lunedì 5 maggio 2008

I bambini sono buoni da mangiare?



Cosa conservare nel freezer? salumi, frutta, bistecche, birra... e poi? Certo di questi tempi, con i soldi che mancano ed i generi alimentari sempre più cari è difficile rifornire il frigo.
Evidentemente la brava massaia tedesca di Wenden, vicino Bonn, ha pensato di risolvere il problema in altro modo. Ecchediavolo! mica sono solo i comunisti ad avere il privilegio di poter mangiare i bambini!
E poi bisogna essere previdenti e pensare al futuro, farsi delle scorte nei tempi delle vacche grasse per quelli delle vacche magre, come fece il Faraone su consiglio del buon Giovanni.
La gentile signora germanica ha pensato quindi ad una produzione in proprio: mettere al mondo dei figli e poi conservarli in frigo per i tempi duri.
Solo che anche in Germania lo stato ostacola la libera iniziativa ed ecco che ieri, domenica, la polizia ha trovato il cadavere di tre neonati nel freezer della cantina ed ha arrestato la madre.Secondo la Procura di Siegen (Nord Reno-Westfalia, Ovest) è stata proprio la madre a uccidere i tre piccoli e non si è voluto assolutamente tener conto delle proteste e delle giustificazioni di questa brava e previdente massaia.

venerdì 4 aprile 2008

Ma lo Stato dov'é?

Sono letteralmente annichilito, non riesco più a comprendere che fine stia facendo questo Paese, il mio, il nostro Paese.
Di fronte all’Europa ed a tutto il resto del mondo la nostra bella Italia sta sprofondando nel baratro politico ed economico, e ciò oltre alle gravissime colpe di governanti abulici ed incapaci e di sindacati che sembrano vivere al di fuori della realtà, anche con il vergognoso aiuto di giornalisti che dell’arte dell’informazione hanno fatto la fiera del pettegolezzo e del masochismo.
L’illegalità, la sfiducia e l’individualismo dilagano e nessuno sembra capace di comprendere come l’interesse dell’intera nazione possa e debba prevalere su quello di sparute minoranze che hanno forse giustamente il diritto di difendere le loro ragioni ma non a scapito dell’intera collettività.
La già disastrata economia della Campania è in ginocchio, e le varie fonti d’informazione continuano a sommergerla sotto ingiustificate tonnellate di melma senza che nessuno abbia il coraggio di alzare un dito per arrestare questa catastrofe.
Certo, l’incancrenito problema della spazzatura c’è, ma non con quelle dimensioni e con quella diffusione con le quali siamo quotidianamente bombardati da giornali e media.
Non sono napoletano ma a Napoli vivo da quasi cinquant’anni e posso assicurarvi che la città non è nelle condizioni che ci vengono sbattute sui teleschermi e che si riferiscono solo e soltanto ad alcune zone dell’estrema periferia ed a qualche paese della provincia. Certo, le discariche non piacciono a nessuno, ma vi sono, in questo momento altre soluzioni ? Perché prendersela con chi cerca di porre un rimedio, anche temporaneo, e non con quei politici ignavi ed incapaci, i cui nomi sono ben conosciuti e che, da decenni, hanno impedito che la regione si dotasse di adeguate strutture tecniche per lo smaltimento della spazzatura?
E la conseguenza qual è? Uno schiaffo dato all’intero Paese di fronte al mondo, un bambino delle elementari che viene picchiato e schernito dall’odio razzista che alcuni genitori beceri del Veneto instillano nei loro figli, un crollo dell’attività turistica con la conseguente chiusura di alberghi e ristoranti, la criminalizzazione dell’attività ortofrutticola che viene descritta come totalmente inquinata, una enorme riduzione del consumo e dell’esportazione della mozzarella di bufala da qualsiasi parte dell’Italia provenga.
Un paese asiatico, la Corea del sud, che mai ha importato una sola mozzarella si permette di affermare ufficialmente che nella mozzarella campana abbonda la diossina e la Farnesina che fa? Convoca l’ambasciatore coreano per esprimere il nostro sdegno e minacciare sanzioni? Macché! Silenzio assoluto.
Cosa sarebbe successo se la Corea avesse fatta una analoga affermazione nei confronti di un prodotto americano, inglese o tedesco?
E che dire sulle calunniose fanfaronate che stanno affossando anche uno dei nostri vini più pregiati, il Brunello di Montalcino? Si è detto che il vino è taroccato con ingredienti chimici e con uve pugliesi. Nulla di tutto questo. Il Procuratore della Repubblica di Siena ha accertato che si tratta di una irregolarità assolutamente marginale di un paio di produttori che, nelle loro vigne, hanno qualche filare di vitigni internazionali e quindi diversi dalla stragrande maggioranza della vigna formata da Sangiovese grosso della specie Montalcino.
E che dire dell’ultima assurda ed offensiva normativa emanata dal ministro del lavoro Damiano sulle dimissioni dei lavoratori?
Chi vuol dimettersi non basta più che consegni al suo datore di lavoro una lettera di dimissioni, deve prima richiedere un modulo al ministero del lavoro, riempirlo, farlo vidimare presso l’Ufficio provinciale del lavoro. Ma siamo impazziti? Perché far perdere tempo e umiliare il lavoratore considerandolo un imbecille incapace di autogestirsi?
Si è detto: per evitare che il datore di lavoro faccia preventivamente firmare al dipendente una lettera cautelativa di dimissioni in bianco. Ma davvero? Quindi tutti i datori di lavoro, anzi, i padroni, sono dei delinquenti e dei pirati. Ma dove siamo, nella repubblica sovietica ai tempi delle purghe di Stalin?
Due parole sull’Alitalia, distrutta da dirigenti incapaci e super pagati, da centinaia o migliaia di assunzioni “politiche”, da scioperi sindacali che hanno danneggiato l’azienda ed il Paese. Ebbene, arrivati sull’orlo del fallimento, chi decide e tratta il destino dell’azienda, il proprietario? E cioè il maggiore azionista che è lo Stato? No, sette od otto organizzazioni sindacali.
Allegria!

lunedì 31 marzo 2008

Caro dottor Giuliano Ferrara


La lettera pubblicata qui di seguito è stata inviata a Giuliano Ferrara da Luisa Caddeo, madre di Sara e Roberto Ibba. La dolorosa vicenda di questa sventurata, e abbandonata famiglia, è nota a molti amici blogger. Chi volesse ulteriori notizie può trovarle nel sito Voci nel silenzio .
Quali che siano le mie opinioni personali su una materia così delicata come l'aborto non posso venir meno al bisogno di denunziare il vergognoso abbandono in cui le "Istituzioni" hanno lasciato questa famiglia dopo averla illusa con vuote ed ipocrite promesse di assistenza e di lavoro.
Mi piacerebbe molto se tutti coloro che passano da qui copiassero questa lettera e la pubblicassero sui loro blog. Si dice che una noce nel sacco non fa rumore ma, se saremo molti, il rumore diverrà assordante e può darsi, chissà, che chi ha il potere di intervenire intervenga...

Caro Dott. Ferrara, ultimamente Lei sta promuovendo una forte campagna a favore della vita tramite la rivisitazione della legge 194. Mi sembra di capire che, sostanzialmente, lei afferma fortemente il principio secondo il quale una donna dovrebbe essere fondamentalmente propensa a generare vita piuttosto che a donare morte. Ebbene, io sono una di quelle che, fra le due opportunità, ha optato per la prima. Tenterò di illustrale, brevemente, la mia situazione: " Sono Madre di due bambini, Sara e Roberto, rispettivamente di 14 e 11 anni . I due bambini sono portatori, sin dalla nascita, di handicap grave(OLIGOFRENIA, LEUCOENCEFALOPATIA E IPOTONIA) , giudicati invalidi al 100%, io e mio marito Carlo, percepiamo un totale di 800 euro al mese quale indennità d'accompagnamento. Inoltre, in virtù di quanto previsto dalla legge 162/1998, vengono erogati pseudo servizi d'assistenza quali: accompagnamento dei bambini da casa a scuola e viceversa; supporto terapeutico psicologico (musicoterapia) e ausilio educativo mediante educatrice che permane nel nostro domicilio 2 ore al giorno. Cosa dice questa legge? In sintesi il legislatore ha voluto affermare un sacrosanto principio che si riassume così: " 1- ter)......... a disciplinare, allo scopo di garantire il diritto ad una vita indipendente alle persone con disabilità permanente e grave limitazione dell'autonomia personale nello svolgimento di una o più funzioni essenziali della vita, non superabili mediante ausili tecnici, le modalità di realizzazione di programmi d'aiuto alla persona, gestiti in forma indiretta, anche mediante piani personalizzati per i soggetti che ne facciano richiesta, con verifica delle prestazioni erogate e della loro efficacia". L'esclamazione mi pare d'obbligo: "ALLA FACCIA DELLA GARANZIA DI UNA VITA INDIPENDENTE!!!!!!!". Se con gli interventi attualmente adottati a favore di Roberto e Sara si ritiene di assicurare il diritto summenzionato, la pretesa mi sembra, francamente, un po' "eccessiva, per non dire demenziale". Inoltre, io non posso, ovviamente, lavorare dovendomi occupare dei bambini; mio marito è disoccupato da anni e, nonostante le ripetute richieste tese a richiamare l'attenzione della nostra amministrazione locale affinché, in virtù della drammatica situazione, possano essere adottati provvedimenti d'eccezione per assicurare una qualsiasi attività lavorativa a mio marito Carlo, e quindi assicurare ai nostri due infelici figli perlomeno una adeguata alimentazione (sto parlando di ALIMENTAZIONE, non di sfumature voluttuarie) tutto tace, nel più assoluto immobilismo. Caro Ferrara, le confesso, pur se con molta tristezza, che se dovessi tornare indietro, sarei una di quelle donne che avrebbe il buon senso di NON donare ai propri figli una vita fatta di stenti e sofferenze, di indigenze assolute, di abbandono da parte di una società che si professa democratica ed attenta al sociale e che, invece, con indifferenza ripone nel dimenticatoio le tragedie che colpiscono le persone più deboli. Le confido anche che, spesso, mi sembra di intravedere nello sguardo dei miei due bambini (ovviamente loro non sono in grado di articolare le parole e di formulare logici pensieri) una sorta di rimprovero per avergli donato una "non vita". Ora, quel che le chiedo è: una volta tanto, invece di portare alla ribalta i casi di donne che decidono di abortire per paura di non poter assicurare ai propri figli una vita degna di potersi definire tale, parli della paura di una madre che, a causa del totale stato di abbandono in cui sono stati relegati i suoi figli , vive nell'angoscia di cosa il futuro potrà riservare a questi due bambini, convive col senso di colpa di avergli imposto una vita d'inferno e solitudine, in un paese dove ci si preoccupa del "modello" ma non ci si prende cura delle specificità sociali che incidono fortemente sulla sua applicazione pratica, dove le tristi problematiche di questi "figli di un Dio minore" vengono appositamente sminuite sino al punto di renderle invisibili proprio perché è comodo ed edificante parlarne ma, ahimè, forse troppo impegnativo e poco remunerativo risolverli. Mi dimostri Dott. Ferrara che il suo è un forte e sentito convincimento e non l'ennesima messa in scena "Italianota" utile solo a dare visibilità al suo promotore. Perché Lei possa meglio rendersi conto di cosa stiamo realmente parlando, le allego due fotografie dei miei bambini, che danno il senso del loro effettivo stato di salute. Luisa Caddeo Piazza della Repubblica, 18 09010 Vallermosa (CA) Tel. 349 2534234

Per vedere e conoscere più da vicino il viso di questa dolce coraggiosa madre e dei suoi bimbi clicca quì

lunedì 17 marzo 2008

UNICO 2008 ...Allegriaaaaa

Chi ben comincia è alla metà dell'opera, e mai come quest'anno è opportuno cominciare ad approfondire per tempo le novità e le difficoltà cui andremo incontro per preparare la dichiarazione dei redditi.
Com'è noto, questo compito è sempre più gravoso e non solo per il denaro che si deve sborsare ma soprattutto per le difficoltà che si incontrano nel compilare la dichiarazione che, tempo addietro, un Presidente della Repubblica definì lunare.
Naturalmente questa nota riguarda essenzialmente quei coraggiosi che ancora compilano autonomamente la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche senza rivolgersi ai CAF o ai commercialisti, tuttavia alcune cose è utile che siano a conoscenza di tutti.
Intanto se, negli scorsi anni, avete compilato il vostro bel modello cartaceo e l'avete successivamente consegnato in banca o alla posta SCORDATEVELO! quest' anno la legge finanziaria ci complica maggiomente la vita. Infatti un'ulteriore novità riguarda le nuove disposizioni di trasmissione dei modelli: non più in via cartacea ma esclusivamente tramite Internet.
Trasmissione:



La presentazione telematica deve avvenire entro il 31 luglio 2008. Potrà provvedere all'invio l'interessato stesso, un intermediario abilitato o un ufficio dell'agenzia delle Entrate. Sembra semplice per chi ha dimestichezza col pc, no? ... e invece non è così: per provvedere personalmente all'invio dovrà infatti recarsi all'agenzia delle Entrate per ottenere, se sarà fortunato, il PIN le pass e quanto necessario per l'invio. La cosa più simpatica è che a tutt'oggi 16 marzo l'Agenzia delle Entrate non ha ancora predisposto il sofware per la compilazione del modello UNICO 2008. Sul sito dell'Agenzia trovate infatti solo quello dell'anno scorso.
Ma andiamo avanti con qualche altra notiziola utile:
Acquisto di farmaci:


Lo scontrino fiscale per l'acquisto dei farmaci diventa più complesso: oltre alla cifra spesa, dovrà riportare anche "la specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e l'indicazione del codice fiscale del destinatario". Questo è almeno quanto richiesto per poter usufruire degli sconti fiscali sull'Irpef previsti per l'acquisto di medicinali.
Sanità:

Salvo modifiche dell'ultima ora che attualmente non conosco, tornano i ticket con un costo medio in più a famiglia pari a circa 44 euro all'anno. Per le visite specialistiche e per la diagnostica, resta il tetto massimo di 36,15 euro (fino a un massimo di 8 prestazioni), ma si dovrà pagare una quota fissa di 10 euro per ogni ricetta. Per le prestazioni non urgenti al pronto soccorso ci sarà un ticket di 23 euro per ogni visita medica più altri 18 per eventuali accertamenti diagnostici. Sul fronte degli esenti scatterà una verifica capillare.
Tassa di soggiorno:

tassa di soggiorno per i turisti che alloggiano in alberghi, campeggi, villaggi turistici e agriturismi, per un massimo di 5 euro al giorno per persona.
Esercizi commerciali che non emettono lo scontrino:
Basterà una sola violazione, (contro le tre precedenti), per far scattare le sanzioni che possono arrivare fino alla chiusura dell'attività.
Sconti e facilitazioni:

Sconti in per chi acquista un frigorifero o un congelatore di classe A+. La misura è relativa alla sostituzione di frigoriferi, congelatori e loro combinazioni, di classe energetica non inferiore ad A+, acquistati nel corso del 2007.La detrazione fiscale, in un'unica rata, arriverà al 20% fino ad un massimo di 200 euro.
Chi sostituisce la vecchia caldaia con una nuova meno inquinante o monta un pannello solare, potrà avvantaggiarsi di consistenti sgravi fiscali. Tali agevolazioni fanno parte di tutta una serie di interventi di efficienza energetica nell'edilizia che consentiranno di ridurre le dispersioni termiche del 30-40% e di avere consistenti risparmi energetici. Sconti anche per chi sceglie serramenti termoisolanti.Chi possiede un'auto classificata Euro 0 o Euro 1 da rottamare, può contare su un contributo di 1000 euro per l'acquisto di una nuova vettura. Bonus dai 1.500 ai 2.000 euro per l'acquisto di vetture nuove con alimentazione gpl o a gas metano.
Esezione del bollo per cinque anni per le auto nuove di categoria Euro 4. Aumento per tutte le altre auto, in maniera progressiva man mano che si scende dalla categoria Euro 3 fino a Euro 0.
Saranno detraibili, fino a un massimo di 210 euro, le spese sostenute per l'iscrizione e l'abbonamento dei giovani a piscine, palestre e altri impianti sportivi.
I giovani fra i 20 e i 30 anni potranno detrarre fino ad un massimo di 991,60 euro per i primi tre anni, sull'affitto purchè la casa sia diversa da quella dei genitori.Il bonus fiscale sarà concesso purchè si percepisca un reddito non superiore a 15.493,71 euro.
I contribuenti con reddito fino a 30.987,41 euro che pagano l'affitto per la casa, potranno usufruire di una detrazione pari a 150 euro. Se il loro reddito non supera i 15.493,71 euro, la detrazione raddoppia a 300 euro.
Studenti universitari fuori sede:


Gli studenti universitari fuori sede potranno ottenere uno sconto sull'affitto della casa. Potranno infatti godere di una detrazione fiscale del 19%, fino a un massimo di 500 euro.

venerdì 7 marzo 2008

10 e lode

Ringrazio MasterMax per avermi conferito il premio 10 e lode con la seguente affettuosa motivazione:
Sergio: per la sua abilità nell'appassionarmi ogni volta che leggo un suo racconto, con il suo modo di scrivere fresco e alla sua ironia mescolata sempre ad una dose di amarezza, e alla fine mi ritrovo sempre con gli occhi lucidi.
A mia volta lo conferisco alla cara Bruja per la sua vitalità, per la dolcezza materna che traspare dai suoi post e per il suo carattere eclettico.
Avrei voluto includere l'amica Elle e Freespiritman, ma ho visto che, giustamente, l'hanno già meritato.

martedì 4 marzo 2008

LA FARMACISTA


Tutti conoscevano il bravo dottor Minicucci, il medico condotto. Si può dire che tutta la popolazione giovane e meno giovane del paese fosse passata per le sue mani.
Preparato, onesto, rispettato e sempre disponibile bastava fargli sapere di aver bisogno delle sue cure e poco dopo ti si presentava in casa coi suoi capelli bianchi ed il suo sorriso allegro.

Spesso bastava la sua sola presenza per fare scomparire o comunque alleviare qualsiasi malessere.
Dopo aver accuratamente visitato l’ammalato, si sedeva tranquillamente al tavolo, estraeva la sua preistorica stilografica dal pennino d’oro, e tratto un voluminoso ricettario da una vetusta valigetta a soffietto vergava con calma meticolosa e, cosa strana per un medico, con una impeccabile calligrafia, lunghe ed accurate ricette.
Normalmente quando era necessario recarsi nel centro del paese ero incaricato io di fare la spesa e così avveniva anche quando occorreva comprare delle medicine.
La farmacia si trovava proprio in piazza. Era un locale grande e antico; lungo le pareti correvano delle scansie sulle quali erano disposti, in ordine preciso, vasi ed ampolle contenenti sostanze medicali. La professione del farmacista era, in quel tempo, ben diversa da quella moderna. Non esistevano infatti le ben note confezioni di medicinali che troviamo oggi. Per quanto mi ricordi, gli unici medicinali già pronti in apposite fiale che dovevano essere tranciate con un minuscolo seghetto, erano quelli che dovevano essere iniettati.
L’iniezione era un procedimento alquanto complesso: le siringhe erano di robusto vetro molato e duravano anni ed anni fin quando non si rompevano per qualche incidente; anche gli aghi venivano usati più e più volte. Questi, poi, erano corredati di un sottilissimo filo d’acciaio che veniva introdotto al loro interno per assicurarne la pervietà e rimuovere eventuali ostruzioni. Ago e siringa dovevano essere preventivamente sterilizzati e ciò si otteneva ponendoli in un apposito contenitore che veniva riempito d’acqua e fatto bollire per circa 5/10 minuti.
Poiché ero spesso vittima di affezioni bronchiali, venivo abitualmente curato con iniezioni di “Creosotina”, particolarmente dolorose quando l’ago veniva usato troppe volte, perdendo per così dire la sua affilatura.
La farmacista era una giovane donna, alta e prosperosa dai lunghissimi capelli biondi che le scendevano fin quasi alla vita. Non ho mai saputo il suo nome. In paese veniva considerata una straniera perché proveniva dal Friùli, forse da Udine o da Gorizia. Le donne, in particolare, la guardavano con ostilità e invidia e quando attraversava la strada, dritta e impettita nel suo camice bianco, chinavano il capo sui loro lavori per evitare di salutarla, mentre gli uomini sogghignavano e si davano di gomito. Normalmente veniva definita la “speziala” e, talvolta, la “tosa striaca” (la ragazza austriaca?).
I giovani bellimbusti del paese oziavano spesso nei pressi della farmacia come tanti galletti, vociando ad alta voce per attirare l’attenzione e talvolta entravano dalla speziala con le motivazioni più sciocche cercando di far colpo.
Per me era un piacere portare in farmacia le ricette del dottor Minicucci. L’ambiente, odoroso di cera e di spezie, mi affascinava. Sugli scaffali più alti grandi vasi di porcellana di vari colori portavano impresse delle scritte in un linguaggio esotico che non riuscivo a comprendere. La farmacista mi accoglieva sempre con gentilezza e con un sorriso. Leggeva la ricetta, prelevava le sostanze necessarie da diversi contenitori, le pesava accuratamente in una piccola bilancia dotata di una serie di minuscoli pesi di ottone, le amalgamava e le triturava in un mortaio e poi le confezionava in diverse bustine monodose.
Col tempo si era creata una sorta di strana muta amicizia tra quel biondo ragazzetto di dieci anni, sfollato dalla città, e quindi a sua volta “straniero” e la “tosa striaca”. Sempre più spesso insieme con il pacchetto contenente i medicinali mi veniva regalato un bastoncino di liquerizia.
Il 1945 si trascinava lento. La grande guerra per noi era finita ma la piccola guerra, quella civile anch’essa fatta di orrori, uccisioni e rappresaglie era iniziata.
Il paese, precedentemente tranquillo, era spesso attraversato da piccole bande di uomini armati dal volto truce e sospettoso, alcuni del paese stesso ed altri arrivati da chi sa dove. Una sera, sul tardi, un gruppetto di giovinastri del paese, ubriachi di vino e inebriati dall’anarchia conseguente alla sparizione di qualsiasi forza dell’ordine, si raggrupparono davanti al cancello del cortile sparando qualche colpo di fucile in aria e cantando a squarciagola, sul motivo di “bandiera rossa”: - Avanti popolo, che siamo in tanti, vogliamo i campi, di Anzoetto Pengo-
Angelo Pengo, il vecchio contadino proprietario della casa in cui eravamo sfollati e della quale occupavamo due stanzette, chiuse le pesanti imposte di legno delle finestre che bloccò con una sbarra di metallo e fece lo stesso con la porta d’ingresso. Poi, con l’anziana moglie, si sedette accanto al grande camino della cucina poggiando sulle ginocchia il fucile da caccia.
I canti e gli schiamazzi durarono a lungo ma poi, a notte fonda, il gruppetto si disperse senza aver fatto alcun tentativo di varcare il cancello.
Durante la notte, io e i miei genitori, che dormivamo al piano di sopra. venimmo destati dal chiarore che penetrava dalle finestre e da alcune grida: Il casolare di fronte al nostro dall’altra parte della strada, quello della famiglia Picciù, era in fiamme e lunghe fila di contadini facevano la spola dal pozzo alla casa tentando di spegnere l’incendio con i secchi pieni d’acqua.
Chi aveva appiccato il fuoco? E perché? Quali strane vendette, quali rancori mai sopiti trovavano ora il loro sfogo? Non l’avremmo saputo mai.
Passarono i giorni, le prime avvisaglie di un estate calda e afosa erano arrivate. Mia madre ebbe un’altra delle numerose dolorose crisi, genericamente denominate “mal di fegato”, che le facevano passare la notte in bianco, tra lamenti e borse d’acqua bollente applicate sul fianco.
Ancora una volta, come sempre, accorse il buon dottor Minicucci con le sue ricette, e ancora una volta venni spedito in farmacia.
Giunto in piazza la trovai stranamente affollata da uomini vocianti e donne sghignazzanti che si davano grandi manate sui fianchi. La farmacia era chiusa. Incuriosito mi intrufolai tra la folla e…vidi.
Nel centro della piazza era stata costruita una rozza piattaforma di legno sopraelevata. Sulla piattaforma era stata posta una sedia e seduta sulla sedia, con le mani legate dietro la schiena, c’era una donna.
Uno stolido giovinastro barbuto, con un sogghigno stampato sul volto, le stava rasando i capelli a zero e per ogni ciocca che cadeva sul tavolaccio dalla folla si alzavano grida di giubilo, insulti e battimani. La donna aveva gli occhi chiusi, il viso pallido e tumefatto, ciondolava lentamente la testa ora a destra ora a sinistra come in preda ad un’immensa sofferenza. Dal collo pendeva un cartello con una scritta che non compresi “collaborazionista”.
Non conoscevo quella donna, il suo capo chino e il volto disfatto e sofferente me lo impedivano, e inoltre non comprendevo perché la stessero sottoponendo a quella tortura.
Eppure, eppure, scorgevo qualcosa di familiare: un’ultima, lunghissima ciocca di capelli biondi, brandita in aria come un trofeo di caccia, mi fulminò di un’improvvisa luce di riconoscimento: era la mia amica, la speziala!
Un dolore acuto mi trafisse il petto mentre lacrime roventi cominciavano a scorrermi sul viso, mi allontanai in fretta dalla folla ma una mano di ferro mi afferrò un braccio. Alzai gli occhi. Un uomo con un gran cappellaccio nero sulla testa ed il solito fazzoletto rosso attorno al collo mi apostrofò con rabbia sputacchiando le parole come proiettili: “ piangi eh. La conosci eh. Sei anche tu un fascista eh. E magari anche tuo padre è un fascista eh?!”
Ma quel ceffo non sapeva una cosa: non ero più il timido, educato ragazzino perbene venuto tre anni prima dalla città. Tre anni di vita nella strada, continuamente aggredito e massacrato da ragazzetti selvaggi e primitivi mi avevano insegnato a combattere, a difendermi ed a massacrare a mia volta con le mani, coi piedi, con i sassi, con le fionde, con i bastoni.
Fissai l’uomo negli occhi e mentre una vampata d’odio e di rabbia mi riscaldava il sangue gli sferrai un tremendo calcio in uno stinco con i miei zoccoli di legno. Mi lasciò immediatamente con un urlo di dolore e si piegò su se stesso. Poi, zoppicando, cercò di inseguirmi. Ma era come una tartaruga che volesse raggiungere una lepre, lo distanziai con estrema facilità e ben presto scomparve dalla mia vista.

giovedì 7 febbraio 2008

…chi mi ripaga le mie biciclette?…

Oggi andare da Galzignano a Torreglia è uno scherzo. Si imbocca la provinciale, si fanno quei tre o quattro chilometri e si è arrivati.
Oggi. Ma tra il 1944 ed il 1945?
In quell'epoca per fare quel tragitto occorreva percorrere circa sei chilometri di una mulattiera che correva tra collinette, boschi e torrenti. Un percorso bello e pittoresco da fare durante il giorno.
Sì, ma di notte? E con una guerra, sempre più atroce, in corso?
Le divisioni tedesche, agli ordini di Kesselring, avevano persa Rimini conquistata dalle forze alleate del generale Alexander, ed ora, per ordine di Hitler, avevano fortificata la cosiddetta "linea veneta" tra i colli Euganei. I tedeschi erano stanchi, ma sempre più ostili, determinati e sprezzanti. I repubblichini di Mussolini, per contro, sempre più disperati, arroganti e feroci. Ognuno, tra la popolazione, aveva ormai paura di tutto: degli altri uomini, dei bombardamenti, delle razzie, dei morti che sempre più numerosi si incontravano per via ridotti a brandelli dalle bombe o impiccati ad un lampione per una giustizia sommaria, con un cartello appeso al collo: - Ribelle-.

Il casolare di contadini, dove da tempo eravamo sfollati, si trovava in via del Calto, alla periferia di Galzignano. Tutte le mattine papà si alzava all'alba per arrivare a piedi fino a Torreglia dove poteva prendere una corriera che lo portasse a Padova ove lavorava.
La sera, e spesso a tarda sera, doveva rifare all'inverso lo stesso cammino.
La difficoltà dei collegamenti e, talvolta, l'impossibilità di far coincidere i suoi orari con quelli della corriera, lo indussero a preferire l'uso di una bicicletta per questi spostamenti.
Acquistare una bicicletta era fuori questione per le nostre magre finanze e quindi ne prese una in affitto. Tutti i giorni, due volte al giorno, macinava in sella i circa 20 chilometri che separano Padova da Torreglia ove riconsegnava la bici per affrontare a piedi il resto del cammino.
Col tempo aveva fatto amicizia con altre quattro persone che, anche loro in bicicletta, facevano lo stesso percorso fino a Torreglia. La strada la sera era buia, fangosa e piena di buche, fare brutti incontri o incappare in una scaramuccia tra partigiani e tedeschi era abbastanza probabile, e quindi viaggiare in compagnia dava loro una maggiore sicurezza ed il tempo passava più velocemente.
Io intanto, a Galzignano, quella sera, come al solito, stavo giocando in strada con i miei amici preferiti: Santina, Ines e Coriolano. Ognuno di noi si era costruito un "flandigoeo" (fionda) e con quello cercava di abbattere i "babastregli" (pipistrelli) che svolazzavano numerosi al di sopra di noi. Il tempo passava, ma noi, intenti al gioco, non ce ne rendevamo conto.
Ad un tratto sentii la voce disperata di mia madre che mi stava chiamando già da un po': "Sergioo, Sergiooo"
Corsi a casa, già rassegnato a subire l'ennesima bastonatura per il ritardo.
Ma quella sera mia madre non era preoccupata per me. Era atterrita perché si era fatto molto tardi e mio padre non arrivava.
Le ore passavano lente e mia madre, torcendosi le mani e con gli occhi sbarrati, camminava avanti e indietro mormorando con voce stridula "cosa sarà successo? Mio Dio, cosa sarà successo..."

LA MINACCIA DAL CIELO

Quel pomeriggio mio padre era uscito prima. Le sirene avevano suonato l'ennesimo allarme aereo e il lavoro era terminato.
C'era ancora il sole e papà con i quattro amici avevano inforcato le biciclette e si erano allontanati dalla città incuranti dei richiami dei miliziani che ordinavano loro di andare nei rifugi.
La lunga strada provinciale era deserta e loro pedalavano allegramente, lieti di poter tornare a casa in anticipo.
"Sapete " disse uno "quella vecchia strozzina della Mariangela ha detto che dobbiamo pagare di più per l'affitto delle biciclette!"
"Eh, sì" rispose un altro "Ora quei quattro soldi che pigliamo li diamo tutti a lei! Col cazzo. Già ieri ho dovuto pagare una somma esorbitante per avere un chilo di farina dai borsari neri"
"Ci vuole ancora un po' di pazienza, sembra che gli inglesi si stiano avvicinando. C'è molto nervosismo tra i kartofen"
"Già" disse papà"ma la situazione sta peggiorando. Ho visto che stanno facendo retate di vecchi, donne e bambini. Li caricano sui camion e via... chissà dove li portano?"
"Eh, be', in Germania, si sa. Li fanno lavorare nelle fabbriche di munizioni"
"Mah... non ne sono convinto. So che hanno deportata l'intera famiglia dei signori Camerini Rossi che abitavano ancora nel mio palazzo, a Padova... e i due nonni avevano quasi ottant'anni. Che lavoro vuoi che possano fare"
"Ma non è quella famiglia di ebrei? Gli ebrei sono sanguisughe e con tutti i soldi che hanno staranno certo meglio di noi" disse Toni, che era il più anziano ed era stato, in passato, un fervente fascista.
"Te si mona, Toni. Cossa te va a pensar... gli ebrei li copa (sei uno cazzone, Toni. Ma che cosa credi... gli ebrei vengono uccisi)" sibilò un amico.
"Anch'io temo che sia così" interloquì mio padre " e poi, cristiani o ebrei, siamo tutti esseri umani, no?"
"Silenzio!" ordinò Toni "sentite questo rumore? Sembra un aereo..."
"Sarà uno dei nostri..."
Papà fino a poco tempo prima era stato capitano nel 38° reggimento antiparacadutisti ed aveva l'orecchio allenato: "No, noi non abbiamo più aerei. Questo è un bombardiere americano! Presto, presto, nascondiamoci..."
Troppo tardi. Il pilota li aveva già avvistati e l'aereo iniziò una veloce picchiata mentre le sue mitragliatrici sputavano lingue di fuoco con un suono sordo.
Rattatà rattatà rattatà
Sassi scheggiati e nuvolette di polvere si sollevavano dalla strada mentre l'aereo si allontanava. I cinque uomini che si erano gettati a terra sul bordo, tra l'erba, schizzarono in piedi miracolosamente incolumi.
"Via, viaaa" gridò Toni "rifugiamoci in quella casa...di corsa...prima che ritorni"
Una piccola casa di contadini si intravedeva, tra gli alberi, a poca distanza. Correndo, con il fiato mozzo, raggiunsero la porta, che non era chiusa, ed entrarono. Un vecchio canuto, seduto vicino al grande camino li guardò con acquosi occhi sbarrati. Una giovane donna, pallida e smunta, comprese al volo la situazione: "vegnè, vegnè. Sentateve...nonno, daghe ‘na carega (venite, venite. Sedetevi. Nonno, dategli una sedia)".

IL BOSCO

A Galzignano era ormai notte fonda e mia madre era definitivamente in preda ad una crisi isterica, si agitava, si lamentava, si percuoteva il capo, si raccomandava a padre Leopoldo, un frate cappuccino morto da poco in odore di santità e del quale si raccontavano i numerosi miracoli. Ed era la cosa che maggiormente mi sbigottiva sapendo quanto poco religiosa ella fosse.
Io ero affamato, nessuno di noi aveva mangiato. Atterrito dal suo atteggiamento non comprendevo perché si preoccupasse tanto per il ritardo di mio padre. Papà era grande, forte, immortale e sicuramente non poteva accadergli nulla di male.
"esci Sergio, vai fuori...vedi se viene papà...domanda se qualcuno l'ha visto..."
Uscii di corsa, felice. Felice di allontanarmi da lei e felice di essere autorizzato ad uscire. DI NOTTE!
Naturalmente la strada era deserta, fiocamente illuminata da una immensa luna piena. Si udiva soltanto il mormorio del Calto, il ruscelletto che correva lungo il bordo della strada e che le aveva dato il nome. Qualche rana solitaria gracidava piano mentre un cane abbaiava in lontananza.
Invece di avviarmi verso il paese risalii la strada. Pochi metri più sopra c'era la fattoria di Udilla Santi, una deliziosa sprezzante ragazzetta di cui ero segretamente innamorato.
Nell'angolo destro dell'aia della famiglia Santi si trovava un'ampia tettoia sorretta da robusti pali di legno. Legata ad uno di quei pali, c'era Bianca che sentendo i miei passi si agitò inquieta. Bianca aveva il pelo rossiccio ed una lunga criniera nera. Aveva partorito da pochi mesi e vicino a lei si trovava il suo puledro. Girai alla larga. Poco tempo prima quel puledro mi aveva fatto un brutto scherzo; io mi ero avvicinato per carezzarlo, ma lui intimorito mi aveva sferrato un calcio in pieno petto. Ero caduto in terra senza respiro e per un tempo che mi era sembrato interminabile non ero riuscivo a tirare il fiato ed a respirare. Ero ormai con la vista annebbiata quando riuscii a inspirare un poco d'aria nei polmoni e, da allora, mi tenni sempre a rispettosa distanza da quei cavalli.
Lentamente mi avvicinai alla fattoria con l'assurda speranza di vedere Udilla, ma naturalmente la casa era cupa e scura e nessuna candela accesa trapelava dalle finestre.
"Cossa ze che te fe a ‘sta ora (cosa fai qui a quest'ora)" Sobbalzai spaventato da quel vocione burbero e improvviso. Nascosto dal buio, seduto in un angolo della veranda a fumare la pipa, c'era il vecchio ‘paron' Beppe Santi. Il vecchio era analfabeta e scorbutico come tutta la sua famiglia, ma mi tollerava. Aveva scoperto con estrema meraviglia che sapevo leggere e scrivere e in diverse occasioni mi aveva chiesto di leggere e rileggere le rare lettere che aveva ricevute dal figlio, combattente in Russia con la divisione Julia.
Dondolandomi ora su una gamba ora sull'altra, gli riferii del ritardo di mio padre e dell'angoscia di mia madre. Nel contempo gettavo un occhio rapido alle finestre nella speranza di vedere Udilla.
Il vecchio borbottò qualcosa di incomprensibile tra i denti. Compresi che imprecava e mi sembrò, con orrore, di sentirlo dire "quel porco di Mussolini". Poi sputò per terra e, allungata una mano verso un tavolino, mi porse una grossa fetta di polenta. "va a casa va. Va da to mare (vai da tua madre)".
Mi allontanai sconcertato, divorando avidamente quella deliziosa polenta, ma invece di andare verso casa continuai a risalire la strada fin quando non divenne un sentiero che si addentrava nel bosco.
Conoscevo bene quel posto, molte volte ero risalito con un amico e le sue capre fin oltre il bosco ove c'era un prato adatto al pascolo, ma di notte era diverso. Gli alberi nascondevano la luna ed il buio era sempre più fitto e pauroso. Affrontai la paura continuando a procedere. Sciami di lucciole si inseguivano nell'aria, ovunque si udivano fruscii di animaletti e, a tratti, il verso lugubre delle civette.

UNA PREMONIZIONE PROVVIDENZIALE

Seduti intorno al tavolo i cinque amici tacevano, col viso ancora sbiancato per spavento subito. La donna si avvicinò con cinque bicchieri ed una bottiglia di vino. Ma mio padre si agitava, inquieto.
"No, grazie" disse "non sono tranquillo... voglio uscire..."
"Ma dai... perché? Qui siamo al sicuro..."
"No, no. Fate come volete ma io esco e torno a casa..."
"Vengo con te anch'io" rispose Toni mentre gli altri, scuotendo la testa si versavano il vino.
Fuori le ombre della sera iniziavano ad allungare le loro braccia. Papà e Toni avevano quasi raggiunto le biciclette abbandonate sul bordo della strada, quando il rombo lontano dell'aereo, che era stato attutito da una collinetta, divenne più forte e minaccioso e il mostro riapparve improvviso nel cielo.
"Via, via, torniamo alla casa!" gridò Toni, ma mio padre cominciò a correre a perdifiato verso una macchia d'alberi e Toni, dopo una breve esitazione lo seguì.
L'aereo volava a bassa quota e sembrava riempire il cielo con la sua mole; arrivato a poca distanza dalla casa lasciò cadere il suo carico mortale. Con un immenso fragore il vecchio casolare si polverizzò e lo spostamento d'aria colpì come un maglio la schiena dei due uomini in fuga disperata.
Mio padre, più giovane e più veloce, riuscì a resistere e continuò a correre, Toni, più anziano e più lento cadde a terra.
Il pilota dell'aereo aveva ben pianificata la sua gloriosa azione, quasi contemporaneamente alle bombe che avevano distrutto la casa lasciò cadere delle granate anti-uomo.
Caratteristica di queste granate era quella di esplodere al contatto con la terra e di lanciare a raggiera a pochi centimetri dal suolo una miriade di schegge.
Papà sentì come una frustata in una gamba ma continuò a correre e si gettò a terra sotto gli alberi.
Lontano, sempre più lontano, l'aereo scomparve all'orizzonte.
Il tempo scorreva lento, interminabile. Il mondo sembrava essersi fermato, papà restava immobile quasi incredulo di essere ancora vivo, poi cominciò ad avvertire altre sensazioni, percepì di avere una scarpa piena di un liquido appiccicoso, guardò il suo piede: sangue!
La parte inferiore del suo pantalone era stracciata e piena di sangue; una scheggia l'aveva ferito al polpaccio ma non percepiva ancora nessun dolore.
Con calma, quasi trasognato, trasse un fazzoletto dalla tasca e lo legò strettamente intorno allo strappo. Poco distante giaceva Toni con la faccia tra l'erba.
"Toni, Toni...Toooni" Nessuna risposta. Con un sforzo mio padre si alzò e, zoppicando si avvicinò all'amico. "Toni...mio Dio, Toni".
Silenzio.
Solo le dita di Toni artigliavano ancora, impercettibilmente, la terra. Una scheggia l'aveva colpito alla nuca e gli aveva asportata parte della calotta cranica. Toni era morto.
E la casa? Solo qualche muro sbrecciato e delle travi ancora in fiamme. Il vecchio, la donna, gli altri tre amici...nessun sopravvissuto.
Inebetito, e come in trance, papà raggiunse la strada e raccolse la sua bicicletta. Torreglia era abbastanza vicina e in lontananza si intravedevano appena, illuminate dagli ultimi raggi del sole morente, le prime case.
Con uno sforzo si rimise in sella. La strada era leggermente in discesa e la bici si mise in moto. La cittadina si avvicinava sempre più. Ecco, si incominciava a vedere qualcuno, ancora un po', ancora qualche metro, qualche metro ancora... e mio padre svenne.
Riprese i sensi su di una barella in una stanzetta dalle mura scrostate, alcune candele illuminavano fiocamente l'ambiente. Il pantalone era stato tagliato sotto il ginocchio e il polpaccio fasciato. Un anziano medico si avvicinò: "Lei è stato fortunato, la scheggia ha attraversato i muscoli ed è uscita senza ledere l'osso. Tra un mesetto sarà come nuovo!".

IL GIGANTE

Un soffio di vento percosse gli alberi del bosco. I rami si agitarono frusciando e il sottobosco si animò di rumori e strani fruscii. Mi venne in mente un film di Walt Disney che avevo visto qualche anno prima e le immagini di Biancaneve nella foresta con gli alberi che si animavano minacciosi e tendevano i rami per afferrarla. La paura prese il sopravvento, mi girai e ripresi il cammino, ma questa volta verso casa.
Il buio era sempre più fitto ed anche la scarsa luce lunare che filtrava tra le foglie si era ridotta per qualche nuvola di passaggio. Anche le lucciole erano scomparse. Strinsi i denti e mi imposi di non correre, - non ho paura, no, non ho paura - ripetevo tra di me.
Mi accorsi di essermi perso, mi aggiravo tra rami e cespugli senza sapere più dove fossi e mi prese il panico.
Poi, d'improvviso, il vento spazzò via le nuvole, la luna riapparve ed ecco, a poca distanza, la striscia bianca del sentiero.
Questa volta non mi trattenni, corsi, corsi velocissimo ed in pochi minuti fui fuori dal bosco. Rallentai il passo e mi avviai verso casa, l'avevo quasi raggiunta quando in lontananza, illuminata dalla luce lunare, vidi una sagoma bianca che risaliva lentamente la strada.
La sagoma divenne sempre più grande e nitida: un gigante! Sì, un gigantesco giovane col camice bianco che, in piedi, pigiava faticosamente i pedali di una bicicletta sulla cui canna era seduto... mio padre!
Gridai, ed al mio grido fece eco quello di mia madre che uscì precipitosamente da casa ed aiutò quel generoso colosso di infermiere a portare mio padre nel suo letto.
In seguito papà ci spiegò che in quel piccolo centro della Croce Rossa, ove dei passanti l'avevano trasportato, aveva incontrato quel giovane che gli era venuto incontro sorridendo raggiante: "Capitano, come si sente capitano?"
Si trattava infatti di uno dei tanti suoi soldati che dopo l'8 settembre del 1943 lui aveva aiutato ad indossare abiti civili, distribuendo quei pochi che gli erano rimasti in casa, per consentire loro di fuggire e sottrarsi alle rappresaglie dei tedeschi.
In quel caso particolare aveva incontrato molte difficoltà a trovare qualcosa della giusta misura a causa dell'enorme mole di quel soldato.
Quindici, o forse venti giorni dopo, il gigante, che abitava a Torreglia, tornò a visitare mio padre che stava già molto meglio.
"E la bicicletta..." chiese papà "l'hai riconsegnata alla Mariangela?"
"E già" sogghignò il giovanotto.
"Cosa ha detto?"
"Quella vecchia strega ha detto: -qui l'unica vera danneggiata sono io. Ed ora chi me le ripaga le altre mie biciclette che non si sono trovate più? "