venerdì 3 aprile 2009

LA PATTINATRICE DI SHENKLEY PARK


Il mio vecchio amico Conte Engel Von Waldreihausen mi ha raccontato un'altro dei misteriosi avvenimenti accaduti durante i suoi avventurosi viaggi.

PERCHE' ?

La vita può apparire monotona e povera di nuovi eventi solo agli occhi di chi è tanto insensibile o idiota da non riuscire a guardarla con la giusta attenzione. L'ignoto, l'imprevisto e l'inconoscibile sono sempre dietro l'angolo, pronti a manifestarsi dinanzi a noi senza che - il più delle volte - non ce ne rendiamo neanche conto.
Nei momenti di noia, di scoramento o di semplice cattivo umore, l'episodio della pattinatrice di Shenkley Park mi riporta in mente ad un periodo estremamente stimolante della mia vita, alle persone che ne fecero parte ed al mistero che vi penetrò bruscamente ed in modo duraturo.
Trascorrevo, molti anni fa, alcuni mesi a Pittsburgh, in Pennsylvania, per seguire un corso post-universitario di gestione aziendale presso una prestigiosa, anche se non proprio antica, Università colà fondata alla fine del secolo scorso da due facoltosi uomini di affari passati alla storia del loro Stato, se non anche del loro Paese. La mia buona conoscenza dell'inglese, unitamente alla discreta preparazione di stampo matematico e statistico che mi ero fatta all'inizio del mio rapporto lavorativo presso il Dipartimento di ricerche dell'Istituzione presso cui ancora lavoravo, erano stati i motivi di base della scelta del mio nominativo fra quelli dei numerosi altri colleghi che avrebbero potuto esservi inviati. Non che vi fossero potenziali limiti di numero da parte dell'Università o del mio datore di lavoro; il problema era che, per motivi diversi e non più interessanti per alcuno, il tempo della designazione stringeva e non consentiva di fare una selezione dei possibili candidati a quello che era considerato una carta in più ai fini della futura carriera in seno all'Istituzione stessa.
Ovviamente avevo accettato con curiosità e quasi come una sfida l’incarico affidatomi, soprattutto perché un caro Amico e Collega che aveva partecipato al Corso l'anno precedente mi aveva descritto come "massacrante" l'impegno che esso richiedeva.
E aveva perfettamente ragione, anche se, per molti altri aspetti, esso si rivelò talmente interessante e coinvolgente da non farmi quasi accorgere delle nottate quasi in bianco trascorse sui libri, delle serate passate davanti al terminale del sistema elaborativo od in accalorate riunioni del gruppo di lavoro in cui ero stato inserito.
Le lezioni impegnavano sei giorni su sette, ma per motivi d’igiene mentale avevo deciso che le mie domeniche non dovessero essere riservate al riposo "riparatore" del sonno perso durante gli altri giorni, bensì all'evasione e alla ricognizione delle attrattive che la città potesse riservare. Era divenuta quindi mia buona abitudine uscire di buon mattino dall'albergo - non lontano dall'Università - per scendere "downtown" in città ed aggirarmi fra punti noti e meno noti di riferimento al fine di "capire" questi americani, così strani agli occhi di noi europei.
Qualche volta, bisognoso di relax e di movimento, mi recavo a passeggiare nello Shenkley Park, prossimo al "campus" universitario, a godermi i colori dell'inverso, il lindore della neve fresca e l'osservazione degli scoiattolini chipmunk che guizzavano agilmente fra i rami.
Fu una di quelle volte, che mi accadde di vedere qualcosa il cui ricordo permane ancora vivido nei miei occhi, oltre che nella mia memoria.
Sullo specchio d'acqua gelato prospiciente una fontana ornamentale - un laghetto di pochi metri di diametro - una bambina bionda, coi capelli raccolti in una cuffietta di lana bianca ed il tutù classico che le lasciava scoperte le esili gambette infantili, eseguiva eleganti evoluzioni su pattini metallici che brillavano come fossero d'argento polito. I suoi movimenti erano aggraziati ed agili, propri di chi ha molta più esperienza e padronanza del proprio apparato muscolare di quanto non sia da attendersi dall'età dimostrata dalla bambina. La sua figuretta sottile, ben delineata dal costumino celeste che l'avvolgeva, si stagliava contro lo sfondo candido della neve che abbondante ricopriva la fontana ed i bordi della vasca dinanzi ad essa. Non ho mai visto un angelo, ma quando essi si mostrano, sono certo che non possono essere più leggiadri, eleganti e sciolti di quella ragazzina nel movimento e nella gestualità.
I pochi raggi di sole che filtravano fra il fitto fogliame degli alberi intorno alla fontana la illuminavano a sprazzi conferendo alla scena una luce d'irreale e di fabuloso mentre la bambina ricamava sul ghiaccio del minuscolo specchio d'acqua ghirigori complessi e luminescenti in toni madreperlacei.
Restai incantato per oltre un quarto d'ora a guardarla, e ad un tratto essa si accorse di me, si voltò nella mia direzione, e mi sorrise. Ricordo ancora il suo radioso sorriso, che l'assenza di un incisivo superiore arricchiva, anziché deturparlo, e rendeva ancora più tenero e dolcemente infantile.
Le sorrisi in risposta ed accennai un applauso dicendo ad alta voce "brava!". Deve avermi capito, perché il suo sorriso si allargò ancora.
D'improvviso, sentii una voce alle mie spalle che chiamava il mio nome: "Engel!"
Mi voltai per riconoscere il proprietario della voce, ed incontrai il viso sorridente di Bill Robinson, dirigente di una grossa Corporation di Los Angeles che frequentava il corso con me.
- "Ma che fai, parli da solo? La vecchiaia è brutta, eh?" mi disse continuando a sorridere .
Gli strinsi la mano, pensando una volta di più che gli americani sono matti. Sudato, con i capelli scompigliati, leggermente ansimante nella fresca aria del mattino, Bill vestiva una tuta da ginnastica con la quale - non era la prima volta che lo vedevo così conciato - faceva jogging quasi tutte le mattine prima delle lezioni, malgrado i suoi non più verdi anni.
Ricambiando il sorriso gli risposi :
- "Non ti ho sentito venire. Ero solo incantato a guardare quella ragazzina che pattina sul ghiaccio: è piccola, ma è davvero brava!"
Mi volsi allo stesso tempo in direzione della fontana, e rimasi come un allocco mentre Bill commentava:
- " Anche peggio, ragazzo mio : hai pure le allucinazioni! Devi farti visitare da uno strizzacervelli”.
Aveva ragione.
Lo specchio gelato dinanzi alla fontana era del tutto deserto, e la sua superficie era liscia e tersa senza che una minima traccia ne rigasse la superficie.
-" Ma... - balbettai - eppure l'ho vista... "
- " Va là - ribatté Bill - forse cominciano a mancarti le tue figlie ed immagini di vederne una solo perché le vorresti vicine a te anche qui".
Pensai che fosse meglio lasciar cadere la cosa, e cambiai discorso chiedendogli se non sentisse freddo, e come mai almeno la domenica non facesse una dormita più lunga del solito.
Chiacchierammo di futilità per due o tre minuti, poi Bill mi lasciò per riprendere il suo jogging prima che il sudore gli si gelasse addosso.
Andato via lui, rimasi qualche minuto solo, dinanzi alla fontana, con la mente piena d'interrogativi senza risposta, guardando e riguardando la superficie della fontana su cui qualche foglia secca degli alberi circostanti cominciava a posarsi delicatamente. No, ne ero certo, avevo visto la bambina, l'avevo ammirata a lungo, e il fatto che non una benché minima traccia dei suoi pattini fosse rimasta impressa sul ghiaccio non significava e non poteva significare che avessi avuto un'allucinazione.
Mi allontanai dalla fontana e dal parco, e continuai per alcune ore a portare negli occhi - come faccio tuttora a venti e più anni di distanza - quella visione dolcissima e, ogni minuto di più, evanescente.
La realtà prese il sopravvento. Le lezioni, i gruppi di lavoro, le conferenze che facevano da corollario al Corso e la vita di ogni giorno con i mille impegni che comportava, mi tennero la mente lontana dalla mia visione per alcune settimane.
Poi, venne il long week-end. Un fine settimana su quattro il fine-settimana cominciava il giovedì pomeriggio per dar modo ai partecipanti al corso che abitavano meno lontano degli altri di tornare a casa per stare un po' con le loro famiglie. D'altronde, l'età media dei partecipanti stessi era tale che la stragrande maggioranza di essi aveva già famiglia.
Il fatto di trovarmi a settemila chilometri dal mio Paese, e l'entità del costo di un passaggio aereo fino in Germania e ritorno, mi escludevano dal numero dei fortunati che potevano godere di quel privilegio, sicché accettai l'invito del Decano della Facoltà ( un pittsburghiano da tre generazioni di rara intelligenza e di ancor più rara cultura, una vera eccezione per lo standard culturale statunitense) ad andare con lui in auto a far visita al fratello in un paesino ad una cinquantina di chilometri dalla città.
Ebbi così modo di vedere anche l'interno della Pennsylvania, i suoi boschi di alberi alti e scuri, quasi tutti pluricentenari, ed il fluire tumultuoso dei fiumi che attraversano lo Stato. Sia il Monongahela che l'Allegheny, che ancora recano i nomi loro dati dalle tribù dalla pelle rossa che abitavano quell'area all'arrivo dei primi coloni americani, confluiscono tumultuosamente a formare il fiume Ohio proprio a Pittsburgh, e la lingua di terra che ne costituisce l'ultima separazione viene detta la Golden Point, la Punta d'Oro. Per tutto il loro corso, che non è poi così lungo né per l'uno né per l'altro, essi presentano una pendenza abbastanza sensibile da renderne veloci e spumeggianti le acque, che si schiantano fragorosamente sulle numerose rocce che ne costellano il letto e levano alti spruzzi gelati. Solo in alcuni tratti, la minor pendenza ne rende più tranquillo lo scorrere, formando in alcuni tratti delle anse più larghe e calme, che nei mesi invernali gelano e si prestano al pattinaggio.
Su una di queste rare anse si trovava il paesino dove viveva il fratello di Bernie, il Decano della Facoltà che mi aveva invitato a questa breve gita.
James, detto Jimmie, si chiamava questo fratello, o meglio, il reverendo James, dato che era pastore di una delle tante sette protestanti che allignano nel Nord America. Una setta battista, se non ricordo male, che in quella zona rurale e forestale degli Stati Uniti aveva messo radici da prima della Rivoluzione e, data la spartana economia locale, vivacchiava dando al suo pastore sì e no il minimo indispensabile alla sopravvivenza.
Arrivammo giusto in tempo per la funzione nella cappella parrocchiale, ed andammo a sederci su una delle poche, consunte panche, dello stesso legno delle pareti, che erano le uniche suppellettili del luogo di culto.
Al termine della funzione, Jimmie abbracciò il fratello prima di uscire sulla soglia a salutare i suoi parrocchiani - che ancora sorridenti per le due o tre battute intelligenti che egli aveva inserito nel sermone domenicale, gli dettero anche abbondanti pacche sulla schiena - e mi presentò alla moglie, Annie. Era, costei, una donna esile, dolce nello sguardo e nei modi, che non mi sono mai spiegato come abbia potuto dargli due figli, due ragazzoni ben piantati che davano anche loro una mano nella cappella - uno suonando l'organo e l'altro raccogliendo le offerte dei fedeli - e che avevo già visto durante la funzione.
Naturalmente, data l'ora, ci invitarono a pranzo, ed attraversando un tratto di bosco arrivammo alla casetta, linda ed ordinata, che a distanza di poche centinaia di metri, nel mezzo di una radura, rappresentava la canonica.
Jimmie sfoderò quel poco di tedesco che aveva imparato a biascicare da un parrocchiano dedito all'alcool, e nel giro di pochi minuti tutti fummo coinvolti in una animata conversazione - a tratti in inglese ed a tratti in tedesco - su argomenti i più disparati e simpatici.
Finito il pasto, frugale anche se nutriente, noi tre uomini andammo in salotto per mandare giù un bourbon ed accendere le nostre sigarette, Annie andò in cucina a rigovernare, ed i due ragazzi salirono a cambiarsi "per la partita". Tornarono con le mazze da hockey ed i caschi sotto un braccio, e gli scarponi coi pattini sotto l'altro, e rammentarono al padre che aveva promesso loro di andarli a vedere giocare.
- "E noi, non ci volete?" chiesi loro.
Si profusero in scuse, e dissero che naturalmente eravamo più che graditi ospiti, e che anzi sarebbe stato per loro gratificante avere altri due tifosi dalla loro parte, poiché la squadra locale non era poi famosa...
Così, dopo qualche altra sorsata del rovente liquore (fatto in casa da uno dei suoi parrocchiani, disse Jimmie) e le ultime boccate di fumo delle nostre sigarette, seguimmo verso il fiume i due ragazzi che si erano già avviati.
L'aria era tersa e ferma. Il silenzio del bosco intorno a noi era rotto ogni tanto dal tonfo della neve che cascava a blocchi dagli alti rami dei pini e degli abeti per confondersi con l'altra che fino a poche ore prima era scesa dolcemente a coprire il suolo. Il canto di un isolato uccello (una cinciallegra, mi dissi) sembrava l’assolo di un virtuoso e si perdeva nella distanza senza essere riecheggiato da alcun ostacolo solido. Il cielo era tornato limpido, luminoso tanto da far male agli occhi, e la pace più completa avvolgeva il mondo intorno a noi.
Dopo un po' che camminavamo, avvertimmo dinanzi a noi il rumore di molte voci e risate, ed al di là di una curva del sentiero vedemmo la riva su cui un centinaio di persone era raccolto ai margini di un tratto gelato dell'ansa del fiume.
Il campo da hockey era, infatti, un tratto dell'ansa che, cintato con una rudimentale barricata di assi di legno, i ragazzi del luogo usavano per le loro domenicali disfide sul ghiaccio contro i loro coetanei dei villaggi vicini.
La partita cui assistemmo fu dunque poco più che una ragazzata, in cui tutti i contendenti dell'una e dell'altra parte facevano del loro meglio per colpire - senza grandi risultati - il dischetto di legno, e questo insisteva per andare per i fatti suoi in tutte le direzioni tranne che in quella giusta.
Ci sgolammo, naturalmente, per incoraggiare i ragazzi del luogo, e a lungo li applaudimmo ogni volta che l'infernale dischetto decideva di sua volontà di andare ad infilarsi in una delle due porte ignorando gli sforzi difensivi del portiere di turno.
Era previsto, mi dissero, che subito dopo la partita seguisse una breve dimostrazione di pattinaggio. Passarono, infatti, alcuni pochi minuti dopo l'ultimo applauso agli eroi del giorno, e da un'auto parcheggiata sulla riva, emerse una figurina in azzurro, col tutù classico ed i capelli raccolti in una cuffietta bianca di lana. Eccola, la mia visione di Shenkley Park! Non riuscii più a contenermi.
- "Ma..." sbottai in direzione di Jimmie.
- "E' mia nipote Lucy, o meglio la nipote di Annie, ed è veramente brava; guardala!"
Ed era veramente brava, come già sapevo da oltre una settimana. La semplicità, l'armonia e la scioltezza dei suoi movimenti di danza sul ghiaccio erano almeno pari all'eleganza del suo scivolare sulla liquida superficie ghiacciata. Nel silenzio ammirato con cui noi tutti seguivamo dalla riva il suo volo da farfalla, solo il fruscio dei pattini sul ghiaccio, e il sibilo della superficie che si scheggiava in una miriade irideggiante di schegge erano percepiti come reali. Il resto era solo favola.
Lentamente, Lucy aumentò la velocità delle sue evoluzioni e il raggio delle curve che compiva, allontanandosi dalla recinzione del campo da hockey verso il fiume che a poche decine di metri faceva vedere le sue acque scure e placide nell'abbacinante luce del pomeriggio.
Una voce di donna ruppe l'incantato silenzio .
- "LUCY, non ti allon.... DIO!"
Ma la tragedia si era compiuta. Il ghiaccio era troppo sottile, in quel punto, per reggere il sia pure piccolo peso di Lucy, e con un sinistro scricchiolio aveva ceduto sotto la bambina lasciando che il suo minuto corpicino fosse accolto dall'abbraccio della gelida acqua del fiume.
Ricordo, come un incubo, la figura della madre di Lucy che si slanciava verso la nera voragine che aveva inghiottito la bambina, ed i ragazzi e tutti gli spettatori della partita che la raggiungevano per trattenerla dallo sprofondare anche lei sotto il ghiaccio sottile. Ricordo che io stesso correvo verso il fiume, scivolando sulle suole di cuoio e avendo negli occhi il sorriso sdentato di quell'altra Lucy, quella della mia visione. E ricordo l'arrivo dei Vigili del Fuoco col motoscafo e le lunghe pertiche, il loro scandagliare il fondo per cercare almeno di recuperare le povere spoglie della bambina.
Non ricordo nulla del nostro ritorno a Pittsburgh, del mio rientro in albergo, della ripresa delle lezioni il giorno dopo, né di ciò che accadde nelle successive due settimane.
La mia memoria è ancora vuota fino al giorno che il Decano mi fece chiamare nel suo studio durante una delle lezioni pomeridiane, per dirmi che avevano trovato il corpo di Lucy, e per chiedermi se volevo andare con lui all'obitorio per salutare Jimmie, Annie e la sorella di quest'ultima convocati colà per il riconoscimento del cadaverino. Gli avevo narrato della mia visione, ed era rimasto molto scosso sia per l'episodio di per sé che per la commozione che rompeva la mia voce nel narrarglielo. Accettai.
Trovammo i tre nella sala d'attesa e con loro entrammo nella sala dalle pareti coperte di candide piastrelle di maiolica su cui si aprivano gli sportelli delle celle frigorifere contenenti i poveri resti degli sventurati che avevano trovato una morte violenta.
Un inserviente che masticava chewing-gum (Dio lo maledica! Dissi fra me e me) trasse verso di sé la lettiga su slitta di uno degli sportelli in basso, e sollevò un telo verdino che copriva un piccolo corpo. E per la terza ed ultima volta rividi la Lucy della mia visione.
Immobile, violacea ancora dal momento della morte per asfissia, e priva ormai dell'eleganza angelica con cui l'avevo vista sfiorare la superficie gelata della fontana e dell'ansa del fiume, Lucy aveva ancora il tutù azzurro e la cuffietta di lana bianca. E fra le labbra dischiuse s’intravedeva ancora il vuoto di un incisivo superiore caduto che non sarebbe stato mai più sostituito.
La guardai solo una volta, e non avrei dovuto. Preferisco ricordare il suo sorriso dolce, infantile rivoltomi dalla fontana di Shenkley Park, che non il vuoto sguardo dei suoi occhi azzurri ancora aperti a guardare senza vedere, irrigiditi nello stupore della morte.
Ecco perché non mi piace più vedere alla televisione le manifestazioni di pattinaggio. Ed ecco perché, davanti a ciò che non riusciamo a spiegarci - e che forse resterà sempre inspiegabile per noi - non posso ancora fare a meno di chiedermi ogni volta :

PERCHE'?

La vita cambia e si rinnova ad ogni secondo che la viviamo. L'ignoto è intorno a noi e dentro di noi. Non mi parlate di noia!

mercoledì 4 marzo 2009

Ritrovata la tomba di Maria Maddalena?



















Boh? Non mi si venga a dire che il volto di Giovanni, nel “Cenacolo” di Leonardo, sia un viso maschile e che Leonardo lo abbia dipinto così perché di tendenze omosessuali.
Vi sono, è vero, nell’opera di Leonardo, dei personaggi con tratti molto ambigui, e tra questi vi è anche il ritratto di S. Giovanni, ritratto che comunque non ha nulla in comune con la rappresentazione fattane nel “Cenacolo” che appare essere un volto prettamente femminile e tra l’altro stranamente somigliante a quello della donna rappresentata nella “Vergine delle rocce”.
Si tratta quindi veramente di Maria di Magdala, quella che alcuni ritengono fosse la sposa di Gesù? Forse, e non mi si venga a dire che la Maddalena è citata solo di sfuggita nei Vangeli perché sappiamo bene che i quattro Vangeli canonici sono stati prescelti, e ampiamente rimaneggiati, dopo averne scartati e distrutti decine di altri: i cosiddetti apocrifi.
Può essere che Leonardo, spirito libero e poco incline al misticismo, possedesse uno di questi vangeli segreti? In questi, di origine gnostica, si legge infatti che Gesù prediligeva la Maddalena e la baciava sulla bocca. Inoltre affidava a lei i segreti più nascosti e la guida dei discepoli. Eccone uno stralcio:

[Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel cosiddetto Papiro 8502 di Berlino, di cui si hanno notizie dal 1896, ma che fu pubblicato solo nel 1955. La Maria a cui è attribuito è Maria Maddalena. Questo scritto attribuisce un’importanza fondamentale alla figura di Maria Maddalena, come discepolo che Gesù avrebbe anteposto persino ai suoi apostoli maschi.]
“Andrea replicò e disse ai fratelli: - Che cosa pensate di quanto lei ha detto? Io, almeno, non credo che il Salvatore abbia detto questo. Queste dottrine, infatti, sono sicuramente delle opinioni diverse – Riguardo a queste stesse cose, anche Pietro replicò interrogandoli a proposito del Salvatore: - Ha forse egli parlato in segreto a una donna prima che a noi e non invece apertamente? Ci dobbiamo ricredere tutti e ascoltare lei? Forse egli l'ha anteposta a noi? Maria allora pianse e disse a Pietro: - Pietro, fratello mio, che credi dunque? Credi tu ch'io l'abbia inventato in cuor mio o che io mentisca a proposito del Salvatore? Levi replicò a Pietro dicendo: Tu sei sempre irruente, Pietro! Ora io vedo che ti scagli contro la donna come fanno gli avversari. Se il Salvatore l'ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v'è dubbio che il Salvatore la conosca bene, perciò amò lei più di noi. Dobbiamo piuttosto vergognarci, rivestirci dell'uomo perfetto, formarci come lui ci ha ordinato, e annunziare il vangelo senza emanare né un ulteriore comandamento, né un'ulteriore legge, all'infuori di quanto ci disse il Salvatore. Quando Levi ebbe detto ciò, essi cominciarono a partire per annunziare e predicare. Il vangelo secondo Maria.”

Interessante, vero? Francamente non si capisce perché la chiesa abbia respinto con sdegno l’ipotesi che Gesù fosse sposato. Se era vero Dio e vero uomo perché negare una ipotesi così naturale? E come mai la stessa Chiesa da un lato disprezza la Maddalena e la considera (erroneamente perché la assimila ad un'altra Maria) una prostituta e, dall’altro, la venera come santa sugli altari?
C’è da ricordare peraltro che le antiche leggi della religione ebraica condannavano a morte gli omosessuali. I giovani che, superati i vent’anni non si univano con una donna venivano spiati ed osservati con sospetto. Come mai, quindi, non vi è traccia alcuna di accuse di omosessualità nei confronti di Gesù benché questi avesse ormai circa quarant’anni (questa è la sua probabile età all’atto della crocifissione e non i trentatré anni della tradizione) e frequentasse quasi esclusivamente discepoli maschi?
Non sarebbe stata una ghiotta occasione per Caifa ed i sacerdoti che lo volevano morto? Cosa avvenne della Maddalena dopo la scomparsa di Gesù?
Secondo alcune tradizioni sarebbe fuggita da Gerusalemme e, insieme con altri membri della famiglia, e con Giuseppe di Arimatea si sarebbe rifugiata in Francia ove, alla sua morte, sarebbe stata sepolta. Innumerevoli sono gli scritti, per la maggior parte di pura fantasia, che favoleggiano sulla località segreta ove si troverebbe la tomba della Maddalena, sulla discendenza reale dei suoi figli e sul cosiddetto Santo Graal.
Alcuni autori hanno ritenuto di appuntare le loro ricerche su di uno sperduto paesino francese: Rennes-le-Château. In questo piccolo villaggio che si trova nella regione francese dell'Aude vi è una chiesa molto antica, consacrata ufficialmente nel 1059 a Maria Maddalena.
Sembra incredibile ma questo edificio è stato al centro di intriganti misteri nei quali sono stati chiamati in causa i Templari, i Catari, i Merovingi, Bianca di Castiglia, il fantasioso e probabilmente inesistente Priorato di Sion, il Santo Graal, la Massoneria e chi più ne ha più ne metta.
Alla base di tutto vi è un ipotetico "tesoro" che sarebbe stato ritrovato dal parroco François Bérenger Saunière che resse la locale chiesa di Santa Maddalena dal 1885 al 1909.
L’edificio era praticamente in rovina e Saunière, ne iniziò il restauro grazie ad una donazione di tremila franchi da parte della contessa di Chambord. Durante i lavori di ristrutturazione della parrocchia, eseguiti tra il 1887 e il 1897, il parroco si imbatté in una serie di reperti: sotto una pesante lastra ai piedi dell'altare; sollevata da due muratori apparve l'entrata di una cripta che custodiva un vaso o una cassetta con all'interno degli "oggetti brillanti" (monete d’oro?), inoltre in un comparto segreto all'interno di un pilastro Saunière trovò tre rotoli di antiche pergamene che si favoleggia descrivessero la discendenza della dinastia merovingia di Dagoberto II° e la loro parentela con i discendenti di Gesù. Certo è che dopo il termine di questi lavori Saunière spese ingenti somme, di misteriosa provenienza, per costruire una villa, dei giardini, una balconata panoramica, una torre-biblioteca intestata a Maria Maddalena ed una serra per animali esotici.
Secondo alcune fantasiose ricostruzioni, il tesoro che arricchì Bérenger Saunière non era di natura materiale ma documentale: le pergamene provavano l’incredibile verità della discendenza di Gesù, conosciuta storicamente come dinastia del Sang Real (sangue reale), termine in seguito corrotto in Santo Graal.
Le ricchezze di Saunière sarebbero quindi provenute dal Vaticano, per comprarne il silenzio.
Tra gli innumerevoli curiosi e “cercatori di tesori” che si recano a Rennes-le-Château vi è stato l’incredibile ritrovamento effettuato da due ricercatori, Bruce Burgess e Ben Hammot, i quali analizzando alcuni particolari messaggi simbolici nascosti nelle pitture e nelle sculture all’interno della chiesa hanno scoperto una caverna sotterranea in cui si trova una tomba con un’apparente figura umana ricoperta con un drappo sul quale è dipinta una croce rossa templare.

Chi si cela dietro quel sudario? Una statua? Un cavaliere Templare? Il corpo di Maria di Magdala o, addirittura, quello di Gesù?
Mistero.
Nella cripta si notano inoltre numerosi oggetti semidistrutti e sparpagliati qua e là: una croce di legno, calici, coppe, monete. Ulteriori ricerche hanno portato poi, in altro sito, al rinvenimento di alcune bottiglie sigillate con all’interno dei documenti, alcuni ancora enigmatici, scritti a mano da Bérenger Saunière. Uno di questi, in apparenza dal contenuto devastante, riporterebbe la seguente confessione del sacerdote:
“La resurrezione di Gesù è uno scherzo, è stata Maria Maddalena a portare il suo corpo fuori dalla tomba. I discepoli ingannavano. Più tardi il corpo di Gesù venne scoperto dai Templari e quindi nascosto tre volte. La tomba è qui. Parti del corpo sono salve… I nemici non sono gli eretici, ma la Chiesa di Roma… Ho abbandonato la mia falsa Chiesa e vi ho rinunciato… Ho fatto quello che ho fatto per preservare il segreto. Forse arriverà nel futuro il momento di rivelarlo”
Altra ricerca, effettuata in base alle dichiarazioni di Saunière, avrebbe portato alla scoperta di uno scrigno con una coppa di porcellana, un vasetto per le unzioni, diverse monete antiche ed una fiala con un frammento di pergamena. Questi reperti, esaminati dal British Museum e dal dottor Gabriel Barkay dell’Università di Gerusalemme, risulterebbero databili proprio alla Giudea del I° secolo.
Questa vicenda è stata documentata in un film “The Bloodline” (La linea del sangue) che forse non sarà mai programmato in Italia e del quale è comunque possibile vedere il Trailer.
Ci si domanda se dietro tutto questo non vi sia una astuta operazione commerciale basata su una serie di false prove o se vi siano realmente dei misteri e dei millenari inganni a noi sconosciuti.
Sarebbe molto interessante se il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) analizzasse scientificamente questa vicenda, veramente degna degli avvincenti documentari di Piero Angela.

giovedì 5 febbraio 2009

Il procione antistupro


Scorrendo le notizie di stampa, mi ha colpito il titolo "Stuprato un frocione". Francamente sono rimasto abbastanza attonito anche per la terminologia alquanto volgare ed offensiva, ma poi ho letto meglio: lo stuprato non era un frocione ma un procione!
Incredibile, ora anche gli animali selvatici sono a rischio stupro? Ecco l'articolo:

The Sun riferisce della disdicevole avventura capitata al russo Alexander Kirilov, di 44 anni.
Ubriaco e in cerca di compagnia, l'uomo ha tentato di stuprare un procione.L’animale, che girovagava nei pressi di un bar, è stato intercettato da Kirilov che ha subito pensato di intrattenersi intimamente con lui. Per niente divertito il procione, con uno scatto felino si è rivoltato e gli ha letteralmente staccato il pene a morsi. Poi riottenuta la libertà, e con un “souvenir” da mostrare agli amici del bosco, si è dileguato.
Il maniaco, anestetizzato dall’alcol ma comunque dolorante, è riuscito a salire in auto ed a recarsi al pronto soccorso.
I chirurghi plastici stanno tentando di salvare il salvabile, ma un amico dell’uomo ha detto al giornale: “Gli hanno comunicato che potranno rimetterlo parzialmente in funzione, ma non possono riattaccare ciò che il procione ha portato via… Quella parte è andata per sempre”.
Da oggi il 44enne russo potrà forse vantarsi delle proprie performance ma di certo non delle dimensioni del suo “compagno di mille avventure”.

Dopo aver letto l'articolo mi sono chiesto: non sarebbe il caso di importare in Italia qualche migliaio di procioni?

mercoledì 22 ottobre 2008

Ipazia

- Sai? Negli scavi archeologici che si stanno facendo lungo la via Campana, nei pressi di Pozzuoli, sono state rinvenute due bellissime statue di antiche divinità greco-romane; purtroppo entrambe acefale.

- Ace...che?

- Acefale, senza testa. Ed è un vero peccato.

- Beh, Perché non cercano meglio? Sai...scava e scava...

- Inutile. Sicuramente sono state spezzate e distrutte dai fanatici cristiani.

- Ma va...e perché avrebbero dovuto farlo?

- Ah, ma tu stai ancora con l'idea dei miti buoni e bravi cristiani perseguitati e uccisi dai cattivi perfidi pagani come Nerone? Ti sbagli di grosso e ti fai influenzare da fantasie, esagerazioni e polpettoni cinematografici.

- Eh, sarà come dici tu, ma le persecuzioni ci sono state.

- In effetti sia gli imperatori che il popolino romano non vedevano di buon occhio questa gente che non venerava l'imperatore e disprezzava gli dei pagani. Spesso venivano considerati dei menagramo e ritenuti responsabili di mancati raccolti o di epidemie. Certamente non erano ben visti ma non vi fu alcun particolare editto contro di loro fino al 249 quando l'imperatore Decio ordinò a tutti i sudditi di onorare gli dei e di offrire pubblici sacrifici.
I cristiani si rifiutarono e questo venne considerato un attentato politico alla sovranità dell'imperatore.
Queste persecuzioni, che avevano soprattutto matrice politica, divennero molto serie con gli editti imperiali di Diocleziano e Galerio del 303 e del 304 che decretavano la distruzione dei luoghi sacri cristiani e l'obbligo di offrire sacrifici agli dèi, pena la condanna a morte.

- Beh, allora i massacri ci furono, avevo ragione io!

- Sì, ma non peggiori di tanti altri episodi del genere, e del resto non durarono moltissimo se consideri che pochi anni dopo, nel 313 l'imperatore Costantino, con l'editto di Milano, decretò la cessazione delle persecuzioni contro i Cristiani, e la loro piena libertà di culto.

- Poveracci...

- Poveracci un corno! Poco dopo fu la Chiesa il cui potere politico-religioso era ormai divenuto imperante a perseguitare gli altri, e specialmente chi ne intralciava il cammino: pagani, eretici, apostati, ebrei, e persino uomini e donne di scienza.
Migliaia di templi vennero distrutti o trasformati in chiese cristiane, migliaia di statue vennero frantumate o decapitate, le perdite di veri e propri tesori furono immense e incalcolabili.

- Ma quelli che erano ancora devoti agli antichi dei o comunque contrari a questa nuova religione che fecero?

- Cercarono di ribellarsi, ma intanto nel 391 l'imperatore Teodosio I° aveva decretato la proibizione di ogni culto pagano: sacrificare nei templi era un delitto di lesa maestà punibile con la morte. Pensa che ad Alessandria d'Egitto che in quell'epoca era una città colta e cosmopolita, popolata da ampie comunità greche ed ebraiche, vi fu una vera e propria rivolta contro il vescovo Teofilo. Questi, mentre stava trasformando in chiesa il tempio di Dioniso, trovò nel corso dei lavori un tempietto segreto ricco di oggetti consacrati agli dei. E che cosa fece? Sfilò per le strade esibendo quei trofei e ridicolizzandoli.

- Beh, certo non è stata una bella azione...

- I pagani, che tra il popolo erano numerosi, non sopportarono quell'affronto e si ribellarono, ne seguirono violenze contro i cristiani ma i pagani furono messi in fuga e costretti ad asserragliarsi nel tempio di Serapide.
Incurante delle raccomandazioni dell'imperatore che lo invitava ad essere indulgente, Teofilo pensò bene di distruggere il Serapeo e l'annessa biblioteca fino alle fondamenta.

- Perbacco!, ma... in seguito le cose sarebbero migliorate...no?

- No. Peggiorarono. Al vescovo Teofilo, morto nel 412, successe il nipote Cirillo, un tipo violento ed autoritario che, tra le altre cose, distrusse la colonia ebraica di Alessandria e trasformò tutte le sinagoghe in chiese. Inoltre ingaggiò una feroce disputa cristologia contro Nestorio, patriarca di Costantinopoli e riuscì a farlo scomunicare corrompendo, a quanto si dice, monaci e funzionari di corte.
Entrò in conflitto persino con Oreste governatore imperiale della città e fece anche assassinare orrendamente Ipazia nel 415.

- Ipazia? Mai sentito nominare, chi è?

- Ignorante! Ipazia era una donna, una donna di quarantacinque anni molto bella.
Forse la più grande astronoma, filosofa e matematica tra le donne dell'antichità!
Era di origine greca e appartenente alla corrente neoplatonica. Di grandissima sapienza insegnava pubblicamente ed era particolarmente stimata dagli uomini di scienza e dai poeti. Era adorata dai suoi allievi alcuni dei quali si innamorarono perdutamente di lei.
Sinesio, vescovo di Tolemaide, fu uno dei suoi tanti allievi e le scrisse diverse lettere di simpatia ed ammirazione chiedendole anche istruzioni su come poter costruire un astrolabio simile a quello ideato da lei.

- Insomma era anche una specie di ingegnere...

- Sì, è vero. Infatti oltre all'invenzione dell'astrolabio le vengono anche attribuite le invenzioni di una sorta di planisfero e di un orologio ad acqua.
Ma la sua passione era l'astronomia e la filosofia e per oltre vent'anni insegnò agli alessandrini le opere di Platone e di Aristotele oltre a quelle di Euclide, Archimede e Diofanto.
Tenuta in grande considerazione dai suoi concittadini Ipazia ebbe forse tra i suoi discepoli il governatore Oreste che spesso ricorreva a lei e chiedeva il suo parere su questioni di carattere pubblico.

- Ma perché Cirillo la fece uccidere? E come?

- Cirillo era un fanatico che non poteva sopportare l'insegnamento filosofico e pagano di Ipazia, la sua importanza nella vita cittadina e la sua amicizia col governatore. Istigò quindi un gruppo di monaci suoi seguaci, una specie di milizia personale, i quali catturarono Ipazia mentre rientrava a casa, la trascinarono dentro la chiesa costruita sul Caesareion e la massacrarono sadicamente scorticandola fino alle ossa. Quindi ne trascinarono i resti altrove e li bruciarono.

- Oh santa polenta... e Oreste, il governatore, non fece nulla?

- Sì, Oreste fece tutto il possibile: denunziò l'assassinio di Ipazia all'imperatore e pretese un inchiesta.
Venne inviato ad Alessandria il magistrato Edesio per indagare sull'accaduto, ma Cirillo non faticò a corromperlo forte anche dell'appoggio di Pulcheria, sorella dell'imperatore Teodosio II°, la quale era una sua grande devota.
La conclusione fu che Cirillo e i suoi monaci rimasero impuniti.

- Incredibile! Voglio sperare che la Chiesa, in seguito, l'abbia almeno condannato.

- Come no! ... Infatti il 28 luglio 1882 Cirillo di Alessandria, venerato dalla Chiesa copta, da quella ortodossa e da quella cattolica, è stato proclamato... santo e dottore della Chiesa.

sabato 27 settembre 2008

Emergenza web - Comunicato

Emergenza web. L’informazione anglosassone interviene sulla sentenza
di Modica, con un coro di critiche e proteste.

Ci siamo. La condanna inflitta a Carlo Ruta dal giudice siciliano
Patricia Di Marco fa discutere ben oltre i confini italiani. Dopo gli
interventi dell’organizzazione European Digital Rights e di alcune
autorevoli fonti informative europee, a partire da Register del Regno
Unito, la vicenda sta facendo infatti il giro del mondo. Ne danno
riscontro parecchie decine di blog e di siti, soprattutto anglosassoni,
nei quali il caso viene rappresentato come sintomo e sintesi di gravi
deficit giuridici e civili. Da tanti viene associato alla mafia e ai
potentati affaristici che allignano soprattutto nelle regioni del sud,
oggetto peraltro delle inchieste di Ruta, e alle vocazioni illiberali
dell’attuale ceto dirigente nazionale. Da tutti viene colto il
significato regressivo della sentenza siciliana, ravvisando in essa un
attacco gravissimo ai diritti di espressione e d’informazione, sanciti
da tutte le costituzioni liberaldemocratiche.

Per la redazione di Voci Libere
Giovanna Corradini

www.giornalismi.info/vocilibere

Si prega vivamente di diffondere e pubblicare.

sabato 20 settembre 2008

S C I O P E R O (per la libertà)




Clicca qui e soprattutto qui

Chi intende aderire (ricordate che oltre che una protesta per affermare la libertà di pensiero e di opinione è anche in gioco l'interesse di noi tutti) può segnalarlo personalmente con una mail a
carlo.ruta@tin.it
La redazione di Voci Libere:
Libertà sul web. La mobilitazione dei blog continua. La protesta dei blogger contro la condanna inflitta a Carlo Ruta procede in ordine sparso, ma cresce. Negli ultimi giorni parecchi hanno deciso di interrompere il normale iter di comunicazione, ccupando parti consistenti delle home pages con testimonianze di dissenso, forum, comunicati sulla vicenda. In quasi tutti i blog che hanno aderito a tale iniziativa appare una vignetta che recita simbolicamente "chiuso per sciopero". Nei numerosi post che animano la discussione emerge in modo corale lo sdegno verso gli atti repressivi, contrari allo spirito della Costituzione, che stanno passando in Italia a vari livelli. Un significato di rilievo riveste l'adesione all'iniziativa da parte di Paolo Barnard, autore di importanti inchieste su Report e vittima della censura legale. Dalle comunicazioni che ci giungono e dalla rete riscontriamo le seguenti presenze, che restano comunque indicative: sergioberto.blog.tiscali.it;
marcopetrulli.blog.tiscali.it;
julien.blog.tiscali.it;
procopio.blog.tiscali.it;
arte.noblog.org;
camilleri19.spaces.live.com;
polinux.altervista.org;
futuro-remoto.blogspot.com;
nuovaresistenza.wordpress.com;
partitodelsud.blogspot.com;
gabbia.blog.tiscali.it;
vaffanculoday.blogspot.com;
schiavioliberi.blogspot.com;
floreana2.splinder.com;
isimaro.blog.tiscali.it;
peppetisaluta.blog.tiscali.it;
vitaintensa.blog.tiscali.it;
dedicatoaevaristocariego.blog.tiscali.it.;
nonciavretemaicomevoletevoi.blogspot.com;
solleviamoci.wordpress.com;
ossex.blogspot.com;
gaiasaviotti.blogspot.com;
liandyer.blog.tiscali.it;
disordinatamente.blog.tiscali.it;
gabbia.blog.tiscali.it;
flordicactus.splinder.com.
Si prega di comunicare come stanno andando le cose, per darne ulteriori comunicazioni.
La redazione di
Vociliberewww.giornalismi.info;
vocilibereaccadeinsicilia@tiscali.it

lunedì 8 settembre 2008

il Cronovisore


Erano stati necessari oltre sei mesi prima di riuscire ad avere un colloquio con il cardinale.

Il direttore del giornale era dovuto intervenire personalmente mediante le sue importanti relazioni nell'ambiente del Vaticano.

L'argomento "Ernetti" sembrava essere top secret, molte porte si erano chiuse e l'intervista era stata più volte cortesemente rifiutata.

Finalmente il permesso era arrivato e tuttavia il giornalista, benché importante e molto noto, dovette attendere in anticamera quasi un' ora oltre l'orario stabilito prima che il segretario del cardinale gli consentisse di accedere nell'ampio salone rinascimentale dove il cardinale, anziano e rinsecchito, sedeva dietro un'enorme scrivania antica ricoperta di libri, manoscritti ed antiche pergamene.

- Buon giorno, eminenza

- Il Signore sia con te, figlio mio. - sospirò il cardinale. -Purtroppo devo avvertirti che sono sopraggiunti dei problemi urgenti e non potrò dedicarti molto tempo.

- La ringrazio comunque per la disponibilità, eminenza, e cercherò di essere breve entrando subito in argomento. Mi risulta che lei, che è uno degli scienziati più insigni della Pontificia Accademia delle Scienze, abbia conosciuto personalmente padre Pellegrino Ernetti.

Il cardinale sollevò lentamente lo sguardo dalle carte che aveva continuato ad esaminare e fissò il giornalista con occhi acuti e indagatori.

- Non vi siete ancora stancati di raccontare favole su questo povero servo di Dio?

- Io cerco la verità, eminenza.

- La verità? La verità è che si sono raccontate molte, troppe favole su quel povero frate. Padre Ernetti è stato solo un eccellente specialista di musica prepolifonica che insegnava a Venezia nell'Istituto di Prepolifonia presso l'Abbazia di San Giorgio Maggiore. L'unico istituto del genere esistente al mondo, in quell'epoca.

- Sono al corrente, eminenza, ma so anche che padre Ernetti non era un semplice insegnante. Era uno scienziato, esperto in fisica quantica e subatomica, che ha collaborato a lungo con un altro vostro insigne studioso: padre Agostino Gemelli, medico e fisico rinomato nonché presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Mi risulta anche che Ernetti dopo lunghi e approfonditi studi abbia elaborato la teoria che le immagini ed i suoni lascino una traccia del loro passaggio e ne proiettino una impronta indelebile nello spazio.

- Ipotesi, figliolo. Semplici ipotesi.

- Sì, eminenza, ipotesi. Ma anche secondo Jung tutto ciò che avviene resta registrato da qualche parte. Vi è anche un'antichissima tradizione secondo la quale tutto ciò che esiste è come circondato da una pellicola che registra tutto ciò che avviene nel mondo e lo conserva in quelli che vengono denominati gli archivi eterei o "archivi akashici" che, secondo padre Ernetti, sono formati da onde che è possibile captare e decodificare con gli strumenti adatti.

- Fantasie. Favole. Antiche leggende che non contengono quasi nulla di vero.

- Eppure eminenza lei sa bene che secondo la fisica le onde sonore e visive sono energia che non si distrugge ma si trasforma e che, quindi, può essere ricostruita. La teoria atomica e gli studi di Einstein ci insegnano che dal suono e dalla materia disgregata è possibile ricostruire e ricomporre la loro forma originaria.

- E' vero. Ma sono solo e soltanto teorie accademiche non vi è alcuna...

- Mi scusi eminenza, ma già nel 1972 i giornali riferirono che padre Ernetti partendo da questa teoria e dallo studio dei suoni mediante l'analisi dell'oscillografia elettronica avrebbe realizzato, avvalendosi anche della collaborazione di una dozzina di scienziati tra i quali Enrico Fermi e Werner Von Braun, uno straordinario apparecchio chiamato cronovisore con il quale sarebbe stato in grado di vedere ed ascoltare qualsiasi avvenimento del passato...

Il cardinale, con un sorriso, sollevò leggermente una mano diafana e trasparente come una foglia secca in un cenno di attesa .

- E non ti sembra strano, figliolo, che sia Fermi come Von Braun non abbiano mai fatto cenno a studi del genere? Rassicurati. Ho conosciuto personalmente padre Ernetti, era un valente scienziato ma anche un uomo di grande fantasia ed umorismo che si divertì a prendere in giro Vincenzo Maddaloni, l'inviato della Domenica del Corriere. Quando il suo scherzo principiò ad avere una diffusione ed una popolarità che lo stesso autore non avrebbe mai immaginato fu lo stesso Ernetti a rammaricarsene per primo e non ne parlò mai più. Comunque il vostro Massimo Polidoro, segretario nazionale del CICAP e docente di metodo scientifico all'università di Milano ha già ampiamente spiegato come il cronovisore sia solo una fantasia, una leggenda metropolitana.

- Eminenza lo so. Ma so anche che padre Francois Brune docente di Teologia e di Sacra scrittura e che ha conosciuto molto bene padre Ernetti ha pubblicato un libro sui misteri del Vaticano in cui si afferma che il cronovisore è segretamente occultato per ordine del papa Pio XII che mise tutto a tacere ritenendo l'invenzione estremamente pericolosa. Inoltre padre Ernetti non parlò solo con Maddaloni ma anche con altri giornalisti ed amici scienziati affermando di aver captato con il suo cronovisore discorsi di Napoleone, di Cicerone, oltre ad aver assistito,registrandola e trascrivendola, alla tragedia perduta "Tieste" del poeta latino Ennio del 169 a.C. Pare anche che con il suo apparecchio abbia captato, con profonda emozione, il processo e la crocifissione del Cristo che ha anche fotografato. Nel libro di Brune sono riportate le parole che gli avrebbe confidato padre Ernetti: " vidi tutto. L'agonia nel giardino, il tradimento di Giuda, il processo...il calvario".

- Lei sa bene - disse freddamente il cardinale, passando al "lei" e alzandosi in segno di congedo - Lei sa bene che la trascrizione del Tieste è stata ritenuta un falso da una insigne studiosa, la professoressa Katherine Owen Eldred. Così come è un falso la cosiddetta immagine del Cristo che è soltanto una foto della scultura dello spagnolo Cullot Valera che si trova nel Santuario dell'Amore Misericordioso vicino Todi. Ed ora mi scusi ma i miei impegni, come già le ho detto, non mi consentono di trattenerla oltre.

- La ringrazio Eminenza ma vorrei...

- Stia tranquillo, la benedico e vada con Dio, le assicuro che questo argomento è privo di qualsiasi valore e non merita alcuna ulteriore attenzione.

Deluso e frustrato, inchinandosi al bacio dell'anello cardinalizio, il giornalista si congedò, accompagnato alla porta dal segretario del cardinale, prontamente accorso allo squillare di un campanello.

Rimasto solo il cardinale si afflosciò stancamente nella poltrona.

Con mano tremante sollevò la pesante collana d'oro che portava al collo e dalla quale pendeva, nascosta sul suo petto, la bizzarra e irriproducibile chiave di altissima sicurezza che apriva, nei sotterranei del Vaticano, la stanza segreta di cui solo lui ed il papa erano a conoscenza.

La contemplò a lungo mentre il suo viso, pallido e ascetico, sembrava ancora più vecchio. Poi, con un sospiro, tornò a nasconderla sotto l'abito talare.