposizioni di trasmissione dei modelli: non più in via cartacea ma esclusivamente tramite Internet.
Trasmissione:



La presentazione telematica deve avvenire entro il 31 luglio 2008. Potrà provvedere all'invio l'interessato stesso, un intermediario abilitato o un ufficio dell'agenzia delle Entrate. Sembra semplice per chi ha dimestichezza col pc, no? ... e invece non è così: per provvedere personalmente all'invio dovrà infatti recarsi all'agenzia delle Entrate per ottenere, se sarà fortunato, il PIN le pass e quanto necessario per l'invio. La cosa più simpatica è che a tutt'oggi 16 marzo l'Agenzia delle Entrate non ha ancora predisposto il sofware per la compilazione del modello UNICO 2008. Sul sito dell'Agenzia trovate infatti solo quello dell'anno scorso.
Ma andiamo avanti con qualche altra notiziola utile:
Acquisto di farmaci:


Lo scontrino fiscale per l'acquisto dei farmaci diventa più complesso: oltre alla cifra spesa, dovrà riportare anche "la specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e l'indicazione del codice fiscale del destinatario". Questo è almeno quanto richiesto per poter usufruire degli sconti fiscali sull'Irpef previsti per l'acquisto di medicinali.
Sanità:

Salvo modifiche dell'ultima ora che attualmente non conosco, tornano i ticket con un costo medio in più a famiglia pari a circa 44 euro all'anno. Per le visite specialistiche e per la diagnostica, resta il tetto massimo di 36,15 euro (fino a un massimo di 8 prestazioni), ma si dovrà pagare una quota fissa di 10 euro per ogni ricetta. Per le prestazioni non urgenti al pronto soccorso ci sarà un ticket di 23 euro per ogni visita medica più altri 18 per eventuali accertamenti diagnostici. Sul fronte degli esenti scatterà una verifica capillare.
Tassa di soggiorno:

tassa di soggiorno per i turisti che alloggiano in alberghi, campeggi, villaggi turistici e agriturismi, per un massimo di 5 euro al giorno per persona.
Esercizi commerciali che non emettono lo scontrino:
Basterà una sola violazione, (contro le tre precedenti), per far scattare le sanzioni che possono arrivare fino alla chiusura dell'attività.
Sconti e facilitazioni:

Sconti in per chi acquista un frigorifero o un congelatore di classe A+. La misura è relativa alla sostituzione di frigoriferi, congelatori e loro combinazioni, di classe energetica non inferiore ad A+, acquistati nel corso del 2007.La detrazione fiscale, in un'unica rata, arriverà al 20% fino ad un massimo di 200 euro.
Chi sostituisce la vecchia caldaia con una nuova meno inquinante o monta un pannello solare, potrà avvantaggiarsi di consistenti sgravi fiscali. Tali agevolazioni fanno parte di tutta una serie di interventi di efficienza energetica nell'edilizia che consentiranno di ridurre le dispersioni termiche del 30-40% e di avere consistenti risparmi energetici. Sconti anche per chi sceglie serramenti termoisolanti.Chi possiede un'auto classificata Euro 0 o Euro 1 da rottamare, può contare su un contributo di 1000 euro per l'acquisto di una nuova vettura. Bonus dai 1.500 ai 2.000 euro per l'acquisto di vetture nuove con alimentazione gpl o a gas metano.
Esezione del bollo per cinque anni per le auto nuove di categoria Euro 4. Aumento per tutte le altre auto, in maniera progressiva man mano che si scende dalla categoria Euro 3 fino a Euro 0.
Saranno detraibili, fino a un massimo di 210 euro, le spese sostenute per l'iscrizione e l'abbonamento dei giovani a piscine, palestre e altri impianti sportivi.
I giovani fra i 20 e i 30 anni potranno detrarre fino ad un massimo di 991,60 euro per i primi tre anni, sull'affitto purchè la casa sia diversa da quella dei genitori.Il bonus fiscale sarà concesso purchè si percepisca un reddito non superiore a 15.493,71 euro.
I contribuenti con reddito fino a 30.987,41 euro che pagano l'affitto per la casa, potranno usufruire di una detrazione pari a 150 euro. Se il loro reddito non supera i 15.493,71 euro, la detrazione raddoppia a 300 euro.
Studenti universitari fuori sede:


Gli studenti universitari fuori sede potranno ottenere uno sconto sull'affitto della casa. Potranno infatti godere di una detrazione fiscale del 19%, fino a un massimo di 500 euro.

venerdì 7 marzo 2008

10 e lode

Ringrazio MasterMax per avermi conferito il premio 10 e lode con la seguente affettuosa motivazione:
Sergio: per la sua abilità nell'appassionarmi ogni volta che leggo un suo racconto, con il suo modo di scrivere fresco e alla sua ironia mescolata sempre ad una dose di amarezza, e alla fine mi ritrovo sempre con gli occhi lucidi.
A mia volta lo conferisco alla cara Bruja per la sua vitalità, per la dolcezza materna che traspare dai suoi post e per il suo carattere eclettico.
Avrei voluto includere l'amica Elle e Freespiritman, ma ho visto che, giustamente, l'hanno già meritato.

martedì 4 marzo 2008

LA FARMACISTA


Tutti conoscevano il bravo dottor Minicucci, il medico condotto. Si può dire che tutta la popolazione giovane e meno giovane del paese fosse passata per le sue mani.
Preparato, onesto, rispettato e sempre disponibile bastava fargli sapere di aver bisogno delle sue cure e poco dopo ti si presentava in casa coi suoi capelli bianchi ed il suo sorriso allegro.

Spesso bastava la sua sola presenza per fare scomparire o comunque alleviare qualsiasi malessere.
Dopo aver accuratamente visitato l’ammalato, si sedeva tranquillamente al tavolo, estraeva la sua preistorica stilografica dal pennino d’oro, e tratto un voluminoso ricettario da una vetusta valigetta a soffietto vergava con calma meticolosa e, cosa strana per un medico, con una impeccabile calligrafia, lunghe ed accurate ricette.
Normalmente quando era necessario recarsi nel centro del paese ero incaricato io di fare la spesa e così avveniva anche quando occorreva comprare delle medicine.
La farmacia si trovava proprio in piazza. Era un locale grande e antico; lungo le pareti correvano delle scansie sulle quali erano disposti, in ordine preciso, vasi ed ampolle contenenti sostanze medicali. La professione del farmacista era, in quel tempo, ben diversa da quella moderna. Non esistevano infatti le ben note confezioni di medicinali che troviamo oggi. Per quanto mi ricordi, gli unici medicinali già pronti in apposite fiale che dovevano essere tranciate con un minuscolo seghetto, erano quelli che dovevano essere iniettati.
L’iniezione era un procedimento alquanto complesso: le siringhe erano di robusto vetro molato e duravano anni ed anni fin quando non si rompevano per qualche incidente; anche gli aghi venivano usati più e più volte. Questi, poi, erano corredati di un sottilissimo filo d’acciaio che veniva introdotto al loro interno per assicurarne la pervietà e rimuovere eventuali ostruzioni. Ago e siringa dovevano essere preventivamente sterilizzati e ciò si otteneva ponendoli in un apposito contenitore che veniva riempito d’acqua e fatto bollire per circa 5/10 minuti.
Poiché ero spesso vittima di affezioni bronchiali, venivo abitualmente curato con iniezioni di “Creosotina”, particolarmente dolorose quando l’ago veniva usato troppe volte, perdendo per così dire la sua affilatura.
La farmacista era una giovane donna, alta e prosperosa dai lunghissimi capelli biondi che le scendevano fin quasi alla vita. Non ho mai saputo il suo nome. In paese veniva considerata una straniera perché proveniva dal Friùli, forse da Udine o da Gorizia. Le donne, in particolare, la guardavano con ostilità e invidia e quando attraversava la strada, dritta e impettita nel suo camice bianco, chinavano il capo sui loro lavori per evitare di salutarla, mentre gli uomini sogghignavano e si davano di gomito. Normalmente veniva definita la “speziala” e, talvolta, la “tosa striaca” (la ragazza austriaca?).
I giovani bellimbusti del paese oziavano spesso nei pressi della farmacia come tanti galletti, vociando ad alta voce per attirare l’attenzione e talvolta entravano dalla speziala con le motivazioni più sciocche cercando di far colpo.
Per me era un piacere portare in farmacia le ricette del dottor Minicucci. L’ambiente, odoroso di cera e di spezie, mi affascinava. Sugli scaffali più alti grandi vasi di porcellana di vari colori portavano impresse delle scritte in un linguaggio esotico che non riuscivo a comprendere. La farmacista mi accoglieva sempre con gentilezza e con un sorriso. Leggeva la ricetta, prelevava le sostanze necessarie da diversi contenitori, le pesava accuratamente in una piccola bilancia dotata di una serie di minuscoli pesi di ottone, le amalgamava e le triturava in un mortaio e poi le confezionava in diverse bustine monodose.
Col tempo si era creata una sorta di strana muta amicizia tra quel biondo ragazzetto di dieci anni, sfollato dalla città, e quindi a sua volta “straniero” e la “tosa striaca”. Sempre più spesso insieme con il pacchetto contenente i medicinali mi veniva regalato un bastoncino di liquerizia.
Il 1945 si trascinava lento. La grande guerra per noi era finita ma la piccola guerra, quella civile anch’essa fatta di orrori, uccisioni e rappresaglie era iniziata.
Il paese, precedentemente tranquillo, era spesso attraversato da piccole bande di uomini armati dal volto truce e sospettoso, alcuni del paese stesso ed altri arrivati da chi sa dove. Una sera, sul tardi, un gruppetto di giovinastri del paese, ubriachi di vino e inebriati dall’anarchia conseguente alla sparizione di qualsiasi forza dell’ordine, si raggrupparono davanti al cancello del cortile sparando qualche colpo di fucile in aria e cantando a squarciagola, sul motivo di “bandiera rossa”: - Avanti popolo, che siamo in tanti, vogliamo i campi, di Anzoetto Pengo-
Angelo Pengo, il vecchio contadino proprietario della casa in cui eravamo sfollati e della quale occupavamo due stanzette, chiuse le pesanti imposte di legno delle finestre che bloccò con una sbarra di metallo e fece lo stesso con la porta d’ingresso. Poi, con l’anziana moglie, si sedette accanto al grande camino della cucina poggiando sulle ginocchia il fucile da caccia.
I canti e gli schiamazzi durarono a lungo ma poi, a notte fonda, il gruppetto si disperse senza aver fatto alcun tentativo di varcare il cancello.
Durante la notte, io e i miei genitori, che dormivamo al piano di sopra. venimmo destati dal chiarore che penetrava dalle finestre e da alcune grida: Il casolare di fronte al nostro dall’altra parte della strada, quello della famiglia Picciù, era in fiamme e lunghe fila di contadini facevano la spola dal pozzo alla casa tentando di spegnere l’incendio con i secchi pieni d’acqua.
Chi aveva appiccato il fuoco? E perché? Quali strane vendette, quali rancori mai sopiti trovavano ora il loro sfogo? Non l’avremmo saputo mai.
Passarono i giorni, le prime avvisaglie di un estate calda e afosa erano arrivate. Mia madre ebbe un’altra delle numerose dolorose crisi, genericamente denominate “mal di fegato”, che le facevano passare la notte in bianco, tra lamenti e borse d’acqua bollente applicate sul fianco.
Ancora una volta, come sempre, accorse il buon dottor Minicucci con le sue ricette, e ancora una volta venni spedito in farmacia.
Giunto in piazza la trovai stranamente affollata da uomini vocianti e donne sghignazzanti che si davano grandi manate sui fianchi. La farmacia era chiusa. Incuriosito mi intrufolai tra la folla e…vidi.
Nel centro della piazza era stata costruita una rozza piattaforma di legno sopraelevata. Sulla piattaforma era stata posta una sedia e seduta sulla sedia, con le mani legate dietro la schiena, c’era una donna.
Uno stolido giovinastro barbuto, con un sogghigno stampato sul volto, le stava rasando i capelli a zero e per ogni ciocca che cadeva sul tavolaccio dalla folla si alzavano grida di giubilo, insulti e battimani. La donna aveva gli occhi chiusi, il viso pallido e tumefatto, ciondolava lentamente la testa ora a destra ora a sinistra come in preda ad un’immensa sofferenza. Dal collo pendeva un cartello con una scritta che non compresi “collaborazionista”.
Non conoscevo quella donna, il suo capo chino e il volto disfatto e sofferente me lo impedivano, e inoltre non comprendevo perché la stessero sottoponendo a quella tortura.
Eppure, eppure, scorgevo qualcosa di familiare: un’ultima, lunghissima ciocca di capelli biondi, brandita in aria come un trofeo di caccia, mi fulminò di un’improvvisa luce di riconoscimento: era la mia amica, la speziala!
Un dolore acuto mi trafisse il petto mentre lacrime roventi cominciavano a scorrermi sul viso, mi allontanai in fretta dalla folla ma una mano di ferro mi afferrò un braccio. Alzai gli occhi. Un uomo con un gran cappellaccio nero sulla testa ed il solito fazzoletto rosso attorno al collo mi apostrofò con rabbia sputacchiando le parole come proiettili: “ piangi eh. La conosci eh. Sei anche tu un fascista eh. E magari anche tuo padre è un fascista eh?!”
Ma quel ceffo non sapeva una cosa: non ero più il timido, educato ragazzino perbene venuto tre anni prima dalla città. Tre anni di vita nella strada, continuamente aggredito e massacrato da ragazzetti selvaggi e primitivi mi avevano insegnato a combattere, a difendermi ed a massacrare a mia volta con le mani, coi piedi, con i sassi, con le fionde, con i bastoni.
Fissai l’uomo negli occhi e mentre una vampata d’odio e di rabbia mi riscaldava il sangue gli sferrai un tremendo calcio in uno stinco con i miei zoccoli di legno. Mi lasciò immediatamente con un urlo di dolore e si piegò su se stesso. Poi, zoppicando, cercò di inseguirmi. Ma era come una tartaruga che volesse raggiungere una lepre, lo distanziai con estrema facilità e ben presto scomparve dalla mia vista.

giovedì 7 febbraio 2008

…chi mi ripaga le mie biciclette?…

Oggi andare da Galzignano a Torreglia è uno scherzo. Si imbocca la provinciale, si fanno quei tre o quattro chilometri e si è arrivati.
Oggi. Ma tra il 1944 ed il 1945?
In quell'epoca per fare quel tragitto occorreva percorrere circa sei chilometri di una mulattiera che correva tra collinette, boschi e torrenti. Un percorso bello e pittoresco da fare durante il giorno.
Sì, ma di notte? E con una guerra, sempre più atroce, in corso?
Le divisioni tedesche, agli ordini di Kesselring, avevano persa Rimini conquistata dalle forze alleate del generale Alexander, ed ora, per ordine di Hitler, avevano fortificata la cosiddetta "linea veneta" tra i colli Euganei. I tedeschi erano stanchi, ma sempre più ostili, determinati e sprezzanti. I repubblichini di Mussolini, per contro, sempre più disperati, arroganti e feroci. Ognuno, tra la popolazione, aveva ormai paura di tutto: degli altri uomini, dei bombardamenti, delle razzie, dei morti che sempre più numerosi si incontravano per via ridotti a brandelli dalle bombe o impiccati ad un lampione per una giustizia sommaria, con un cartello appeso al collo: - Ribelle-.

Il casolare di contadini, dove da tempo eravamo sfollati, si trovava in via del Calto, alla periferia di Galzignano. Tutte le mattine papà si alzava all'alba per arrivare a piedi fino a Torreglia dove poteva prendere una corriera che lo portasse a Padova ove lavorava.
La sera, e spesso a tarda sera, doveva rifare all'inverso lo stesso cammino.
La difficoltà dei collegamenti e, talvolta, l'impossibilità di far coincidere i suoi orari con quelli della corriera, lo indussero a preferire l'uso di una bicicletta per questi spostamenti.
Acquistare una bicicletta era fuori questione per le nostre magre finanze e quindi ne prese una in affitto. Tutti i giorni, due volte al giorno, macinava in sella i circa 20 chilometri che separano Padova da Torreglia ove riconsegnava la bici per affrontare a piedi il resto del cammino.
Col tempo aveva fatto amicizia con altre quattro persone che, anche loro in bicicletta, facevano lo stesso percorso fino a Torreglia. La strada la sera era buia, fangosa e piena di buche, fare brutti incontri o incappare in una scaramuccia tra partigiani e tedeschi era abbastanza probabile, e quindi viaggiare in compagnia dava loro una maggiore sicurezza ed il tempo passava più velocemente.
Io intanto, a Galzignano, quella sera, come al solito, stavo giocando in strada con i miei amici preferiti: Santina, Ines e Coriolano. Ognuno di noi si era costruito un "flandigoeo" (fionda) e con quello cercava di abbattere i "babastregli" (pipistrelli) che svolazzavano numerosi al di sopra di noi. Il tempo passava, ma noi, intenti al gioco, non ce ne rendevamo conto.
Ad un tratto sentii la voce disperata di mia madre che mi stava chiamando già da un po': "Sergioo, Sergiooo"
Corsi a casa, già rassegnato a subire l'ennesima bastonatura per il ritardo.
Ma quella sera mia madre non era preoccupata per me. Era atterrita perché si era fatto molto tardi e mio padre non arrivava.
Le ore passavano lente e mia madre, torcendosi le mani e con gli occhi sbarrati, camminava avanti e indietro mormorando con voce stridula "cosa sarà successo? Mio Dio, cosa sarà successo..."

LA MINACCIA DAL CIELO

Quel pomeriggio mio padre era uscito prima. Le sirene avevano suonato l'ennesimo allarme aereo e il lavoro era terminato.
C'era ancora il sole e papà con i quattro amici avevano inforcato le biciclette e si erano allontanati dalla città incuranti dei richiami dei miliziani che ordinavano loro di andare nei rifugi.
La lunga strada provinciale era deserta e loro pedalavano allegramente, lieti di poter tornare a casa in anticipo.
"Sapete " disse uno "quella vecchia strozzina della Mariangela ha detto che dobbiamo pagare di più per l'affitto delle biciclette!"
"Eh, sì" rispose un altro "Ora quei quattro soldi che pigliamo li diamo tutti a lei! Col cazzo. Già ieri ho dovuto pagare una somma esorbitante per avere un chilo di farina dai borsari neri"
"Ci vuole ancora un po' di pazienza, sembra che gli inglesi si stiano avvicinando. C'è molto nervosismo tra i kartofen"
"Già" disse papà"ma la situazione sta peggiorando. Ho visto che stanno facendo retate di vecchi, donne e bambini. Li caricano sui camion e via... chissà dove li portano?"
"Eh, be', in Germania, si sa. Li fanno lavorare nelle fabbriche di munizioni"
"Mah... non ne sono convinto. So che hanno deportata l'intera famiglia dei signori Camerini Rossi che abitavano ancora nel mio palazzo, a Padova... e i due nonni avevano quasi ottant'anni. Che lavoro vuoi che possano fare"
"Ma non è quella famiglia di ebrei? Gli ebrei sono sanguisughe e con tutti i soldi che hanno staranno certo meglio di noi" disse Toni, che era il più anziano ed era stato, in passato, un fervente fascista.
"Te si mona, Toni. Cossa te va a pensar... gli ebrei li copa (sei uno cazzone, Toni. Ma che cosa credi... gli ebrei vengono uccisi)" sibilò un amico.
"Anch'io temo che sia così" interloquì mio padre " e poi, cristiani o ebrei, siamo tutti esseri umani, no?"
"Silenzio!" ordinò Toni "sentite questo rumore? Sembra un aereo..."
"Sarà uno dei nostri..."
Papà fino a poco tempo prima era stato capitano nel 38° reggimento antiparacadutisti ed aveva l'orecchio allenato: "No, noi non abbiamo più aerei. Questo è un bombardiere americano! Presto, presto, nascondiamoci..."
Troppo tardi. Il pilota li aveva già avvistati e l'aereo iniziò una veloce picchiata mentre le sue mitragliatrici sputavano lingue di fuoco con un suono sordo.
Rattatà rattatà rattatà
Sassi scheggiati e nuvolette di polvere si sollevavano dalla strada mentre l'aereo si allontanava. I cinque uomini che si erano gettati a terra sul bordo, tra l'erba, schizzarono in piedi miracolosamente incolumi.
"Via, viaaa" gridò Toni "rifugiamoci in quella casa...di corsa...prima che ritorni"
Una piccola casa di contadini si intravedeva, tra gli alberi, a poca distanza. Correndo, con il fiato mozzo, raggiunsero la porta, che non era chiusa, ed entrarono. Un vecchio canuto, seduto vicino al grande camino li guardò con acquosi occhi sbarrati. Una giovane donna, pallida e smunta, comprese al volo la situazione: "vegnè, vegnè. Sentateve...nonno, daghe ‘na carega (venite, venite. Sedetevi. Nonno, dategli una sedia)".

IL BOSCO

A Galzignano era ormai notte fonda e mia madre era definitivamente in preda ad una crisi isterica, si agitava, si lamentava, si percuoteva il capo, si raccomandava a padre Leopoldo, un frate cappuccino morto da poco in odore di santità e del quale si raccontavano i numerosi miracoli. Ed era la cosa che maggiormente mi sbigottiva sapendo quanto poco religiosa ella fosse.
Io ero affamato, nessuno di noi aveva mangiato. Atterrito dal suo atteggiamento non comprendevo perché si preoccupasse tanto per il ritardo di mio padre. Papà era grande, forte, immortale e sicuramente non poteva accadergli nulla di male.
"esci Sergio, vai fuori...vedi se viene papà...domanda se qualcuno l'ha visto..."
Uscii di corsa, felice. Felice di allontanarmi da lei e felice di essere autorizzato ad uscire. DI NOTTE!
Naturalmente la strada era deserta, fiocamente illuminata da una immensa luna piena. Si udiva soltanto il mormorio del Calto, il ruscelletto che correva lungo il bordo della strada e che le aveva dato il nome. Qualche rana solitaria gracidava piano mentre un cane abbaiava in lontananza.
Invece di avviarmi verso il paese risalii la strada. Pochi metri più sopra c'era la fattoria di Udilla Santi, una deliziosa sprezzante ragazzetta di cui ero segretamente innamorato.
Nell'angolo destro dell'aia della famiglia Santi si trovava un'ampia tettoia sorretta da robusti pali di legno. Legata ad uno di quei pali, c'era Bianca che sentendo i miei passi si agitò inquieta. Bianca aveva il pelo rossiccio ed una lunga criniera nera. Aveva partorito da pochi mesi e vicino a lei si trovava il suo puledro. Girai alla larga. Poco tempo prima quel puledro mi aveva fatto un brutto scherzo; io mi ero avvicinato per carezzarlo, ma lui intimorito mi aveva sferrato un calcio in pieno petto. Ero caduto in terra senza respiro e per un tempo che mi era sembrato interminabile non ero riuscivo a tirare il fiato ed a respirare. Ero ormai con la vista annebbiata quando riuscii a inspirare un poco d'aria nei polmoni e, da allora, mi tenni sempre a rispettosa distanza da quei cavalli.
Lentamente mi avvicinai alla fattoria con l'assurda speranza di vedere Udilla, ma naturalmente la casa era cupa e scura e nessuna candela accesa trapelava dalle finestre.
"Cossa ze che te fe a ‘sta ora (cosa fai qui a quest'ora)" Sobbalzai spaventato da quel vocione burbero e improvviso. Nascosto dal buio, seduto in un angolo della veranda a fumare la pipa, c'era il vecchio ‘paron' Beppe Santi. Il vecchio era analfabeta e scorbutico come tutta la sua famiglia, ma mi tollerava. Aveva scoperto con estrema meraviglia che sapevo leggere e scrivere e in diverse occasioni mi aveva chiesto di leggere e rileggere le rare lettere che aveva ricevute dal figlio, combattente in Russia con la divisione Julia.
Dondolandomi ora su una gamba ora sull'altra, gli riferii del ritardo di mio padre e dell'angoscia di mia madre. Nel contempo gettavo un occhio rapido alle finestre nella speranza di vedere Udilla.
Il vecchio borbottò qualcosa di incomprensibile tra i denti. Compresi che imprecava e mi sembrò, con orrore, di sentirlo dire "quel porco di Mussolini". Poi sputò per terra e, allungata una mano verso un tavolino, mi porse una grossa fetta di polenta. "va a casa va. Va da to mare (vai da tua madre)".
Mi allontanai sconcertato, divorando avidamente quella deliziosa polenta, ma invece di andare verso casa continuai a risalire la strada fin quando non divenne un sentiero che si addentrava nel bosco.
Conoscevo bene quel posto, molte volte ero risalito con un amico e le sue capre fin oltre il bosco ove c'era un prato adatto al pascolo, ma di notte era diverso. Gli alberi nascondevano la luna ed il buio era sempre più fitto e pauroso. Affrontai la paura continuando a procedere. Sciami di lucciole si inseguivano nell'aria, ovunque si udivano fruscii di animaletti e, a tratti, il verso lugubre delle civette.

UNA PREMONIZIONE PROVVIDENZIALE

Seduti intorno al tavolo i cinque amici tacevano, col viso ancora sbiancato per spavento subito. La donna si avvicinò con cinque bicchieri ed una bottiglia di vino. Ma mio padre si agitava, inquieto.
"No, grazie" disse "non sono tranquillo... voglio uscire..."
"Ma dai... perché? Qui siamo al sicuro..."
"No, no. Fate come volete ma io esco e torno a casa..."
"Vengo con te anch'io" rispose Toni mentre gli altri, scuotendo la testa si versavano il vino.
Fuori le ombre della sera iniziavano ad allungare le loro braccia. Papà e Toni avevano quasi raggiunto le biciclette abbandonate sul bordo della strada, quando il rombo lontano dell'aereo, che era stato attutito da una collinetta, divenne più forte e minaccioso e il mostro riapparve improvviso nel cielo.
"Via, via, torniamo alla casa!" gridò Toni, ma mio padre cominciò a correre a perdifiato verso una macchia d'alberi e Toni, dopo una breve esitazione lo seguì.
L'aereo volava a bassa quota e sembrava riempire il cielo con la sua mole; arrivato a poca distanza dalla casa lasciò cadere il suo carico mortale. Con un immenso fragore il vecchio casolare si polverizzò e lo spostamento d'aria colpì come un maglio la schiena dei due uomini in fuga disperata.
Mio padre, più giovane e più veloce, riuscì a resistere e continuò a correre, Toni, più anziano e più lento cadde a terra.
Il pilota dell'aereo aveva ben pianificata la sua gloriosa azione, quasi contemporaneamente alle bombe che avevano distrutto la casa lasciò cadere delle granate anti-uomo.
Caratteristica di queste granate era quella di esplodere al contatto con la terra e di lanciare a raggiera a pochi centimetri dal suolo una miriade di schegge.
Papà sentì come una frustata in una gamba ma continuò a correre e si gettò a terra sotto gli alberi.
Lontano, sempre più lontano, l'aereo scomparve all'orizzonte.
Il tempo scorreva lento, interminabile. Il mondo sembrava essersi fermato, papà restava immobile quasi incredulo di essere ancora vivo, poi cominciò ad avvertire altre sensazioni, percepì di avere una scarpa piena di un liquido appiccicoso, guardò il suo piede: sangue!
La parte inferiore del suo pantalone era stracciata e piena di sangue; una scheggia l'aveva ferito al polpaccio ma non percepiva ancora nessun dolore.
Con calma, quasi trasognato, trasse un fazzoletto dalla tasca e lo legò strettamente intorno allo strappo. Poco distante giaceva Toni con la faccia tra l'erba.
"Toni, Toni...Toooni" Nessuna risposta. Con un sforzo mio padre si alzò e, zoppicando si avvicinò all'amico. "Toni...mio Dio, Toni".
Silenzio.
Solo le dita di Toni artigliavano ancora, impercettibilmente, la terra. Una scheggia l'aveva colpito alla nuca e gli aveva asportata parte della calotta cranica. Toni era morto.
E la casa? Solo qualche muro sbrecciato e delle travi ancora in fiamme. Il vecchio, la donna, gli altri tre amici...nessun sopravvissuto.
Inebetito, e come in trance, papà raggiunse la strada e raccolse la sua bicicletta. Torreglia era abbastanza vicina e in lontananza si intravedevano appena, illuminate dagli ultimi raggi del sole morente, le prime case.
Con uno sforzo si rimise in sella. La strada era leggermente in discesa e la bici si mise in moto. La cittadina si avvicinava sempre più. Ecco, si incominciava a vedere qualcuno, ancora un po', ancora qualche metro, qualche metro ancora... e mio padre svenne.
Riprese i sensi su di una barella in una stanzetta dalle mura scrostate, alcune candele illuminavano fiocamente l'ambiente. Il pantalone era stato tagliato sotto il ginocchio e il polpaccio fasciato. Un anziano medico si avvicinò: "Lei è stato fortunato, la scheggia ha attraversato i muscoli ed è uscita senza ledere l'osso. Tra un mesetto sarà come nuovo!".

IL GIGANTE

Un soffio di vento percosse gli alberi del bosco. I rami si agitarono frusciando e il sottobosco si animò di rumori e strani fruscii. Mi venne in mente un film di Walt Disney che avevo visto qualche anno prima e le immagini di Biancaneve nella foresta con gli alberi che si animavano minacciosi e tendevano i rami per afferrarla. La paura prese il sopravvento, mi girai e ripresi il cammino, ma questa volta verso casa.
Il buio era sempre più fitto ed anche la scarsa luce lunare che filtrava tra le foglie si era ridotta per qualche nuvola di passaggio. Anche le lucciole erano scomparse. Strinsi i denti e mi imposi di non correre, - non ho paura, no, non ho paura - ripetevo tra di me.
Mi accorsi di essermi perso, mi aggiravo tra rami e cespugli senza sapere più dove fossi e mi prese il panico.
Poi, d'improvviso, il vento spazzò via le nuvole, la luna riapparve ed ecco, a poca distanza, la striscia bianca del sentiero.
Questa volta non mi trattenni, corsi, corsi velocissimo ed in pochi minuti fui fuori dal bosco. Rallentai il passo e mi avviai verso casa, l'avevo quasi raggiunta quando in lontananza, illuminata dalla luce lunare, vidi una sagoma bianca che risaliva lentamente la strada.
La sagoma divenne sempre più grande e nitida: un gigante! Sì, un gigantesco giovane col camice bianco che, in piedi, pigiava faticosamente i pedali di una bicicletta sulla cui canna era seduto... mio padre!
Gridai, ed al mio grido fece eco quello di mia madre che uscì precipitosamente da casa ed aiutò quel generoso colosso di infermiere a portare mio padre nel suo letto.
In seguito papà ci spiegò che in quel piccolo centro della Croce Rossa, ove dei passanti l'avevano trasportato, aveva incontrato quel giovane che gli era venuto incontro sorridendo raggiante: "Capitano, come si sente capitano?"
Si trattava infatti di uno dei tanti suoi soldati che dopo l'8 settembre del 1943 lui aveva aiutato ad indossare abiti civili, distribuendo quei pochi che gli erano rimasti in casa, per consentire loro di fuggire e sottrarsi alle rappresaglie dei tedeschi.
In quel caso particolare aveva incontrato molte difficoltà a trovare qualcosa della giusta misura a causa dell'enorme mole di quel soldato.
Quindici, o forse venti giorni dopo, il gigante, che abitava a Torreglia, tornò a visitare mio padre che stava già molto meglio.
"E la bicicletta..." chiese papà "l'hai riconsegnata alla Mariangela?"
"E già" sogghignò il giovanotto.
"Cosa ha detto?"
"Quella vecchia strega ha detto: -qui l'unica vera danneggiata sono io. Ed ora chi me le ripaga le altre mie biciclette che non si sono trovate più? "

venerdì 1 febbraio 2008

Il pane bianco

Era intorno al 1945 quando i primi carriarmati delle truppe anglo-americane entrarono in Galzignano, il paesino sui colli Euganei, in vicinanza di Padova, in cui ormai da quasi tre anni eravamo sfollati.
Naturalmente sia gli inglesi, ma principalmente gli americani cercavano di risparmiare al massimo la vita dei loro conterranei e quindi le prime truppe d'assalto o di avanscoperta erano per lo più composte da gente di colore che, a piedi, accompagnava l'incedere lento dei mezzi corazzati.
Ricordo quei giganteschi carri che maciullavano con i loro cingoli le già malconce stradine. La gente, un po' intimorita da quei veicoli li festeggiava, lieta sì per la fine della guerra, ma anche attonita nel vedere quei militari dall'aspetto e dalla fisionomia così inconsuete. Solo i partigiani, veri o falsi che fossero perchè molti contadini solo quella mattina si erano legati uno straccetto rosso intorno al collo, gridavano e applaudivano a gran voce.
Ma il mio ricordo più vivo è quello del pane che, pochi giorni dopo, comparve in quantità dal fornaio: il pane BIANCO! Era da tempo immemorabile che non si vedeva più. Eravamo ormai abituati da moltissimo tempo a scarse razioni di pane nero la cui composizione resta tuttora un mistero.
Crusca, segale, ceci... non so cos'altro ci fosse dentro, si parlava anche di polvere di marmo... sicuramente era un pane schifoso. Ma il pane bianco, ah quel primo panino bianco appena sfornato... che sapore! Più gustoso e fragrante di qualsiasi dolce.
Ero io che, benchè piccolino, andavo a fare diverse spese e ricordo che comprai UN CHILO, mio Dio, un'intero chilo di quei panini caldi e soffici e non seppi resistere alla tentazione di addentarne e divorarne uno. Che sapore! Un sapore che non ho mai dimenticato.

domenica 27 gennaio 2008

Tra realtà e mistero


Oggi non sarebbe difficile inventare una stoffa sottilissima ed assolutamente impermeabile con cui realizzare un mantello. Probabilmente si possono produrre dei colori, da utilizzare per un affresco, che mantengano per secoli il loro splendore. Esistono inoltre stamperie in grado di stampare in policromia con una sola passata.
Più difficile creare una lanterna in grado di bruciare e far luce per un tempo lunghissimo senza lasciare residui, e ancor più difficile se l'elemento base fosse un teschio ridotto in polvere e mischiato con altri elementi.
Abbiamo oggi mezzi di trasporto anfibi, in grado quindi di viaggiare sia sulla terra che nell'acqua come anche sistemi per dissalare e rendere potabile l'acqua di mare, ma chi, anche oggi, sarebbe in grado di metallizzare vene, arterie ed organi interni di un cadavere o trasformare un cardinale in una ... sedia?
E... che dire se tutte queste cose, insieme con moltissime altre, fossero state progettate e realizzate nel 1700 da un solo uomo?
Siamo a Napoli e ci rechiamo in uno dei suoi molteplici cuori antichi: Piazza S. Domenico Maggiore.
Fatti pochi passi entriamo in una stradina, via Francesco de Sanctis, dove troviamo la Cappella della "Pietatella", oggi nota come Cappella Sansevero.
La Cappella è un capolavoro del barocco napoletano ed anche un prezioso ed enigmatico scrigno di arte ermetica, misteri, allegorie e simbolismi rosacrociani che farebbero la gioia di Dan Brown autore del discusso romanzo "Il Codice da Vinci".
Paghiamo il biglietto ed entriamo. L'aspetto è quello di una chiesa straordinariamente ricca di statue, di affreschi e di sepolcri, ma, forse per le luci basse, forse per l'atmosfera che si respira, siamo presi da una strana inquietudine. Ci viene in mente la voce che circola tra i più anziani abitanti della zona: strane luci e strane presenze notturne, un organo che talvolta suona nella chiesa chiusa e vuota mentre intorno si diffonde un lieve profumo d'incenso.
La costruzione della Cappella iniziò nel 1613 per opera di Alessandro, Principe di Sansevero e Patriarca di Alessandria; interrotta nel 1642, venne ripresa e completata nel 1744 da Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero. Questi è il personaggio misterioso che ci interessa: e chi era? Un mago, uno stregone, un diabolico alchimista, un novello Leonardo da Vinci, un filosofo, uno scienziato in anticipo sui tempi, il misconosciuto maestro del ben più noto Cagliostro? Cerchiamo di sapere qualcosa di più.
Diretto discendente da Carlo Magno, Grande di Spagna , Principe di Castelfranco, di Fondi, Duca di Torremaggiore e di Martina, Raimondo, nato il 30 gennaio 1710 era il terzo figlio di Don Antonio di Sangro e Cecilia Caietani d'Aragona. Mentre era ancora piccolissimo morirono la madre e i due fratelli, il padre, dopo varie vicissitudini (era un gran puttaniere e pare abbia assassinato alcuni avversari), si pentì (?) e si ritirò in un convento.
Restava solo il nonno che mandò il piccolo Raimondo a studiare a Roma presso un collegio di altissimo livello dei Padri Gesuiti. A vent'anni il giovane tornò a Napoli. Era in possesso di una cultura, di un ingegno e di una fantasia di gran lunga superiore a quella degli altri nobili. Appassionato di alchimia e di meccanica fabbricò e regalò al re Carlo III di Borbone dei mantelli impermeabili da utilizzare nelle battute di caccia. Inventò anche un cannone, fatto con una speciale lega da lui creata, molto più leggero degli usuali cannoni di bronzo, ed un fucile a retrocarica oltre ad una carrozza anfibia ed a tutte le altre cose dette all’inizio. Entrato a far parte della confraternita massonica dei Rosacroce ne divenne Gran Maestro ed entrato in possesso degli antichi riti alchemici risalenti ai sacerdoti egizi trasformò in laboratorio ed in tipografia la cantina del suo palazzo. Durante la notte, da una finestrella uscivano rumori, odori tremendi e volute di fumo colorate che atterrivano i passanti.
Desideroso di passare alla storia spese somme enormi per terminare la costruzione della Cappella di san Severo, coordinando l’opera di pittori e scultori con attenzione maniacale ed utilizzando ampiamente le sue conoscenze alchemiche.
Noi proseguiamo, con passo un po’ esitante, la visita nella Cappella. Ed ecco, al centro, il Cristo velato, scolpito dal Sammartino. Gesù morto, il cui viso scavato dalla sofferenza e tutto il resto del corpo, piagato dalle ferite, si intravede perfettamente sotto il sudario, un velo sottilissimo di marmo che ricopre interamente il Cristo.
Più avanti c’è “la Pudicizia”, una donna nuda, bellissima e sensuale che si appoggia ad una lapide spezzata. Anch’essa, opera di Antonio Corradini, è interamente ricoperta da un velo di marmo e rappresenta la madre del Principe, morta a soli 22 anni.
Restiamo attoniti e stupiti di fronte a tanta bellezza ma ecco che, quasi sul fondo della Cappella, un uomo barbuto, nel fiore degli anni, si divincola per liberarsi di una nodosa rete che lo imprigiona, aiutato da un fanciullo alato. Si tratta del “Disinganno” opera dello scultore Francesco Queirolo e rappresenta Antonio di Sangro, padre del Principe Raimondo, il quale aiutato dalla ragione (il fanciullo) si libera dalla rete di delitti e di libertinaggio in cui si era invischiato.
Il mistero che accomuna queste statue è dato comunque dall’apparente impossibilità anche per uno scultore espertissimo di ricoprire con veli e reti di marmo questi capolavori. Sembra quindi quasi certo che si tratti di un ulteriore prodigio dell’alchimista che sarebbe riuscito a “marmorizzare” con uno dei suoi procedimenti segreti, una rete e dei veli di corda e stoffa.
Con molta trepidazione scendiamo in un sotterraneo attraverso una scaletta a chiocciola ed affrontiamo l’inimmaginabile. Protette da due cabine di vetro vi sono due scheletri di una donna e di un uomo che conservano intatto il loro sistema venoso ed arterioso, gli organi interni, i vasi sanguigni ed i globi oculari. La donna era incinta e nel suo ventre si poteva vedere il feto. Dico “si poteva vedere” perché questo feto è misteriosamente scomparso da molto tempo.
Ma chi erano questi due scheletri? Secondo le voci popolari si tratterebbe di due servi del Principe, e in una nota del 1766 si legge: “si veggono due Macchine Anatomiche, o, per meglio dire, due scheletri d'un maschio, e d'una femmina, ne' quali si osservano tutte le vene, e tutte le arterie de' Corpi umani, fatte per iniezione, che, per essere tutt'intieri, e, per la diligenza, con cui sono stati lavorati, si possono dire singolari in Europa”Sembrerebbe quindi che il Principe avesse iniettato in queste infelici creature, ancora vive, una sostanza che avrebbe metallizzato il loro sistema circolatorio e i loro organi. Ma quale sostanza? E con quale siringa considerato che questa invenzione avverrà cent’anni più tardi ad opera del chirurgo Carlo Pravaz? Mistero.
Ma forse è il caso di ricordare un altro episodio: come già detto il Principe era massone, anzi era un Gran Maestro ed i massoni fin dal 1738 erano stati scomunicati dal papa. Alcuni cardinali napoletani insieme con gli importanti padri gesuiti Pepe e Molinari che avevano invano cercato di costituire in Napoli una sede del Santo Uffizio (l’Inquisizione) sobillarono il popolo contro i massoni ed accusarono al re il Principe Raimondo. Recandosi a Roma per riferire al papa, alcuni alti prelati scomparvero. Cosa non inusuale per quei tempi considerate le numerose bande di briganti che assalivano i viaggiatori. Tuttavia tra la gente si diffuse la voce che Raimondo avesse fatto assassinare sette cardinali e con le loro ossa e la loro pelle avesse confezionato sette seggiole. Certo è che il principe ritrattò la sua fede massonica e ottenne le protezione del re.
Da allora e per tutto il resto della sua vita il principe si dedicò solo ai suoi studi di alchimia e di medicina. Compose una materia con proprietà analoghe a quelle del sangue di S. Gennaro, curò con successo con un siero di sua invenzione due moribondi: un certo Filippo Garlini e Luigi Sanseverino principe di Bisignano. Trasformò pezzetti di marmo in gemme di vari colori indistinguibili per durezza, peso e caratteristiche dagli originali.
Abbandoniamo questi ricordi. Rientriamo nella Cappella salendo la solita scaletta e incappiamo nella tomba del Principe ricoperta da una lapide di marmo con una scritta latina in rilievo. E qui vi è un altro mistero: il corpo del principe è scomparso dal sarcofago. Quando e come nessuno lo sa.
Sembra inoltre che nel 1771, quando morì, sia morto due volte. Avrebbe infatti scoperto un filtro prodigioso in grado di resuscitare i morti e deciso di sperimentarlo su di sé. Diede ordine ad un servo fedele di rinchiuderlo, dopo la morte, in una particolare cassa predisposta per il processo di rinascita. La cassa doveva essere aperta esattamente dopo sette giorni.
Giunsero però gli eredi del principe che scacciarono il servo che si opponeva ed aprirono il baule prima del tempo. Il principe si sollevò dalla cassa e, con gli occhi sbarrati, lanciò un urlo orrendo e ricadde. Morto per la seconda volta.
Usciamo, con un certo sollievo, dalla Cappella.
N.B. è disponibile un interessante video cliccando qui.

martedì 15 gennaio 2008

Spazzatura a Napoli. Il CNR ci dà la soluzione?


Su segnalazione di uno scienziato italiano ho letto una relazione del CNR che potete trovare qui e che comunque copio e incollo integralmente:


07/01/2008
Rifiuti: arriva Thor, il sistema di riciclaggio ‘indifferenziato’
Quanto sia oneroso e problematico il trattamento dei rifiuti, lo dimostra la “tragedia” della Campania alla quale media e istituzioni stanno prestando la loro allarmata attenzione in questi giorni. Ma i rifiuti solidi urbani, com’è noto, possono rappresentare anche una risorsa. In questa direzione va Thor, un sistema sviluppato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme alla Società ASSING SpA di Roma, che permette di recuperare e raffinare tutti i rifiuti e trasformarli in materiali da riutilizzare e in combustibile dall’elevato potere calorico, senza passare per i cassonetti separati della raccolta differenziata.
Un passo oltre la raccolta differenziata e il semplice incenerimento, con cui i rifiuti diventano una risorsa e che comporta un costo decisamente inferiore a quello di un inceneritore. Thor (Total house waste recycling - riciclaggio completo dei rifiuti domestici) è una tecnologia ideata e sviluppata interamente in Italia dalla ricerca congiunta pubblica e privata, che si basa su un processo di raffinazione meccanica (meccano-raffinazione) dei materiali di scarto, i quali vengono trattati in modo da separare tutte le componenti utili dalle sostanze dannose o inservibili.
Come un ‘mulino’ di nuova generazione, l’impianto Thor riduce i rifiuti a dimensioni microscopiche, inferiori a dieci millesimi di millimetro. Il risultato dell’intero processo è una materia omogenea, purificata dalle parti dannose e dal contenuto calorifico, utilizzabile come combustibile e paragonabile ad un carbone di buona qualità.
“Un combustibile utilizzabile con qualunque tipo di sistema termico”, aggiunge Paolo Plescia, ricercatore dell’Ismn-Cnr e inventore di Thor, “compresi i motori funzionanti a biodiesel, le caldaie a vapore, i sistemi di riscaldamento centralizzati e gli impianti di termovalorizzazione delle biomasse. Infatti, le caratteristiche chimiche del prodotto che viene generato dalla raffinazione meccanica dei rifiuti solidi urbani, una volta eliminate le componenti inquinanti sono del tutto analoghe a quelle delle biomasse, ma rispetto a queste sono povere in zolfo ed esenti da idrocarburi policiclici”. E’ possibile utilizzare il prodotto sia come combustibile solido o pellettizzato oppure produrre bio-olio per motori diesel attraverso la ‘pirolisi’. L’impianto è completamente autonomo: consuma infatti parte dell’energia che produce e il resto lo cede all’esterno.
Il primo impianto THOR, attualmente in funzione in Sicilia, riesce a trattare fino a otto tonnellate l’ora e non ha bisogno di un’area di stoccaggio in attesa del trattamento; è completamente meccanico, non termico e quindi non è necessario tenerlo sempre in funzione, anzi può essere acceso solo quando serve, limitando o eliminando così lo stoccaggio dei rifiuti e i conseguenti odori. Inoltre, è stato progettato anche come impianto mobile, utile per contrastare le emergenze e in tutte le situazioni dove è necessario trattare i rifiuti velocemente, senza scorie e senza impegnare spazi di grandi dimensioni, con un costo contenuto: un impianto da 4 tonnellate/ora occupa un massimo di 300 metri quadrati e ha un costo medio di 2 milioni di euro.
L’impianto può essere montato su un camion o su navi. In quest’ultimo caso, la produttività di un impianto imbarcato può salire oltre le dieci tonnellate l’ora e il combustibile, ottenuto dal trattamento, reso liquido da un ‘pirolizzatore’, può essere utilizzato direttamente dal natante o rivenduto all’esterno.
“Un impianto di meccano-raffinazione di taglia medio-piccola da 20 mila tonnellate di rifiuti l’anno presenta costi di circa 40 euro per tonnellata di materiale”, spiega Paolo Plescia. “Per una identica quantità, una discarica ne richiederebbe almeno 100 e un inceneritore 250 euro. A questi costi vanno aggiunti quelli di gestione, e in particolare le spese legate allo smaltimento delle scorie e ceneri per gli inceneritori, o della gestione degli odori e dei gas delle discariche, entrambi inesistenti nel Thor. Quanto al calore, i rifiuti che contengono cascami di carta producono 2.500 chilocalorie per chilo, mentre dopo la raffinazione meccanica superano le 5.300 chilocalorie”.
Un esempio concreto delle sue possibilità? “Un’area urbana di 5000 abitanti produce circa 50 tonnellate al giorno di rifiuti solidi”, informa il ricercatore. “Con queste Thor permette di ricavare una media giornaliera di 30 tonnellate di combustibile, 3 tonnellate di vetro, 2 tonnellate tra metalli ferrosi e non ferrosi e 1 tonnellata di inerti, nei quali è compresa anche la frazione ricca di cloro dei rifiuti, che viene separata per non inquinare il combustibile”. Il resto dei rifiuti è acqua, che viene espulsa sotto forma di vapore durante il processo di micronizzazione. Il prodotto che esce da Thor è sterilizzato perché le pressioni che si generano nel mulino, dalle 8000 alle 15000 atmosfere, determinano la completa distruzione delle flore batteriche, e, inoltre, non produce odori da fermentazione: resta inerte dal punto di vista biologico, ma combustibile”.
Un’altra applicazione interessante di Thor, utile per le isole o le comunità dove scarseggia l’acqua potabile, consiste nell’utilizzazione dell’energia termica prodotta per alimentare un dissalatore, producendo acqua potabile e nello stesso tempo eliminando i rifiuti soldi urbani.
Roma, 7 gennaio 2008