giovedì 5 febbraio 2009

Il procione antistupro


Scorrendo le notizie di stampa, mi ha colpito il titolo "Stuprato un frocione". Francamente sono rimasto abbastanza attonito anche per la terminologia alquanto volgare ed offensiva, ma poi ho letto meglio: lo stuprato non era un frocione ma un procione!
Incredibile, ora anche gli animali selvatici sono a rischio stupro? Ecco l'articolo:

The Sun riferisce della disdicevole avventura capitata al russo Alexander Kirilov, di 44 anni.
Ubriaco e in cerca di compagnia, l'uomo ha tentato di stuprare un procione.L’animale, che girovagava nei pressi di un bar, è stato intercettato da Kirilov che ha subito pensato di intrattenersi intimamente con lui. Per niente divertito il procione, con uno scatto felino si è rivoltato e gli ha letteralmente staccato il pene a morsi. Poi riottenuta la libertà, e con un “souvenir” da mostrare agli amici del bosco, si è dileguato.
Il maniaco, anestetizzato dall’alcol ma comunque dolorante, è riuscito a salire in auto ed a recarsi al pronto soccorso.
I chirurghi plastici stanno tentando di salvare il salvabile, ma un amico dell’uomo ha detto al giornale: “Gli hanno comunicato che potranno rimetterlo parzialmente in funzione, ma non possono riattaccare ciò che il procione ha portato via… Quella parte è andata per sempre”.
Da oggi il 44enne russo potrà forse vantarsi delle proprie performance ma di certo non delle dimensioni del suo “compagno di mille avventure”.

Dopo aver letto l'articolo mi sono chiesto: non sarebbe il caso di importare in Italia qualche migliaio di procioni?

mercoledì 22 ottobre 2008

Ipazia

- Sai? Negli scavi archeologici che si stanno facendo lungo la via Campana, nei pressi di Pozzuoli, sono state rinvenute due bellissime statue di antiche divinità greco-romane; purtroppo entrambe acefale.

- Ace...che?

- Acefale, senza testa. Ed è un vero peccato.

- Beh, Perché non cercano meglio? Sai...scava e scava...

- Inutile. Sicuramente sono state spezzate e distrutte dai fanatici cristiani.

- Ma va...e perché avrebbero dovuto farlo?

- Ah, ma tu stai ancora con l'idea dei miti buoni e bravi cristiani perseguitati e uccisi dai cattivi perfidi pagani come Nerone? Ti sbagli di grosso e ti fai influenzare da fantasie, esagerazioni e polpettoni cinematografici.

- Eh, sarà come dici tu, ma le persecuzioni ci sono state.

- In effetti sia gli imperatori che il popolino romano non vedevano di buon occhio questa gente che non venerava l'imperatore e disprezzava gli dei pagani. Spesso venivano considerati dei menagramo e ritenuti responsabili di mancati raccolti o di epidemie. Certamente non erano ben visti ma non vi fu alcun particolare editto contro di loro fino al 249 quando l'imperatore Decio ordinò a tutti i sudditi di onorare gli dei e di offrire pubblici sacrifici.
I cristiani si rifiutarono e questo venne considerato un attentato politico alla sovranità dell'imperatore.
Queste persecuzioni, che avevano soprattutto matrice politica, divennero molto serie con gli editti imperiali di Diocleziano e Galerio del 303 e del 304 che decretavano la distruzione dei luoghi sacri cristiani e l'obbligo di offrire sacrifici agli dèi, pena la condanna a morte.

- Beh, allora i massacri ci furono, avevo ragione io!

- Sì, ma non peggiori di tanti altri episodi del genere, e del resto non durarono moltissimo se consideri che pochi anni dopo, nel 313 l'imperatore Costantino, con l'editto di Milano, decretò la cessazione delle persecuzioni contro i Cristiani, e la loro piena libertà di culto.

- Poveracci...

- Poveracci un corno! Poco dopo fu la Chiesa il cui potere politico-religioso era ormai divenuto imperante a perseguitare gli altri, e specialmente chi ne intralciava il cammino: pagani, eretici, apostati, ebrei, e persino uomini e donne di scienza.
Migliaia di templi vennero distrutti o trasformati in chiese cristiane, migliaia di statue vennero frantumate o decapitate, le perdite di veri e propri tesori furono immense e incalcolabili.

- Ma quelli che erano ancora devoti agli antichi dei o comunque contrari a questa nuova religione che fecero?

- Cercarono di ribellarsi, ma intanto nel 391 l'imperatore Teodosio I° aveva decretato la proibizione di ogni culto pagano: sacrificare nei templi era un delitto di lesa maestà punibile con la morte. Pensa che ad Alessandria d'Egitto che in quell'epoca era una città colta e cosmopolita, popolata da ampie comunità greche ed ebraiche, vi fu una vera e propria rivolta contro il vescovo Teofilo. Questi, mentre stava trasformando in chiesa il tempio di Dioniso, trovò nel corso dei lavori un tempietto segreto ricco di oggetti consacrati agli dei. E che cosa fece? Sfilò per le strade esibendo quei trofei e ridicolizzandoli.

- Beh, certo non è stata una bella azione...

- I pagani, che tra il popolo erano numerosi, non sopportarono quell'affronto e si ribellarono, ne seguirono violenze contro i cristiani ma i pagani furono messi in fuga e costretti ad asserragliarsi nel tempio di Serapide.
Incurante delle raccomandazioni dell'imperatore che lo invitava ad essere indulgente, Teofilo pensò bene di distruggere il Serapeo e l'annessa biblioteca fino alle fondamenta.

- Perbacco!, ma... in seguito le cose sarebbero migliorate...no?

- No. Peggiorarono. Al vescovo Teofilo, morto nel 412, successe il nipote Cirillo, un tipo violento ed autoritario che, tra le altre cose, distrusse la colonia ebraica di Alessandria e trasformò tutte le sinagoghe in chiese. Inoltre ingaggiò una feroce disputa cristologia contro Nestorio, patriarca di Costantinopoli e riuscì a farlo scomunicare corrompendo, a quanto si dice, monaci e funzionari di corte.
Entrò in conflitto persino con Oreste governatore imperiale della città e fece anche assassinare orrendamente Ipazia nel 415.

- Ipazia? Mai sentito nominare, chi è?

- Ignorante! Ipazia era una donna, una donna di quarantacinque anni molto bella.
Forse la più grande astronoma, filosofa e matematica tra le donne dell'antichità!
Era di origine greca e appartenente alla corrente neoplatonica. Di grandissima sapienza insegnava pubblicamente ed era particolarmente stimata dagli uomini di scienza e dai poeti. Era adorata dai suoi allievi alcuni dei quali si innamorarono perdutamente di lei.
Sinesio, vescovo di Tolemaide, fu uno dei suoi tanti allievi e le scrisse diverse lettere di simpatia ed ammirazione chiedendole anche istruzioni su come poter costruire un astrolabio simile a quello ideato da lei.

- Insomma era anche una specie di ingegnere...

- Sì, è vero. Infatti oltre all'invenzione dell'astrolabio le vengono anche attribuite le invenzioni di una sorta di planisfero e di un orologio ad acqua.
Ma la sua passione era l'astronomia e la filosofia e per oltre vent'anni insegnò agli alessandrini le opere di Platone e di Aristotele oltre a quelle di Euclide, Archimede e Diofanto.
Tenuta in grande considerazione dai suoi concittadini Ipazia ebbe forse tra i suoi discepoli il governatore Oreste che spesso ricorreva a lei e chiedeva il suo parere su questioni di carattere pubblico.

- Ma perché Cirillo la fece uccidere? E come?

- Cirillo era un fanatico che non poteva sopportare l'insegnamento filosofico e pagano di Ipazia, la sua importanza nella vita cittadina e la sua amicizia col governatore. Istigò quindi un gruppo di monaci suoi seguaci, una specie di milizia personale, i quali catturarono Ipazia mentre rientrava a casa, la trascinarono dentro la chiesa costruita sul Caesareion e la massacrarono sadicamente scorticandola fino alle ossa. Quindi ne trascinarono i resti altrove e li bruciarono.

- Oh santa polenta... e Oreste, il governatore, non fece nulla?

- Sì, Oreste fece tutto il possibile: denunziò l'assassinio di Ipazia all'imperatore e pretese un inchiesta.
Venne inviato ad Alessandria il magistrato Edesio per indagare sull'accaduto, ma Cirillo non faticò a corromperlo forte anche dell'appoggio di Pulcheria, sorella dell'imperatore Teodosio II°, la quale era una sua grande devota.
La conclusione fu che Cirillo e i suoi monaci rimasero impuniti.

- Incredibile! Voglio sperare che la Chiesa, in seguito, l'abbia almeno condannato.

- Come no! ... Infatti il 28 luglio 1882 Cirillo di Alessandria, venerato dalla Chiesa copta, da quella ortodossa e da quella cattolica, è stato proclamato... santo e dottore della Chiesa.

sabato 27 settembre 2008

Emergenza web - Comunicato

Emergenza web. L’informazione anglosassone interviene sulla sentenza
di Modica, con un coro di critiche e proteste.

Ci siamo. La condanna inflitta a Carlo Ruta dal giudice siciliano
Patricia Di Marco fa discutere ben oltre i confini italiani. Dopo gli
interventi dell’organizzazione European Digital Rights e di alcune
autorevoli fonti informative europee, a partire da Register del Regno
Unito, la vicenda sta facendo infatti il giro del mondo. Ne danno
riscontro parecchie decine di blog e di siti, soprattutto anglosassoni,
nei quali il caso viene rappresentato come sintomo e sintesi di gravi
deficit giuridici e civili. Da tanti viene associato alla mafia e ai
potentati affaristici che allignano soprattutto nelle regioni del sud,
oggetto peraltro delle inchieste di Ruta, e alle vocazioni illiberali
dell’attuale ceto dirigente nazionale. Da tutti viene colto il
significato regressivo della sentenza siciliana, ravvisando in essa un
attacco gravissimo ai diritti di espressione e d’informazione, sanciti
da tutte le costituzioni liberaldemocratiche.

Per la redazione di Voci Libere
Giovanna Corradini

www.giornalismi.info/vocilibere

Si prega vivamente di diffondere e pubblicare.

sabato 20 settembre 2008

S C I O P E R O (per la libertà)




Clicca qui e soprattutto qui

Chi intende aderire (ricordate che oltre che una protesta per affermare la libertà di pensiero e di opinione è anche in gioco l'interesse di noi tutti) può segnalarlo personalmente con una mail a
carlo.ruta@tin.it
La redazione di Voci Libere:
Libertà sul web. La mobilitazione dei blog continua. La protesta dei blogger contro la condanna inflitta a Carlo Ruta procede in ordine sparso, ma cresce. Negli ultimi giorni parecchi hanno deciso di interrompere il normale iter di comunicazione, ccupando parti consistenti delle home pages con testimonianze di dissenso, forum, comunicati sulla vicenda. In quasi tutti i blog che hanno aderito a tale iniziativa appare una vignetta che recita simbolicamente "chiuso per sciopero". Nei numerosi post che animano la discussione emerge in modo corale lo sdegno verso gli atti repressivi, contrari allo spirito della Costituzione, che stanno passando in Italia a vari livelli. Un significato di rilievo riveste l'adesione all'iniziativa da parte di Paolo Barnard, autore di importanti inchieste su Report e vittima della censura legale. Dalle comunicazioni che ci giungono e dalla rete riscontriamo le seguenti presenze, che restano comunque indicative: sergioberto.blog.tiscali.it;
marcopetrulli.blog.tiscali.it;
julien.blog.tiscali.it;
procopio.blog.tiscali.it;
arte.noblog.org;
camilleri19.spaces.live.com;
polinux.altervista.org;
futuro-remoto.blogspot.com;
nuovaresistenza.wordpress.com;
partitodelsud.blogspot.com;
gabbia.blog.tiscali.it;
vaffanculoday.blogspot.com;
schiavioliberi.blogspot.com;
floreana2.splinder.com;
isimaro.blog.tiscali.it;
peppetisaluta.blog.tiscali.it;
vitaintensa.blog.tiscali.it;
dedicatoaevaristocariego.blog.tiscali.it.;
nonciavretemaicomevoletevoi.blogspot.com;
solleviamoci.wordpress.com;
ossex.blogspot.com;
gaiasaviotti.blogspot.com;
liandyer.blog.tiscali.it;
disordinatamente.blog.tiscali.it;
gabbia.blog.tiscali.it;
flordicactus.splinder.com.
Si prega di comunicare come stanno andando le cose, per darne ulteriori comunicazioni.
La redazione di
Vociliberewww.giornalismi.info;
vocilibereaccadeinsicilia@tiscali.it

lunedì 8 settembre 2008

il Cronovisore


Erano stati necessari oltre sei mesi prima di riuscire ad avere un colloquio con il cardinale.

Il direttore del giornale era dovuto intervenire personalmente mediante le sue importanti relazioni nell'ambiente del Vaticano.

L'argomento "Ernetti" sembrava essere top secret, molte porte si erano chiuse e l'intervista era stata più volte cortesemente rifiutata.

Finalmente il permesso era arrivato e tuttavia il giornalista, benché importante e molto noto, dovette attendere in anticamera quasi un' ora oltre l'orario stabilito prima che il segretario del cardinale gli consentisse di accedere nell'ampio salone rinascimentale dove il cardinale, anziano e rinsecchito, sedeva dietro un'enorme scrivania antica ricoperta di libri, manoscritti ed antiche pergamene.

- Buon giorno, eminenza

- Il Signore sia con te, figlio mio. - sospirò il cardinale. -Purtroppo devo avvertirti che sono sopraggiunti dei problemi urgenti e non potrò dedicarti molto tempo.

- La ringrazio comunque per la disponibilità, eminenza, e cercherò di essere breve entrando subito in argomento. Mi risulta che lei, che è uno degli scienziati più insigni della Pontificia Accademia delle Scienze, abbia conosciuto personalmente padre Pellegrino Ernetti.

Il cardinale sollevò lentamente lo sguardo dalle carte che aveva continuato ad esaminare e fissò il giornalista con occhi acuti e indagatori.

- Non vi siete ancora stancati di raccontare favole su questo povero servo di Dio?

- Io cerco la verità, eminenza.

- La verità? La verità è che si sono raccontate molte, troppe favole su quel povero frate. Padre Ernetti è stato solo un eccellente specialista di musica prepolifonica che insegnava a Venezia nell'Istituto di Prepolifonia presso l'Abbazia di San Giorgio Maggiore. L'unico istituto del genere esistente al mondo, in quell'epoca.

- Sono al corrente, eminenza, ma so anche che padre Ernetti non era un semplice insegnante. Era uno scienziato, esperto in fisica quantica e subatomica, che ha collaborato a lungo con un altro vostro insigne studioso: padre Agostino Gemelli, medico e fisico rinomato nonché presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Mi risulta anche che Ernetti dopo lunghi e approfonditi studi abbia elaborato la teoria che le immagini ed i suoni lascino una traccia del loro passaggio e ne proiettino una impronta indelebile nello spazio.

- Ipotesi, figliolo. Semplici ipotesi.

- Sì, eminenza, ipotesi. Ma anche secondo Jung tutto ciò che avviene resta registrato da qualche parte. Vi è anche un'antichissima tradizione secondo la quale tutto ciò che esiste è come circondato da una pellicola che registra tutto ciò che avviene nel mondo e lo conserva in quelli che vengono denominati gli archivi eterei o "archivi akashici" che, secondo padre Ernetti, sono formati da onde che è possibile captare e decodificare con gli strumenti adatti.

- Fantasie. Favole. Antiche leggende che non contengono quasi nulla di vero.

- Eppure eminenza lei sa bene che secondo la fisica le onde sonore e visive sono energia che non si distrugge ma si trasforma e che, quindi, può essere ricostruita. La teoria atomica e gli studi di Einstein ci insegnano che dal suono e dalla materia disgregata è possibile ricostruire e ricomporre la loro forma originaria.

- E' vero. Ma sono solo e soltanto teorie accademiche non vi è alcuna...

- Mi scusi eminenza, ma già nel 1972 i giornali riferirono che padre Ernetti partendo da questa teoria e dallo studio dei suoni mediante l'analisi dell'oscillografia elettronica avrebbe realizzato, avvalendosi anche della collaborazione di una dozzina di scienziati tra i quali Enrico Fermi e Werner Von Braun, uno straordinario apparecchio chiamato cronovisore con il quale sarebbe stato in grado di vedere ed ascoltare qualsiasi avvenimento del passato...

Il cardinale, con un sorriso, sollevò leggermente una mano diafana e trasparente come una foglia secca in un cenno di attesa .

- E non ti sembra strano, figliolo, che sia Fermi come Von Braun non abbiano mai fatto cenno a studi del genere? Rassicurati. Ho conosciuto personalmente padre Ernetti, era un valente scienziato ma anche un uomo di grande fantasia ed umorismo che si divertì a prendere in giro Vincenzo Maddaloni, l'inviato della Domenica del Corriere. Quando il suo scherzo principiò ad avere una diffusione ed una popolarità che lo stesso autore non avrebbe mai immaginato fu lo stesso Ernetti a rammaricarsene per primo e non ne parlò mai più. Comunque il vostro Massimo Polidoro, segretario nazionale del CICAP e docente di metodo scientifico all'università di Milano ha già ampiamente spiegato come il cronovisore sia solo una fantasia, una leggenda metropolitana.

- Eminenza lo so. Ma so anche che padre Francois Brune docente di Teologia e di Sacra scrittura e che ha conosciuto molto bene padre Ernetti ha pubblicato un libro sui misteri del Vaticano in cui si afferma che il cronovisore è segretamente occultato per ordine del papa Pio XII che mise tutto a tacere ritenendo l'invenzione estremamente pericolosa. Inoltre padre Ernetti non parlò solo con Maddaloni ma anche con altri giornalisti ed amici scienziati affermando di aver captato con il suo cronovisore discorsi di Napoleone, di Cicerone, oltre ad aver assistito,registrandola e trascrivendola, alla tragedia perduta "Tieste" del poeta latino Ennio del 169 a.C. Pare anche che con il suo apparecchio abbia captato, con profonda emozione, il processo e la crocifissione del Cristo che ha anche fotografato. Nel libro di Brune sono riportate le parole che gli avrebbe confidato padre Ernetti: " vidi tutto. L'agonia nel giardino, il tradimento di Giuda, il processo...il calvario".

- Lei sa bene - disse freddamente il cardinale, passando al "lei" e alzandosi in segno di congedo - Lei sa bene che la trascrizione del Tieste è stata ritenuta un falso da una insigne studiosa, la professoressa Katherine Owen Eldred. Così come è un falso la cosiddetta immagine del Cristo che è soltanto una foto della scultura dello spagnolo Cullot Valera che si trova nel Santuario dell'Amore Misericordioso vicino Todi. Ed ora mi scusi ma i miei impegni, come già le ho detto, non mi consentono di trattenerla oltre.

- La ringrazio Eminenza ma vorrei...

- Stia tranquillo, la benedico e vada con Dio, le assicuro che questo argomento è privo di qualsiasi valore e non merita alcuna ulteriore attenzione.

Deluso e frustrato, inchinandosi al bacio dell'anello cardinalizio, il giornalista si congedò, accompagnato alla porta dal segretario del cardinale, prontamente accorso allo squillare di un campanello.

Rimasto solo il cardinale si afflosciò stancamente nella poltrona.

Con mano tremante sollevò la pesante collana d'oro che portava al collo e dalla quale pendeva, nascosta sul suo petto, la bizzarra e irriproducibile chiave di altissima sicurezza che apriva, nei sotterranei del Vaticano, la stanza segreta di cui solo lui ed il papa erano a conoscenza.

La contemplò a lungo mentre il suo viso, pallido e ascetico, sembrava ancora più vecchio. Poi, con un sospiro, tornò a nasconderla sotto l'abito talare.

lunedì 30 giugno 2008

L' inquisitore ed il Templare

Il mio vecchio amico Conte Engel Von Waldreihausen mi ha raccontato un'altra delle strane storie raccolte durante i suoi avventurosi viaggi. Ancora una volta ho chiesto ed ottenuta la sua autorizzazione a renderne partecipi i miei amici:

L'ultimo sorso.

Incatenato, lacero, sanguinante dalle decine di ferite che gli costellavano il torso sudato, l'imputato giaceva sulla ruota; i suoi pollici erano saldamente legati da strisce di cuoio come i suoi polsi, e la povera schiena si arcuava in una posizione innaturale che seguiva la curvatura dello strumento di tortura. Poco lontano, tre o quattro ferri da marchio si arroventavano sulle incandescenti braci di un improvvisato braciere, ma non erano per lui, e lui lo sapeva: non la marchiatura lo attendeva, nè lo scudiscio che, arrotolato, pendeva da una della pareti annerite dal fumo e dall'umidità della sotterranea cella in cui lo avevano trasportato, in stato di semi-coscienza, dopo averlo buttato giù da cavallo appena dopo oltrepassata la soglia del castello di Königswinter.
Maledetto castello, maledetto viaggio, e maledetto lui, che aveva accettato di portare quel dannato scrignetto da Chartres ad Ulm, a quel vecchio frate dall'aria sorniona, che gli aveva impartito una rapida benedizione ed era sparito all'interno del suo tetro convento.
Pareva che da allora tutto avesse congiurato contro di lui: derubato delle sue armi e dell'intera armatura la notte che si era fermato a Mainz, e degli ultimi soldi nella scarsella la sera in cui aveva deciso di pernottare in una lercia locanda di Koblenz, a sua insaputa praticata dal fior fiore dei tagliaborse del Reno, derubato infine del cavallo quella stessa mattina da due manigoldi che lo avevano affrontato - loro armati e lui inerme - sulla strada di Ulmar, a poche leghe da Koblenz, si era improvvisamente trovato dinanzi alla porta che consentiva l'accesso al tristo, nero maniero di Königswinter, ricoperto soltanto della sua cotta di maglia e del manto da Templare, e munito della speranza che in un castello di Fratelli avrebbe finalmente trovato pace. La rossa croce dei Templari spiccava sul suo candido manto, e la fiamma che essa gli aveva acceso nel cuore sin da fanciullo ardeva ancora nelle parole con cui si era rivolto all'armigero che lo guardava attonito dalla feritoia della postierla.
Non aveva fatto a tempo a chiedergli di annunciarlo al Priore cui il maniero era affidato, che solide braccia lo avevano avvinghiato e tenuto fermo mentre un giovane stalliere si affrettava a passargli intorno alle caviglie ed ai polsi le pesanti catene che ancora sentiva mordergli le carni.
L'Inquisitore era di poco lontano da lui, ora, nella cella delle torture, e parlottava con un Ufficiale del castello; non riusciva a sentire cosa si dicessero, ma i toni della discussione erano abbastanza concitati da evocare in lui il timore di ulteriori tormenti. Per Dio! Come osava un meschino inviato del Papa lasciare che qualcuno mettesse le mani addosso a lui, Geoffroy de Montillon, ordinato frate dell'Ordine dei Templari oltre dieci anni fa, quando aveva soltanto quindici anni, grazie all'influenza del suo amato zio Frà Gilles de Chartres ed al consenso del Vescovo Philippe Denoire di Marsiglia?
Il sangue gli ribolliva nelle vene, ed alla fine l'indignazione esplose in un lacerante urlo che ebbe il potere di arrestare bruscamente la conversazione.
"Marrani! Gente senza Dio! Non sapete..." una bruciante sferzata sulla bocca gli tolse il fiato ed interruppe la valanga d'improperi che stava per prorompere dalle sue labbra. L'Inquisitore si avvicinò a lui con un ipocrita, semi compiaciuto sorriso sulle sottili labbra violacee. La sua età era indefinibile: una rete di rughe si affollava attorno ai suoi occhi, e pesanti borse gli scendevano da questi ultimi sulle pallide guance; il naso, affilato come un coltello, presentava nel mezzo una gibbosità che ricordava a Geoffroy un cammello portato un tempo nella sua città natale da un manipolo di Cavalieri di ritorno da Acri. Gli occhi, al contrario, erano nerissimi - come i capelli - e vivaci, pieni di barbagli riflessi dalle fiamme del braciere fumante. Quegli occhi, ora, lo frugavano senza posa, cercando di penetrare nei più reconditi segreti del suo animo, scavando infaticabili i suoi occhi per scovarvi chissà quale nequizia, quale orrenda colpa. Un nero cappuccio gli copriva il capo, e gli occhi, inquadrati in quella lugubre cornice, scintillavano ancor di più nell'ombra della cella.
"Allora, Fratello mio" proruppe d'un tratto la voce cavernosa dell'Inquisitore " confessa le tue colpe e dicci cosa conteneva il cofanetto che hai consegnato al frate che sei andato a visitare ad Ulm! Saremo clementi e ti lasceremo la vita, se saprai dircelo. Chi te lo ha consegnato, e con quali istruzioni?"
"Io obbedisco solo agli ordini del Gran Maestro!" rispose seccamente Geoffroy, ma sentì tendersi di nuovo il cuoio che gli serrava i pollici, al piccolo movimento che il carnefice aveva dato alla a ruota . L'Inquisitore sorrideva, questa volta, mentre sulla fronte di Geoffroy sottili perle di sudore si univano a formare un rivolo che iniziò a scorrergli sulle guance.
"Ne sono ben certo, fratello mio" nuovamente si fece udire la profonda voce dell'Inquisitore " ma quali erano questi ordini, e cosa vi ha detto del contenuto del cofanetto?".
Le cinghie si tesero di nuovo, quasi a fargli capire che ove la risposta non avesse soddisfatto l'Inquisitore un nuovo giro di ruota ne sarebbe stata la punizione. Geoffroy, al di là del dolore ai pollici ed alle caviglie, sentiva il suo respiro divenire sempre più pesante e difficile. La curvatura della ruota sui suoi reni cominciava a divenire insopportabile, e la spina dorsale era tesa al limite della rottura. Si chiese se in fin dei conti la banalità della sua missione - portare un cofanetto del suo Gran Maestro al frate di Ulm - valesse la sua vita, e decise in cuor suo di no: salva la sua vita, salva anche la sua possibilità di vendicarsi, nonché di denunciare l'attacco che l'Inquisitore aveva tramato ai suoi danni. Perché, poco ma sicuro, quegli doveva già trovarsi al castello quando egli vi era giunto: non c'era stato, fra la sua cattura e l'attuale tortura, il tempo perché qualcuno arrivasse a Colonia e facesse mandare dal Vescovo un Inquisitore, anche se la distanza da Colonia era di poche leghe.
"Confessa!" l'urlo dell'Inquisitore e la fitta lacerante di un nuovo giro di corda esplosero contemporaneamente nel suo cervello.
"Non lo so!" il tono piagnucoloso della sua voce sbalordì lui stesso. Cercò di farsi forza contro le ondate di dolore che attraversavano il suo corpo e forzò ancora i muscoli del torace perché consentissero ai suoi polmoni di prendere aria. Il sudore scendeva ormai a fiotti lungo il suo viso e sull'intero suo corpo, mescolandosi al sangue che aveva ripreso a sgorgare dalle piaghe di cui era coperto.
"Il Gran Maestro mi ha solo consegnato il cofanetto e mi ha ordinato di portarlo dal frate. Non so cosa vi si trovasse, né perché fosse sigillato, e non sono certo io quello che infrange i sigilli del Gran Maestro!" si sentì dire in modo impastato e confuso che assomigliava al parlare di un ubriaco.
La tensione delle cinghie si allentò di qualche millimetro, ma senza allentare il dolore che ormai lo stesso pulsare delle vene accentuava ad ogni battito del cuore.
"Così non lo sai, traditore!" La rabbia impotente dell'Inquisitore gli soffocava la voce, ma fu solo un attimo; di nuovo melliflua e suadente, essa riformulò la stessa domanda in modo ampolloso e formale : "Fratello mio, il Santo Padre ed io, suo umile servo, non abbiamo nulla contro di te personalmente. Hai obbedito agli ordini del tuo Maestro, come la Regola dell'Ordine t'impone, ma ritengo che, prima di affidarti il cofanetto e di impartirti gli ordini che fedelmente hai eseguito, il Maestro ti abbia detto quanto importante fosse la missione che ti era stata affidata, o che ti abbia spiegato il perché di essa, se non proprio quello che era contenuto nel cofanetto. Cerca di ricordare, e confessa a me, che ora sono il tuo confessore e rappresento il Sommo Pontefice, che cosa ti è stato detto oltre agli ordini che ti sono stati impartiti. Io ti sciolgo da qualsiasi giuramento tu abbia fatto al tuo Maestro in nome della ben più alta maestà del Pontefice, il quale ti lascerà salva la vita attraverso di me, se tu confesserai. Coraggio!"
Questa volta, le cinghie avvinte ai suoi pollici non si tesero, e poté vedere l'Inquisitore chino presso di lui, immobile, tendere l'orecchio per carpire il minimo bisbiglio o respiro. Anche il suo viso era imperlato di sudore, ora, ed il sorriso beffardo si era spento sulle sue labbra.
"Padre", cominciò Geoffroy a dire, nella speranza di far trascorrere altro tempo e godere di quella pausa delle sofferenze inflittegli dal carnefice.
"Ti ascolto" rispose l'Inquisitore; nei suoi occhi si era acceso un barlume di speranza che il prigioniero parlasse, alfine.
"Padre", riprese Geoffroy "Ero nella scuderia quando un valletto mi venne a chiamare dicendo che il Gran Maestro De Molay mi voleva immediatamente alla sua presenza. Lasciai tutto, e corsi all'obbedienza nello studio del Gran Maestro senza indugiare un attimo." Sentì che la sua voce era poco più di un mormorio a causa della sua gola secca, e delle labbra che sembravano tradirlo nel pronunciare le parole.
"Mi ha consegnato un cofanetto di legno, recante sul coperchio la Santa Croce del Tempio, e mi ha detto solo di portarlo com'era al frate guardiano del Monastero di Ulm. Ho visto che era sigillato, ed ho pensato di avvolgere il cofanetto nel mio mantello perché i sigilli non si rompessero nel viaggio sbattendo contro la sella o l'armatura. E' tutto!"
" Fratello mio, " riprese l'Inquisitore " credo a quello che dici. Dimmi ora, cosa disse il frate nel ricevere dalle tue mani il cofanetto?" Il tono della voce dell'Inquisitore era ora affrettato, quasi impaziente.
"Mi ha benedetto" rispose Geoffroy "per la cura che avevo posto nel trasporto e per il poco tempo che avevo impiegato da Parigi ad Ulm. Tre giorni e tre notti ininterrotti a cavallo, fermandomi solo a castelli e guarnigioni dei Fratelli per cambiare montatura. Ha anche detto che il suo ringraziamento e le sue benedizioni sarebbero state ben poca cosa a fronte della gloria che i miei Fratelli mi avrebbero tributato per l'assolvimento tempestivo della mia missione. Padre..." gli occhi gli si inumidivano pensando ai suoi Fratelli, e la gola si faceva sempre più secca.
Non poté completare la frase : un messaggero irruppe nella cella delle torture brandendo una pergamena in una mano e strappandosi il cappello con l'altra.
"Benedicite!" quasi urlò inginocchiandosi dinanzi all'Inquisitore e porgendogli la pergamena. "Il Priore di Ulm ha detto di consegnare questo all'Eccellenza Vostra al più presto: ho cavalcato senza pause da lì a Colonia, ma Sua Eminenza mi ha inviato qui a raggiungervi!"
Cercò di riprendere fiato dopo quella sequela di parole trafelate, ma lo sguardo gli cadde sul prigioniero ed un nuovo fiotto di parole gli sgorgò dalle labbra.
"Lo conosco! " disse agitato " E' lui il cavaliere che ha portato al Frate Guardiano di Ulm il cofanetto che è sparito! Cavaliere - soggiunse in direzione di Geoffroy - dove è stato messo il cofanetto? Il Priore è infuriato perché non lo si trova!" In quella, un terribile ceffone lo mandò a gambe levate sul pavimento.
"Taci!" urlò perentoriamente l'Inquisitore, fra le cui mani, ora aperta, era la pergamena portatagli dal messaggero.
Finì di leggerla e quindi ordinò al boia di slegare dalla ruota Geoffroy e di portarlo in una cella. La sua voce era ora furente, e gli occhi gli lampeggiavano nell'ombra del cappuccio.
La paglia sul pavimento era fresca, e da una feritoia in alto un soffio d'aria pura giungeva fino a lui. Si adagiò sulla grigia pietra, e riprese a respirare quasi normalmente. Le catene lo serravano orribilmente intorno ai polsi ed alle caviglie, le piaghe lasciate dalla frusta e dai bastoni sul suo corpo bruciavano e continuavano a sanguinare, ma grazie a Dio era almeno vivo! Abbandonato sul pavimento, cominciò a massaggiarsi i pollici, gonfi e violacei, col dorso ora di una ora dell'altra mano.
Dopo qualche ora di quel passivo abbandonarsi alle ondate di dolore che attraversavano il suo corpo, i pensieri si fecero gradualmente più chiari, e si rese conto della circostanza che, se l'Inquisitore già lo aveva atteso al castello, ciò poteva significare soltanto che sapeva che lui sarebbe stato costretto a passare di lì ed a chiedere soccorso. A sua volta, ciò implicava che i furti che aveva subito a Koblenz ed a Mainz dovevano essere stati organizzati ai suoi danni da qualcuno che voleva che lui si fermasse al castello del Fratello Templare di Königswinter prima di recarsi a Colonia, presso la Casa Capitolare dell'Ordine. Ciò significava a sua volta che fin dall'inizio della sua missione qualcuno lo aveva tradito ed aveva comunicato alle guardie del Vescovo di Colonia - od alle sue spie - la sua missione ed il suo itinerario. Finché era stato in Francia, od aveva attraversato le contrade della pacifica Elvezia, il suo cammino non era stato né seguito né intralciato, ma appena sul suolo bavarese, anche se in ritardo sul suo fulmineo viaggio ad Ulm, le sue mosse erano state seguite e spiate.
Sicché, si trattava di un attacco proditorio contro di lui per procurare al fedelissimo Vescovo della cattolicissima Colonia il cofanetto ed il suo evidentemente prezioso contenuto! Fitte di dolore gli attraversavano di tanto in tanto la schiena, e sentiva il sangue pulsargli a tratti nei pollici doloranti e gonfi. Il sangue perso ed il sudore che profusamente era sgorgato dalla sua pelle durante quell'interrogatorio da incubo gli avevano fatto venire una sete insopportabile. Si fasciò le mani con quel che restava del saio che ancora cingeva i suoi lombi, e tempestò di colpi la porta di quercia che chiudeva la cella in cui era stato gettato di peso.
Nessuno accorse ai suoi colpi, né ai suoi richiami. Certamente le sue grida dovevano pur uscire dalla feritoia che, lassù in alto, dava aria alla cella, ma ore dopo, neanche quando la sua voce si cominciò a spegnere, nessuno venne in suo soccorso, aguzzino, soldato, sacerdote o diavolo che esso potesse essere là fuori.
Le ore passarono. La cella divenne fredda e scura, la pioggia lasciò filtrare alcune gocce sulla parete che si raccolsero in una cavità di uno dei blocchi di granito di cui il pavimento era fatto, accanto alla sua bocca riarsa. Ma egli non se ne avvide. I suoi occhi aperti e privi ormai di vita fissarono per giorni e giorni quell'ultimo sorso cui egli anelava, senza vederlo.
I mesi passarono, e gli anni. Ed ogni anno, il 22 settembre, grida disumane si sentono provenire dalle rovine del castello di Königswinter, grida che lentamente si spengono arrochite come se a trarle fosse un uomo agonizzante di sete. La foresta di scure querce, là sulla cima dello sperone roccioso su cui il moncherino della vecchia rocca ancora si erige puntato verso il cielo, riecheggia di quelle grida, ed esse talvolta giungono fino alla riva del Reno, dove i vecchi traghettatori, i pescatori ed i circa duecento abitanti del piccolo villaggio si guardano negli occhi l'un l'altro e sussurrano "Stasera il vento è davvero forte, lassù!".
Nel libri di storia si legge che il Gran Maestro dei Templari ed altri quattro Dignitari dell'Ordine furono arrestati il 13 ottobre del 1307 dalle guardie di Guillaume de Nogaret su ordine di Filippo IV il Bello, Re di Francia, col consenso tacito del Pontefice di Santa Romana Chiesa Clemente V allora risiedente inTroyes.
Il processo, basato sulle false confessioni di Fratelli che si rivelarono da subito inconsistenti, fu voluto, organizzato, seguito ed assistito in ogni sua fase dal Ministro di Sua Maestà, ma il tesoro dei Templari non venne mai ritrovato. Ne mai si reperì alcuna prova sicura della loro colpevolezza. In molti, nei secoli che seguirono, sostennero che lo scioglimento dell'Ordine e la persecuzione dei suoi appartenenti siano stati voluti dal de Nogaret e dal suo re per poter mettere le mani su quel tesoro, ma tutto resta ancora avvolto nelle brume dell'incertezza che gli anni spargono a piene mani sulla storia degli uomini.
Il 13 ottobre di ogni anno, in Rue Vieille du Temple, a Parigi, sono poche le persone che dormono sonni tranquilli. Fra le due e le tre della notte, infatti, la stretta strada del centro parigino risuonano degli zoccoli di molti cavalli, e di grida strozzate. Dal legno di portoni che da anni sono polvere si levano colpi sonori e cardini che ormai non esistono più, dissolti dalla ruggine, stridono aprendosi a quei colpi. Voci soffocate, ordini, grida terrorizzate riecheggiano fra edifici più volte ricostruiti, per vicoli ripavimentati cento volte, disperdendosi negli anfratti delle corti e dei portoni.
La gente ascolta, e tace; spesso non sa perché tutto ciò accada, cosa esso significhi o rammenti: tanto, dopo qualche minuto tutto è di nuovo silenzio, ed i pochi che il rumore ha ridestato mandano un accidente agli ignoti nottambuli e riprendono sonno.
La Senna, a poche centinaia di metri, diviene allora sporca delle ceneri di qualche grande falò, mescolate ad ossa che potrebbero apparire umane. Anch'esse dopo poco spariscono, portate via dalla corrente. La sagoma di Notre Dame si profila contro il cielo illuminato, ed i fari dei bateaux-mouches spazzano gli ultimi innamorati sulle banchine deserte delle banchine del fiume.. I clochards si rigirano infastiditi e smaltiscono in sonore russate, fra i cartoni che li ricoprono, il cattivo vino che li ha messi fuori combattimento.
Ma non è che frutto della fantasia. Immagini prese da vecchi film e da libri ancora più antichi.

Nella foto: rovine del castello di Königswinter

venerdì 13 giugno 2008

Scoop, scoop, scoop!

Scoop, grandissimo scoop, l'avventuriero nonchè eccezionale fotografo Monsieur Bertoux è riuscito, in ANTEPRIMA MONDIALE ad ottenere delle foto incredibili. Dopo numerosi appostamenti, e dopo essersi camuffato da cane di S. Bernardo, è riuscito ad infiltrarsi nel posto più segreto ed Off Limits del mondo ed a rubare le immagini di alcune partecipanti al Gran Torneo di lotta libera femminile patrocinato e realizzato dal folle psicologo Antonio76 con la collaborazione di Raz e Marcos, noti boss del settore delle scommesse clandestine sugli incontri di lotta libera.
Ed ecco a voi, fortunatissimi visitatori, questa incredibile meravigliosa fotografia!
Come potete vedere, da sinistra verso destra sono raffigurate le bellissime Hellcat e Misty, poi la languida Nenet seguita da Tali ed Info. In basso la splendida Simona.
Dura, lunga e difficile è stata l'impresa dell'inarrestabile Monsieur Bertoux. Individuare la villa bunker, seminascosta dietro il Monte Pellegrino non era stato facile, solo grazie all'occhio esperto di due abili informatori, originari di Sferracavallo, era riuscito nell'impresa. Superare gli sbarramenti elettronici, i cavalli di Frisia ed il muro di cinta non era stato impossibile, ma il peggio doveva ancora venire.
Feroci cani da guardia lo avevano attorniato sospettosi e solo dopo aver offerto loro generosi sorsi di cognac dalla fiaschetta che portava al collo era riuscito ad allontanarli.
Solo una languida cagna alsaziana aveva cercato a lungo di sedurlo ma il prode fotografo era riuscito infine ad allontanarla. (purtroppo ignoriamo se prima o dopo aver ceduto alle sue voglie. Da perfetto gentiluomo Monsieur Bertoux si è sempre rifiutato di svelare intimi particolari su i suoi rapporti con l'altro sesso)
Ma poteva ormai desistere dall'impresa l'indomito avventuriero? certamente no. Arrampicatosi faticosamente su di una grondaia riusciva nell'impresa di fotografare anche la sensuale Elle.








Guardie armate si aggiravano sospettose nei paraggi e le canne dei loro mitra scintillavano minacciosamente sotto i raggi del sole calante. Enormi giapponesi, esperti in arti marziali, scrocchiavano le dita già pregustando di frantumare le ossa di qualsiasi intruso.
Ed ecco, seminascosta nell'ombra, una delle perle del torneo: la meravigliosa impavida Lady Giovanna.
Uno scatto furtivo, ed il potente teleobiettivo della Leica M8 aveva immortalato un'altra preda.



Il lieve rumore provocato dalla macchina fotografica aveva però allertato l'udito finissimo di un giapponese.
Sogghignando maligno, e già pregustando la preda, l'omone si era a sua volta inerpicato lungo la grondaia.
Uno scricchiolio mise in allarme Monsieur Bertoux che si girò di scatto.
Il giapponese si era intanto fermato, bloccato dalla sorpresa di scorgere un cane sanbernardo. Era l'occasione che il nostro eroe non si lasciò sfuggire: un colpo di taglio alla giugulare del nipponico, sferrato con la sapiente esperienza di anni di lotte e di vita avventurosa mise immediata fine a quella che poteva essere una lotta mortale.
Non c'era più tempo. La rovinosa e fragorosa caduta del gigante aveva destato sospetti e già si udiva il vociare delle guardie ed i loro passi pesanti.
Ecco, un'altra occasione: un gruppo di lottatrici seminascoste in un angolo oscuro della villa si erano girate verso di lui. La mano, ancora dolorante per il tremendo colpo sferrato, pigiò rapida lo scatto della fidata Leica.
Ed eccole lì: Anna, Titania, Roberta, Fiore, Faraluna e la sorella di Spygirl che non si allontana mai dalla sua consanguinea per difenderla dai continui approcci di giovani gagliardi e vecchi bavosi fulminati e sconvolti dalla prorompente sensualità e dalle straordinarie attrattive della sorella.
Monsieur Bertoux, si morde le mani. La sua impresa non può dirsi compiuta senza quell'ultima straordinaria foto. Ma i guardiani sono ormai alle sue calcagna. Rattatà rattatà, rattatà. I mitra scottano tra le mani dei bravacci e le pallottole sibilando sfiorano il coraggioso avventuriero.
Un volteggio. Un calcio alla gola del guardiano che osa affacciarsi al bordo del tetto, un salto acrobatico e Monsieur Bertoux è già in piedi sul muro di cinta.
Un ultimo disperato sguardo alla villa mentre le pallottole già gli strappano il pelo dalla collottola, ed ecco il miracolo. L'ultima apparizione. L'ultimo vittorioso scatto e l'ultima splendida foto: Spygirl!

Missione compiuta!