mercoledì 22 ottobre 2008

Ipazia

- Sai? Negli scavi archeologici che si stanno facendo lungo la via Campana, nei pressi di Pozzuoli, sono state rinvenute due bellissime statue di antiche divinità greco-romane; purtroppo entrambe acefale.

- Ace...che?

- Acefale, senza testa. Ed è un vero peccato.

- Beh, Perché non cercano meglio? Sai...scava e scava...

- Inutile. Sicuramente sono state spezzate e distrutte dai fanatici cristiani.

- Ma va...e perché avrebbero dovuto farlo?

- Ah, ma tu stai ancora con l'idea dei miti buoni e bravi cristiani perseguitati e uccisi dai cattivi perfidi pagani come Nerone? Ti sbagli di grosso e ti fai influenzare da fantasie, esagerazioni e polpettoni cinematografici.

- Eh, sarà come dici tu, ma le persecuzioni ci sono state.

- In effetti sia gli imperatori che il popolino romano non vedevano di buon occhio questa gente che non venerava l'imperatore e disprezzava gli dei pagani. Spesso venivano considerati dei menagramo e ritenuti responsabili di mancati raccolti o di epidemie. Certamente non erano ben visti ma non vi fu alcun particolare editto contro di loro fino al 249 quando l'imperatore Decio ordinò a tutti i sudditi di onorare gli dei e di offrire pubblici sacrifici.
I cristiani si rifiutarono e questo venne considerato un attentato politico alla sovranità dell'imperatore.
Queste persecuzioni, che avevano soprattutto matrice politica, divennero molto serie con gli editti imperiali di Diocleziano e Galerio del 303 e del 304 che decretavano la distruzione dei luoghi sacri cristiani e l'obbligo di offrire sacrifici agli dèi, pena la condanna a morte.

- Beh, allora i massacri ci furono, avevo ragione io!

- Sì, ma non peggiori di tanti altri episodi del genere, e del resto non durarono moltissimo se consideri che pochi anni dopo, nel 313 l'imperatore Costantino, con l'editto di Milano, decretò la cessazione delle persecuzioni contro i Cristiani, e la loro piena libertà di culto.

- Poveracci...

- Poveracci un corno! Poco dopo fu la Chiesa il cui potere politico-religioso era ormai divenuto imperante a perseguitare gli altri, e specialmente chi ne intralciava il cammino: pagani, eretici, apostati, ebrei, e persino uomini e donne di scienza.
Migliaia di templi vennero distrutti o trasformati in chiese cristiane, migliaia di statue vennero frantumate o decapitate, le perdite di veri e propri tesori furono immense e incalcolabili.

- Ma quelli che erano ancora devoti agli antichi dei o comunque contrari a questa nuova religione che fecero?

- Cercarono di ribellarsi, ma intanto nel 391 l'imperatore Teodosio I° aveva decretato la proibizione di ogni culto pagano: sacrificare nei templi era un delitto di lesa maestà punibile con la morte. Pensa che ad Alessandria d'Egitto che in quell'epoca era una città colta e cosmopolita, popolata da ampie comunità greche ed ebraiche, vi fu una vera e propria rivolta contro il vescovo Teofilo. Questi, mentre stava trasformando in chiesa il tempio di Dioniso, trovò nel corso dei lavori un tempietto segreto ricco di oggetti consacrati agli dei. E che cosa fece? Sfilò per le strade esibendo quei trofei e ridicolizzandoli.

- Beh, certo non è stata una bella azione...

- I pagani, che tra il popolo erano numerosi, non sopportarono quell'affronto e si ribellarono, ne seguirono violenze contro i cristiani ma i pagani furono messi in fuga e costretti ad asserragliarsi nel tempio di Serapide.
Incurante delle raccomandazioni dell'imperatore che lo invitava ad essere indulgente, Teofilo pensò bene di distruggere il Serapeo e l'annessa biblioteca fino alle fondamenta.

- Perbacco!, ma... in seguito le cose sarebbero migliorate...no?

- No. Peggiorarono. Al vescovo Teofilo, morto nel 412, successe il nipote Cirillo, un tipo violento ed autoritario che, tra le altre cose, distrusse la colonia ebraica di Alessandria e trasformò tutte le sinagoghe in chiese. Inoltre ingaggiò una feroce disputa cristologia contro Nestorio, patriarca di Costantinopoli e riuscì a farlo scomunicare corrompendo, a quanto si dice, monaci e funzionari di corte.
Entrò in conflitto persino con Oreste governatore imperiale della città e fece anche assassinare orrendamente Ipazia nel 415.

- Ipazia? Mai sentito nominare, chi è?

- Ignorante! Ipazia era una donna, una donna di quarantacinque anni molto bella.
Forse la più grande astronoma, filosofa e matematica tra le donne dell'antichità!
Era di origine greca e appartenente alla corrente neoplatonica. Di grandissima sapienza insegnava pubblicamente ed era particolarmente stimata dagli uomini di scienza e dai poeti. Era adorata dai suoi allievi alcuni dei quali si innamorarono perdutamente di lei.
Sinesio, vescovo di Tolemaide, fu uno dei suoi tanti allievi e le scrisse diverse lettere di simpatia ed ammirazione chiedendole anche istruzioni su come poter costruire un astrolabio simile a quello ideato da lei.

- Insomma era anche una specie di ingegnere...

- Sì, è vero. Infatti oltre all'invenzione dell'astrolabio le vengono anche attribuite le invenzioni di una sorta di planisfero e di un orologio ad acqua.
Ma la sua passione era l'astronomia e la filosofia e per oltre vent'anni insegnò agli alessandrini le opere di Platone e di Aristotele oltre a quelle di Euclide, Archimede e Diofanto.
Tenuta in grande considerazione dai suoi concittadini Ipazia ebbe forse tra i suoi discepoli il governatore Oreste che spesso ricorreva a lei e chiedeva il suo parere su questioni di carattere pubblico.

- Ma perché Cirillo la fece uccidere? E come?

- Cirillo era un fanatico che non poteva sopportare l'insegnamento filosofico e pagano di Ipazia, la sua importanza nella vita cittadina e la sua amicizia col governatore. Istigò quindi un gruppo di monaci suoi seguaci, una specie di milizia personale, i quali catturarono Ipazia mentre rientrava a casa, la trascinarono dentro la chiesa costruita sul Caesareion e la massacrarono sadicamente scorticandola fino alle ossa. Quindi ne trascinarono i resti altrove e li bruciarono.

- Oh santa polenta... e Oreste, il governatore, non fece nulla?

- Sì, Oreste fece tutto il possibile: denunziò l'assassinio di Ipazia all'imperatore e pretese un inchiesta.
Venne inviato ad Alessandria il magistrato Edesio per indagare sull'accaduto, ma Cirillo non faticò a corromperlo forte anche dell'appoggio di Pulcheria, sorella dell'imperatore Teodosio II°, la quale era una sua grande devota.
La conclusione fu che Cirillo e i suoi monaci rimasero impuniti.

- Incredibile! Voglio sperare che la Chiesa, in seguito, l'abbia almeno condannato.

- Come no! ... Infatti il 28 luglio 1882 Cirillo di Alessandria, venerato dalla Chiesa copta, da quella ortodossa e da quella cattolica, è stato proclamato... santo e dottore della Chiesa.

sabato 27 settembre 2008

Emergenza web - Comunicato

Emergenza web. L’informazione anglosassone interviene sulla sentenza
di Modica, con un coro di critiche e proteste.

Ci siamo. La condanna inflitta a Carlo Ruta dal giudice siciliano
Patricia Di Marco fa discutere ben oltre i confini italiani. Dopo gli
interventi dell’organizzazione European Digital Rights e di alcune
autorevoli fonti informative europee, a partire da Register del Regno
Unito, la vicenda sta facendo infatti il giro del mondo. Ne danno
riscontro parecchie decine di blog e di siti, soprattutto anglosassoni,
nei quali il caso viene rappresentato come sintomo e sintesi di gravi
deficit giuridici e civili. Da tanti viene associato alla mafia e ai
potentati affaristici che allignano soprattutto nelle regioni del sud,
oggetto peraltro delle inchieste di Ruta, e alle vocazioni illiberali
dell’attuale ceto dirigente nazionale. Da tutti viene colto il
significato regressivo della sentenza siciliana, ravvisando in essa un
attacco gravissimo ai diritti di espressione e d’informazione, sanciti
da tutte le costituzioni liberaldemocratiche.

Per la redazione di Voci Libere
Giovanna Corradini

www.giornalismi.info/vocilibere

Si prega vivamente di diffondere e pubblicare.

sabato 20 settembre 2008

S C I O P E R O (per la libertà)




Clicca qui e soprattutto qui

Chi intende aderire (ricordate che oltre che una protesta per affermare la libertà di pensiero e di opinione è anche in gioco l'interesse di noi tutti) può segnalarlo personalmente con una mail a
carlo.ruta@tin.it
La redazione di Voci Libere:
Libertà sul web. La mobilitazione dei blog continua. La protesta dei blogger contro la condanna inflitta a Carlo Ruta procede in ordine sparso, ma cresce. Negli ultimi giorni parecchi hanno deciso di interrompere il normale iter di comunicazione, ccupando parti consistenti delle home pages con testimonianze di dissenso, forum, comunicati sulla vicenda. In quasi tutti i blog che hanno aderito a tale iniziativa appare una vignetta che recita simbolicamente "chiuso per sciopero". Nei numerosi post che animano la discussione emerge in modo corale lo sdegno verso gli atti repressivi, contrari allo spirito della Costituzione, che stanno passando in Italia a vari livelli. Un significato di rilievo riveste l'adesione all'iniziativa da parte di Paolo Barnard, autore di importanti inchieste su Report e vittima della censura legale. Dalle comunicazioni che ci giungono e dalla rete riscontriamo le seguenti presenze, che restano comunque indicative: sergioberto.blog.tiscali.it;
marcopetrulli.blog.tiscali.it;
julien.blog.tiscali.it;
procopio.blog.tiscali.it;
arte.noblog.org;
camilleri19.spaces.live.com;
polinux.altervista.org;
futuro-remoto.blogspot.com;
nuovaresistenza.wordpress.com;
partitodelsud.blogspot.com;
gabbia.blog.tiscali.it;
vaffanculoday.blogspot.com;
schiavioliberi.blogspot.com;
floreana2.splinder.com;
isimaro.blog.tiscali.it;
peppetisaluta.blog.tiscali.it;
vitaintensa.blog.tiscali.it;
dedicatoaevaristocariego.blog.tiscali.it.;
nonciavretemaicomevoletevoi.blogspot.com;
solleviamoci.wordpress.com;
ossex.blogspot.com;
gaiasaviotti.blogspot.com;
liandyer.blog.tiscali.it;
disordinatamente.blog.tiscali.it;
gabbia.blog.tiscali.it;
flordicactus.splinder.com.
Si prega di comunicare come stanno andando le cose, per darne ulteriori comunicazioni.
La redazione di
Vociliberewww.giornalismi.info;
vocilibereaccadeinsicilia@tiscali.it

lunedì 8 settembre 2008

il Cronovisore


Erano stati necessari oltre sei mesi prima di riuscire ad avere un colloquio con il cardinale.

Il direttore del giornale era dovuto intervenire personalmente mediante le sue importanti relazioni nell'ambiente del Vaticano.

L'argomento "Ernetti" sembrava essere top secret, molte porte si erano chiuse e l'intervista era stata più volte cortesemente rifiutata.

Finalmente il permesso era arrivato e tuttavia il giornalista, benché importante e molto noto, dovette attendere in anticamera quasi un' ora oltre l'orario stabilito prima che il segretario del cardinale gli consentisse di accedere nell'ampio salone rinascimentale dove il cardinale, anziano e rinsecchito, sedeva dietro un'enorme scrivania antica ricoperta di libri, manoscritti ed antiche pergamene.

- Buon giorno, eminenza

- Il Signore sia con te, figlio mio. - sospirò il cardinale. -Purtroppo devo avvertirti che sono sopraggiunti dei problemi urgenti e non potrò dedicarti molto tempo.

- La ringrazio comunque per la disponibilità, eminenza, e cercherò di essere breve entrando subito in argomento. Mi risulta che lei, che è uno degli scienziati più insigni della Pontificia Accademia delle Scienze, abbia conosciuto personalmente padre Pellegrino Ernetti.

Il cardinale sollevò lentamente lo sguardo dalle carte che aveva continuato ad esaminare e fissò il giornalista con occhi acuti e indagatori.

- Non vi siete ancora stancati di raccontare favole su questo povero servo di Dio?

- Io cerco la verità, eminenza.

- La verità? La verità è che si sono raccontate molte, troppe favole su quel povero frate. Padre Ernetti è stato solo un eccellente specialista di musica prepolifonica che insegnava a Venezia nell'Istituto di Prepolifonia presso l'Abbazia di San Giorgio Maggiore. L'unico istituto del genere esistente al mondo, in quell'epoca.

- Sono al corrente, eminenza, ma so anche che padre Ernetti non era un semplice insegnante. Era uno scienziato, esperto in fisica quantica e subatomica, che ha collaborato a lungo con un altro vostro insigne studioso: padre Agostino Gemelli, medico e fisico rinomato nonché presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Mi risulta anche che Ernetti dopo lunghi e approfonditi studi abbia elaborato la teoria che le immagini ed i suoni lascino una traccia del loro passaggio e ne proiettino una impronta indelebile nello spazio.

- Ipotesi, figliolo. Semplici ipotesi.

- Sì, eminenza, ipotesi. Ma anche secondo Jung tutto ciò che avviene resta registrato da qualche parte. Vi è anche un'antichissima tradizione secondo la quale tutto ciò che esiste è come circondato da una pellicola che registra tutto ciò che avviene nel mondo e lo conserva in quelli che vengono denominati gli archivi eterei o "archivi akashici" che, secondo padre Ernetti, sono formati da onde che è possibile captare e decodificare con gli strumenti adatti.

- Fantasie. Favole. Antiche leggende che non contengono quasi nulla di vero.

- Eppure eminenza lei sa bene che secondo la fisica le onde sonore e visive sono energia che non si distrugge ma si trasforma e che, quindi, può essere ricostruita. La teoria atomica e gli studi di Einstein ci insegnano che dal suono e dalla materia disgregata è possibile ricostruire e ricomporre la loro forma originaria.

- E' vero. Ma sono solo e soltanto teorie accademiche non vi è alcuna...

- Mi scusi eminenza, ma già nel 1972 i giornali riferirono che padre Ernetti partendo da questa teoria e dallo studio dei suoni mediante l'analisi dell'oscillografia elettronica avrebbe realizzato, avvalendosi anche della collaborazione di una dozzina di scienziati tra i quali Enrico Fermi e Werner Von Braun, uno straordinario apparecchio chiamato cronovisore con il quale sarebbe stato in grado di vedere ed ascoltare qualsiasi avvenimento del passato...

Il cardinale, con un sorriso, sollevò leggermente una mano diafana e trasparente come una foglia secca in un cenno di attesa .

- E non ti sembra strano, figliolo, che sia Fermi come Von Braun non abbiano mai fatto cenno a studi del genere? Rassicurati. Ho conosciuto personalmente padre Ernetti, era un valente scienziato ma anche un uomo di grande fantasia ed umorismo che si divertì a prendere in giro Vincenzo Maddaloni, l'inviato della Domenica del Corriere. Quando il suo scherzo principiò ad avere una diffusione ed una popolarità che lo stesso autore non avrebbe mai immaginato fu lo stesso Ernetti a rammaricarsene per primo e non ne parlò mai più. Comunque il vostro Massimo Polidoro, segretario nazionale del CICAP e docente di metodo scientifico all'università di Milano ha già ampiamente spiegato come il cronovisore sia solo una fantasia, una leggenda metropolitana.

- Eminenza lo so. Ma so anche che padre Francois Brune docente di Teologia e di Sacra scrittura e che ha conosciuto molto bene padre Ernetti ha pubblicato un libro sui misteri del Vaticano in cui si afferma che il cronovisore è segretamente occultato per ordine del papa Pio XII che mise tutto a tacere ritenendo l'invenzione estremamente pericolosa. Inoltre padre Ernetti non parlò solo con Maddaloni ma anche con altri giornalisti ed amici scienziati affermando di aver captato con il suo cronovisore discorsi di Napoleone, di Cicerone, oltre ad aver assistito,registrandola e trascrivendola, alla tragedia perduta "Tieste" del poeta latino Ennio del 169 a.C. Pare anche che con il suo apparecchio abbia captato, con profonda emozione, il processo e la crocifissione del Cristo che ha anche fotografato. Nel libro di Brune sono riportate le parole che gli avrebbe confidato padre Ernetti: " vidi tutto. L'agonia nel giardino, il tradimento di Giuda, il processo...il calvario".

- Lei sa bene - disse freddamente il cardinale, passando al "lei" e alzandosi in segno di congedo - Lei sa bene che la trascrizione del Tieste è stata ritenuta un falso da una insigne studiosa, la professoressa Katherine Owen Eldred. Così come è un falso la cosiddetta immagine del Cristo che è soltanto una foto della scultura dello spagnolo Cullot Valera che si trova nel Santuario dell'Amore Misericordioso vicino Todi. Ed ora mi scusi ma i miei impegni, come già le ho detto, non mi consentono di trattenerla oltre.

- La ringrazio Eminenza ma vorrei...

- Stia tranquillo, la benedico e vada con Dio, le assicuro che questo argomento è privo di qualsiasi valore e non merita alcuna ulteriore attenzione.

Deluso e frustrato, inchinandosi al bacio dell'anello cardinalizio, il giornalista si congedò, accompagnato alla porta dal segretario del cardinale, prontamente accorso allo squillare di un campanello.

Rimasto solo il cardinale si afflosciò stancamente nella poltrona.

Con mano tremante sollevò la pesante collana d'oro che portava al collo e dalla quale pendeva, nascosta sul suo petto, la bizzarra e irriproducibile chiave di altissima sicurezza che apriva, nei sotterranei del Vaticano, la stanza segreta di cui solo lui ed il papa erano a conoscenza.

La contemplò a lungo mentre il suo viso, pallido e ascetico, sembrava ancora più vecchio. Poi, con un sospiro, tornò a nasconderla sotto l'abito talare.

lunedì 30 giugno 2008

L' inquisitore ed il Templare

Il mio vecchio amico Conte Engel Von Waldreihausen mi ha raccontato un'altra delle strane storie raccolte durante i suoi avventurosi viaggi. Ancora una volta ho chiesto ed ottenuta la sua autorizzazione a renderne partecipi i miei amici:

L'ultimo sorso.

Incatenato, lacero, sanguinante dalle decine di ferite che gli costellavano il torso sudato, l'imputato giaceva sulla ruota; i suoi pollici erano saldamente legati da strisce di cuoio come i suoi polsi, e la povera schiena si arcuava in una posizione innaturale che seguiva la curvatura dello strumento di tortura. Poco lontano, tre o quattro ferri da marchio si arroventavano sulle incandescenti braci di un improvvisato braciere, ma non erano per lui, e lui lo sapeva: non la marchiatura lo attendeva, nè lo scudiscio che, arrotolato, pendeva da una della pareti annerite dal fumo e dall'umidità della sotterranea cella in cui lo avevano trasportato, in stato di semi-coscienza, dopo averlo buttato giù da cavallo appena dopo oltrepassata la soglia del castello di Königswinter.
Maledetto castello, maledetto viaggio, e maledetto lui, che aveva accettato di portare quel dannato scrignetto da Chartres ad Ulm, a quel vecchio frate dall'aria sorniona, che gli aveva impartito una rapida benedizione ed era sparito all'interno del suo tetro convento.
Pareva che da allora tutto avesse congiurato contro di lui: derubato delle sue armi e dell'intera armatura la notte che si era fermato a Mainz, e degli ultimi soldi nella scarsella la sera in cui aveva deciso di pernottare in una lercia locanda di Koblenz, a sua insaputa praticata dal fior fiore dei tagliaborse del Reno, derubato infine del cavallo quella stessa mattina da due manigoldi che lo avevano affrontato - loro armati e lui inerme - sulla strada di Ulmar, a poche leghe da Koblenz, si era improvvisamente trovato dinanzi alla porta che consentiva l'accesso al tristo, nero maniero di Königswinter, ricoperto soltanto della sua cotta di maglia e del manto da Templare, e munito della speranza che in un castello di Fratelli avrebbe finalmente trovato pace. La rossa croce dei Templari spiccava sul suo candido manto, e la fiamma che essa gli aveva acceso nel cuore sin da fanciullo ardeva ancora nelle parole con cui si era rivolto all'armigero che lo guardava attonito dalla feritoia della postierla.
Non aveva fatto a tempo a chiedergli di annunciarlo al Priore cui il maniero era affidato, che solide braccia lo avevano avvinghiato e tenuto fermo mentre un giovane stalliere si affrettava a passargli intorno alle caviglie ed ai polsi le pesanti catene che ancora sentiva mordergli le carni.
L'Inquisitore era di poco lontano da lui, ora, nella cella delle torture, e parlottava con un Ufficiale del castello; non riusciva a sentire cosa si dicessero, ma i toni della discussione erano abbastanza concitati da evocare in lui il timore di ulteriori tormenti. Per Dio! Come osava un meschino inviato del Papa lasciare che qualcuno mettesse le mani addosso a lui, Geoffroy de Montillon, ordinato frate dell'Ordine dei Templari oltre dieci anni fa, quando aveva soltanto quindici anni, grazie all'influenza del suo amato zio Frà Gilles de Chartres ed al consenso del Vescovo Philippe Denoire di Marsiglia?
Il sangue gli ribolliva nelle vene, ed alla fine l'indignazione esplose in un lacerante urlo che ebbe il potere di arrestare bruscamente la conversazione.
"Marrani! Gente senza Dio! Non sapete..." una bruciante sferzata sulla bocca gli tolse il fiato ed interruppe la valanga d'improperi che stava per prorompere dalle sue labbra. L'Inquisitore si avvicinò a lui con un ipocrita, semi compiaciuto sorriso sulle sottili labbra violacee. La sua età era indefinibile: una rete di rughe si affollava attorno ai suoi occhi, e pesanti borse gli scendevano da questi ultimi sulle pallide guance; il naso, affilato come un coltello, presentava nel mezzo una gibbosità che ricordava a Geoffroy un cammello portato un tempo nella sua città natale da un manipolo di Cavalieri di ritorno da Acri. Gli occhi, al contrario, erano nerissimi - come i capelli - e vivaci, pieni di barbagli riflessi dalle fiamme del braciere fumante. Quegli occhi, ora, lo frugavano senza posa, cercando di penetrare nei più reconditi segreti del suo animo, scavando infaticabili i suoi occhi per scovarvi chissà quale nequizia, quale orrenda colpa. Un nero cappuccio gli copriva il capo, e gli occhi, inquadrati in quella lugubre cornice, scintillavano ancor di più nell'ombra della cella.
"Allora, Fratello mio" proruppe d'un tratto la voce cavernosa dell'Inquisitore " confessa le tue colpe e dicci cosa conteneva il cofanetto che hai consegnato al frate che sei andato a visitare ad Ulm! Saremo clementi e ti lasceremo la vita, se saprai dircelo. Chi te lo ha consegnato, e con quali istruzioni?"
"Io obbedisco solo agli ordini del Gran Maestro!" rispose seccamente Geoffroy, ma sentì tendersi di nuovo il cuoio che gli serrava i pollici, al piccolo movimento che il carnefice aveva dato alla a ruota . L'Inquisitore sorrideva, questa volta, mentre sulla fronte di Geoffroy sottili perle di sudore si univano a formare un rivolo che iniziò a scorrergli sulle guance.
"Ne sono ben certo, fratello mio" nuovamente si fece udire la profonda voce dell'Inquisitore " ma quali erano questi ordini, e cosa vi ha detto del contenuto del cofanetto?".
Le cinghie si tesero di nuovo, quasi a fargli capire che ove la risposta non avesse soddisfatto l'Inquisitore un nuovo giro di ruota ne sarebbe stata la punizione. Geoffroy, al di là del dolore ai pollici ed alle caviglie, sentiva il suo respiro divenire sempre più pesante e difficile. La curvatura della ruota sui suoi reni cominciava a divenire insopportabile, e la spina dorsale era tesa al limite della rottura. Si chiese se in fin dei conti la banalità della sua missione - portare un cofanetto del suo Gran Maestro al frate di Ulm - valesse la sua vita, e decise in cuor suo di no: salva la sua vita, salva anche la sua possibilità di vendicarsi, nonché di denunciare l'attacco che l'Inquisitore aveva tramato ai suoi danni. Perché, poco ma sicuro, quegli doveva già trovarsi al castello quando egli vi era giunto: non c'era stato, fra la sua cattura e l'attuale tortura, il tempo perché qualcuno arrivasse a Colonia e facesse mandare dal Vescovo un Inquisitore, anche se la distanza da Colonia era di poche leghe.
"Confessa!" l'urlo dell'Inquisitore e la fitta lacerante di un nuovo giro di corda esplosero contemporaneamente nel suo cervello.
"Non lo so!" il tono piagnucoloso della sua voce sbalordì lui stesso. Cercò di farsi forza contro le ondate di dolore che attraversavano il suo corpo e forzò ancora i muscoli del torace perché consentissero ai suoi polmoni di prendere aria. Il sudore scendeva ormai a fiotti lungo il suo viso e sull'intero suo corpo, mescolandosi al sangue che aveva ripreso a sgorgare dalle piaghe di cui era coperto.
"Il Gran Maestro mi ha solo consegnato il cofanetto e mi ha ordinato di portarlo dal frate. Non so cosa vi si trovasse, né perché fosse sigillato, e non sono certo io quello che infrange i sigilli del Gran Maestro!" si sentì dire in modo impastato e confuso che assomigliava al parlare di un ubriaco.
La tensione delle cinghie si allentò di qualche millimetro, ma senza allentare il dolore che ormai lo stesso pulsare delle vene accentuava ad ogni battito del cuore.
"Così non lo sai, traditore!" La rabbia impotente dell'Inquisitore gli soffocava la voce, ma fu solo un attimo; di nuovo melliflua e suadente, essa riformulò la stessa domanda in modo ampolloso e formale : "Fratello mio, il Santo Padre ed io, suo umile servo, non abbiamo nulla contro di te personalmente. Hai obbedito agli ordini del tuo Maestro, come la Regola dell'Ordine t'impone, ma ritengo che, prima di affidarti il cofanetto e di impartirti gli ordini che fedelmente hai eseguito, il Maestro ti abbia detto quanto importante fosse la missione che ti era stata affidata, o che ti abbia spiegato il perché di essa, se non proprio quello che era contenuto nel cofanetto. Cerca di ricordare, e confessa a me, che ora sono il tuo confessore e rappresento il Sommo Pontefice, che cosa ti è stato detto oltre agli ordini che ti sono stati impartiti. Io ti sciolgo da qualsiasi giuramento tu abbia fatto al tuo Maestro in nome della ben più alta maestà del Pontefice, il quale ti lascerà salva la vita attraverso di me, se tu confesserai. Coraggio!"
Questa volta, le cinghie avvinte ai suoi pollici non si tesero, e poté vedere l'Inquisitore chino presso di lui, immobile, tendere l'orecchio per carpire il minimo bisbiglio o respiro. Anche il suo viso era imperlato di sudore, ora, ed il sorriso beffardo si era spento sulle sue labbra.
"Padre", cominciò Geoffroy a dire, nella speranza di far trascorrere altro tempo e godere di quella pausa delle sofferenze inflittegli dal carnefice.
"Ti ascolto" rispose l'Inquisitore; nei suoi occhi si era acceso un barlume di speranza che il prigioniero parlasse, alfine.
"Padre", riprese Geoffroy "Ero nella scuderia quando un valletto mi venne a chiamare dicendo che il Gran Maestro De Molay mi voleva immediatamente alla sua presenza. Lasciai tutto, e corsi all'obbedienza nello studio del Gran Maestro senza indugiare un attimo." Sentì che la sua voce era poco più di un mormorio a causa della sua gola secca, e delle labbra che sembravano tradirlo nel pronunciare le parole.
"Mi ha consegnato un cofanetto di legno, recante sul coperchio la Santa Croce del Tempio, e mi ha detto solo di portarlo com'era al frate guardiano del Monastero di Ulm. Ho visto che era sigillato, ed ho pensato di avvolgere il cofanetto nel mio mantello perché i sigilli non si rompessero nel viaggio sbattendo contro la sella o l'armatura. E' tutto!"
" Fratello mio, " riprese l'Inquisitore " credo a quello che dici. Dimmi ora, cosa disse il frate nel ricevere dalle tue mani il cofanetto?" Il tono della voce dell'Inquisitore era ora affrettato, quasi impaziente.
"Mi ha benedetto" rispose Geoffroy "per la cura che avevo posto nel trasporto e per il poco tempo che avevo impiegato da Parigi ad Ulm. Tre giorni e tre notti ininterrotti a cavallo, fermandomi solo a castelli e guarnigioni dei Fratelli per cambiare montatura. Ha anche detto che il suo ringraziamento e le sue benedizioni sarebbero state ben poca cosa a fronte della gloria che i miei Fratelli mi avrebbero tributato per l'assolvimento tempestivo della mia missione. Padre..." gli occhi gli si inumidivano pensando ai suoi Fratelli, e la gola si faceva sempre più secca.
Non poté completare la frase : un messaggero irruppe nella cella delle torture brandendo una pergamena in una mano e strappandosi il cappello con l'altra.
"Benedicite!" quasi urlò inginocchiandosi dinanzi all'Inquisitore e porgendogli la pergamena. "Il Priore di Ulm ha detto di consegnare questo all'Eccellenza Vostra al più presto: ho cavalcato senza pause da lì a Colonia, ma Sua Eminenza mi ha inviato qui a raggiungervi!"
Cercò di riprendere fiato dopo quella sequela di parole trafelate, ma lo sguardo gli cadde sul prigioniero ed un nuovo fiotto di parole gli sgorgò dalle labbra.
"Lo conosco! " disse agitato " E' lui il cavaliere che ha portato al Frate Guardiano di Ulm il cofanetto che è sparito! Cavaliere - soggiunse in direzione di Geoffroy - dove è stato messo il cofanetto? Il Priore è infuriato perché non lo si trova!" In quella, un terribile ceffone lo mandò a gambe levate sul pavimento.
"Taci!" urlò perentoriamente l'Inquisitore, fra le cui mani, ora aperta, era la pergamena portatagli dal messaggero.
Finì di leggerla e quindi ordinò al boia di slegare dalla ruota Geoffroy e di portarlo in una cella. La sua voce era ora furente, e gli occhi gli lampeggiavano nell'ombra del cappuccio.
La paglia sul pavimento era fresca, e da una feritoia in alto un soffio d'aria pura giungeva fino a lui. Si adagiò sulla grigia pietra, e riprese a respirare quasi normalmente. Le catene lo serravano orribilmente intorno ai polsi ed alle caviglie, le piaghe lasciate dalla frusta e dai bastoni sul suo corpo bruciavano e continuavano a sanguinare, ma grazie a Dio era almeno vivo! Abbandonato sul pavimento, cominciò a massaggiarsi i pollici, gonfi e violacei, col dorso ora di una ora dell'altra mano.
Dopo qualche ora di quel passivo abbandonarsi alle ondate di dolore che attraversavano il suo corpo, i pensieri si fecero gradualmente più chiari, e si rese conto della circostanza che, se l'Inquisitore già lo aveva atteso al castello, ciò poteva significare soltanto che sapeva che lui sarebbe stato costretto a passare di lì ed a chiedere soccorso. A sua volta, ciò implicava che i furti che aveva subito a Koblenz ed a Mainz dovevano essere stati organizzati ai suoi danni da qualcuno che voleva che lui si fermasse al castello del Fratello Templare di Königswinter prima di recarsi a Colonia, presso la Casa Capitolare dell'Ordine. Ciò significava a sua volta che fin dall'inizio della sua missione qualcuno lo aveva tradito ed aveva comunicato alle guardie del Vescovo di Colonia - od alle sue spie - la sua missione ed il suo itinerario. Finché era stato in Francia, od aveva attraversato le contrade della pacifica Elvezia, il suo cammino non era stato né seguito né intralciato, ma appena sul suolo bavarese, anche se in ritardo sul suo fulmineo viaggio ad Ulm, le sue mosse erano state seguite e spiate.
Sicché, si trattava di un attacco proditorio contro di lui per procurare al fedelissimo Vescovo della cattolicissima Colonia il cofanetto ed il suo evidentemente prezioso contenuto! Fitte di dolore gli attraversavano di tanto in tanto la schiena, e sentiva il sangue pulsargli a tratti nei pollici doloranti e gonfi. Il sangue perso ed il sudore che profusamente era sgorgato dalla sua pelle durante quell'interrogatorio da incubo gli avevano fatto venire una sete insopportabile. Si fasciò le mani con quel che restava del saio che ancora cingeva i suoi lombi, e tempestò di colpi la porta di quercia che chiudeva la cella in cui era stato gettato di peso.
Nessuno accorse ai suoi colpi, né ai suoi richiami. Certamente le sue grida dovevano pur uscire dalla feritoia che, lassù in alto, dava aria alla cella, ma ore dopo, neanche quando la sua voce si cominciò a spegnere, nessuno venne in suo soccorso, aguzzino, soldato, sacerdote o diavolo che esso potesse essere là fuori.
Le ore passarono. La cella divenne fredda e scura, la pioggia lasciò filtrare alcune gocce sulla parete che si raccolsero in una cavità di uno dei blocchi di granito di cui il pavimento era fatto, accanto alla sua bocca riarsa. Ma egli non se ne avvide. I suoi occhi aperti e privi ormai di vita fissarono per giorni e giorni quell'ultimo sorso cui egli anelava, senza vederlo.
I mesi passarono, e gli anni. Ed ogni anno, il 22 settembre, grida disumane si sentono provenire dalle rovine del castello di Königswinter, grida che lentamente si spengono arrochite come se a trarle fosse un uomo agonizzante di sete. La foresta di scure querce, là sulla cima dello sperone roccioso su cui il moncherino della vecchia rocca ancora si erige puntato verso il cielo, riecheggia di quelle grida, ed esse talvolta giungono fino alla riva del Reno, dove i vecchi traghettatori, i pescatori ed i circa duecento abitanti del piccolo villaggio si guardano negli occhi l'un l'altro e sussurrano "Stasera il vento è davvero forte, lassù!".
Nel libri di storia si legge che il Gran Maestro dei Templari ed altri quattro Dignitari dell'Ordine furono arrestati il 13 ottobre del 1307 dalle guardie di Guillaume de Nogaret su ordine di Filippo IV il Bello, Re di Francia, col consenso tacito del Pontefice di Santa Romana Chiesa Clemente V allora risiedente inTroyes.
Il processo, basato sulle false confessioni di Fratelli che si rivelarono da subito inconsistenti, fu voluto, organizzato, seguito ed assistito in ogni sua fase dal Ministro di Sua Maestà, ma il tesoro dei Templari non venne mai ritrovato. Ne mai si reperì alcuna prova sicura della loro colpevolezza. In molti, nei secoli che seguirono, sostennero che lo scioglimento dell'Ordine e la persecuzione dei suoi appartenenti siano stati voluti dal de Nogaret e dal suo re per poter mettere le mani su quel tesoro, ma tutto resta ancora avvolto nelle brume dell'incertezza che gli anni spargono a piene mani sulla storia degli uomini.
Il 13 ottobre di ogni anno, in Rue Vieille du Temple, a Parigi, sono poche le persone che dormono sonni tranquilli. Fra le due e le tre della notte, infatti, la stretta strada del centro parigino risuonano degli zoccoli di molti cavalli, e di grida strozzate. Dal legno di portoni che da anni sono polvere si levano colpi sonori e cardini che ormai non esistono più, dissolti dalla ruggine, stridono aprendosi a quei colpi. Voci soffocate, ordini, grida terrorizzate riecheggiano fra edifici più volte ricostruiti, per vicoli ripavimentati cento volte, disperdendosi negli anfratti delle corti e dei portoni.
La gente ascolta, e tace; spesso non sa perché tutto ciò accada, cosa esso significhi o rammenti: tanto, dopo qualche minuto tutto è di nuovo silenzio, ed i pochi che il rumore ha ridestato mandano un accidente agli ignoti nottambuli e riprendono sonno.
La Senna, a poche centinaia di metri, diviene allora sporca delle ceneri di qualche grande falò, mescolate ad ossa che potrebbero apparire umane. Anch'esse dopo poco spariscono, portate via dalla corrente. La sagoma di Notre Dame si profila contro il cielo illuminato, ed i fari dei bateaux-mouches spazzano gli ultimi innamorati sulle banchine deserte delle banchine del fiume.. I clochards si rigirano infastiditi e smaltiscono in sonore russate, fra i cartoni che li ricoprono, il cattivo vino che li ha messi fuori combattimento.
Ma non è che frutto della fantasia. Immagini prese da vecchi film e da libri ancora più antichi.

Nella foto: rovine del castello di Königswinter

venerdì 13 giugno 2008

Scoop, scoop, scoop!

Scoop, grandissimo scoop, l'avventuriero nonchè eccezionale fotografo Monsieur Bertoux è riuscito, in ANTEPRIMA MONDIALE ad ottenere delle foto incredibili. Dopo numerosi appostamenti, e dopo essersi camuffato da cane di S. Bernardo, è riuscito ad infiltrarsi nel posto più segreto ed Off Limits del mondo ed a rubare le immagini di alcune partecipanti al Gran Torneo di lotta libera femminile patrocinato e realizzato dal folle psicologo Antonio76 con la collaborazione di Raz e Marcos, noti boss del settore delle scommesse clandestine sugli incontri di lotta libera.
Ed ecco a voi, fortunatissimi visitatori, questa incredibile meravigliosa fotografia!
Come potete vedere, da sinistra verso destra sono raffigurate le bellissime Hellcat e Misty, poi la languida Nenet seguita da Tali ed Info. In basso la splendida Simona.
Dura, lunga e difficile è stata l'impresa dell'inarrestabile Monsieur Bertoux. Individuare la villa bunker, seminascosta dietro il Monte Pellegrino non era stato facile, solo grazie all'occhio esperto di due abili informatori, originari di Sferracavallo, era riuscito nell'impresa. Superare gli sbarramenti elettronici, i cavalli di Frisia ed il muro di cinta non era stato impossibile, ma il peggio doveva ancora venire.
Feroci cani da guardia lo avevano attorniato sospettosi e solo dopo aver offerto loro generosi sorsi di cognac dalla fiaschetta che portava al collo era riuscito ad allontanarli.
Solo una languida cagna alsaziana aveva cercato a lungo di sedurlo ma il prode fotografo era riuscito infine ad allontanarla. (purtroppo ignoriamo se prima o dopo aver ceduto alle sue voglie. Da perfetto gentiluomo Monsieur Bertoux si è sempre rifiutato di svelare intimi particolari su i suoi rapporti con l'altro sesso)
Ma poteva ormai desistere dall'impresa l'indomito avventuriero? certamente no. Arrampicatosi faticosamente su di una grondaia riusciva nell'impresa di fotografare anche la sensuale Elle.








Guardie armate si aggiravano sospettose nei paraggi e le canne dei loro mitra scintillavano minacciosamente sotto i raggi del sole calante. Enormi giapponesi, esperti in arti marziali, scrocchiavano le dita già pregustando di frantumare le ossa di qualsiasi intruso.
Ed ecco, seminascosta nell'ombra, una delle perle del torneo: la meravigliosa impavida Lady Giovanna.
Uno scatto furtivo, ed il potente teleobiettivo della Leica M8 aveva immortalato un'altra preda.



Il lieve rumore provocato dalla macchina fotografica aveva però allertato l'udito finissimo di un giapponese.
Sogghignando maligno, e già pregustando la preda, l'omone si era a sua volta inerpicato lungo la grondaia.
Uno scricchiolio mise in allarme Monsieur Bertoux che si girò di scatto.
Il giapponese si era intanto fermato, bloccato dalla sorpresa di scorgere un cane sanbernardo. Era l'occasione che il nostro eroe non si lasciò sfuggire: un colpo di taglio alla giugulare del nipponico, sferrato con la sapiente esperienza di anni di lotte e di vita avventurosa mise immediata fine a quella che poteva essere una lotta mortale.
Non c'era più tempo. La rovinosa e fragorosa caduta del gigante aveva destato sospetti e già si udiva il vociare delle guardie ed i loro passi pesanti.
Ecco, un'altra occasione: un gruppo di lottatrici seminascoste in un angolo oscuro della villa si erano girate verso di lui. La mano, ancora dolorante per il tremendo colpo sferrato, pigiò rapida lo scatto della fidata Leica.
Ed eccole lì: Anna, Titania, Roberta, Fiore, Faraluna e la sorella di Spygirl che non si allontana mai dalla sua consanguinea per difenderla dai continui approcci di giovani gagliardi e vecchi bavosi fulminati e sconvolti dalla prorompente sensualità e dalle straordinarie attrattive della sorella.
Monsieur Bertoux, si morde le mani. La sua impresa non può dirsi compiuta senza quell'ultima straordinaria foto. Ma i guardiani sono ormai alle sue calcagna. Rattatà rattatà, rattatà. I mitra scottano tra le mani dei bravacci e le pallottole sibilando sfiorano il coraggioso avventuriero.
Un volteggio. Un calcio alla gola del guardiano che osa affacciarsi al bordo del tetto, un salto acrobatico e Monsieur Bertoux è già in piedi sul muro di cinta.
Un ultimo disperato sguardo alla villa mentre le pallottole già gli strappano il pelo dalla collottola, ed ecco il miracolo. L'ultima apparizione. L'ultimo vittorioso scatto e l'ultima splendida foto: Spygirl!

Missione compiuta!

sabato 31 maggio 2008

STASERA, FRA MILLE ANNI....

Ho rivisto, dopo molti anni, il mio vecchio amico Conte Engel Von Waldreihausen. Spirito inquieto e avventuroso ha viaggiato moltissimo ed ha investigato e raccolte numerosissime storie e leggende, oltre a stranissimi fatti ed allucinanti esperienze provati personalmente. Ho chiesto ed ottenuta la sua autorizzazione a rendere partecipi i miei amici di una delle sue storie. Eccola:


Il monachino di Ulm

Rudolph di Wolfgang da Erfstadt, questo era stato il suo nome fino a dieci anni fa, prima che il padre decidesse che toccasse a lui, secondogenito, diventare monaco, e chiedesse al Priore del Monastero di Bonn di farlo ammettere al convento.
Pochi anni ormai mancavano al millesimo anno dalla nascita di Cristo, e la profezia "Mille e non più mila...." era scolpita a lettere di fuoco nella mente di ognuno: quale migliore garanzia di eterne salvezza dagli orrori dell'Inferno, se non un figlio che, giorno dopo giorno, pregasse per l'anima tua e degli altri membri della famiglia? E chi, se non il secondogenito poteva provvedere a ciò, visto che il primogenito doveva aiutare nei campi e già era lontano le mille miglia da qualsiasi idea di convento, ubriaco com'era di birra ogni sera e donnaiolo per giunta come pochi altri giovani di Erfstadt?
Quella del vecchio Wolfgang (vecchio sì), si disse Rudolph pensando ai quaranta anni sonati del padre, ai capelli quasi bianchi ed alla gamba secca ed immobile che si trascinava da sempre, da quando lo ricordava.
Wilfried, il Priore del monastero di Bonn, aveva accettato Rudolph fra i bambini che giocavano e - a tempo perso - imparavano a biascicare preghiere ed a leggere qualche riga in latino nel cortile del Monastero, ed aveva detto a Wolfgang che a tempo debito, dopo che Rudolph avesse "cambiato voce e cresciuto la barba" avrebbe provveduto a farlo iniziare nell'Ordine ed inserito fra quelli che, a formazione ultimata, sarebbero stati ordinati Sacerdoti ed avrebbero dovuto disperdersi nelle vuote campagne intorno al Reno.
"Se non muore", era stata la sua riserva mentale pensando agli innumerevoli altri bambini che aveva trovato mille mattine d'inverno irrigiditi e pallidi sotto i pochi stracci che servivano loro da coperte.
Erano finiti i tempi in cui Karl der Grosse, l'illuminato imperatore dei Französische aveva generosamente dissipato il suo tesoro personale per incoraggiare le vocazioni e ricostruire i monasteri ed i conventi dati a fuoco dai Sassoni. Ora, i monasteri, i conventi, e persino le ricche abbazie con rendite da migliaia di miglia quadrate di fertile campagna, dovevano provvedere da soli a tutto: dalla formazione dei monaci al loro vitto ed alla costruzione di edifici rudimentali per ospitarli, oltre che naturalmente alle chiese.
Un paio di braccia in più servivano sempre, e poterne disporre senza doverle pagare era comunque conveniente, "Sia lode al Signore!", pensò Wilfried.
Così Rudolph, a soli sei anni di età, aveva indossato un rudimentale piccolo saio di grigia lana dozzinale, pruriginosa e che ben poco isolava dai rigori invernali, ed aveva ruzzato per qualche anno nel cortile del Monastero, sotto il vigile sguardo del padre guardiano - Frà Otto da Mainz - fino a che le sue guance si erano coperte di pelurie e la sua voce, da stridula ed infantile che era, si era trasformata in una bella voce da tenore, utilissima per cantare tre volte al giorno le lodi dell'Altissimo.
Era stato allora, l'anno prima, che il vecchio Wilfried dal capo calvo come un vecchio otre da vino, l'aveva convocato nella stanza da cui dirigeva con mano di ferro il Monastero, e tenendolo in piedi gli aveva detto di essere sicuro che lui, Rudolph, volesse essere ormai ordinato Sacerdote e lasciare il Monastero per iniziare la sua missione nel mondo. Come dirgli di no, che c'era una delle ragazze del borgo dalle lunghe gambe snelle e dagli occhi grandi e liquidi che lo guardava come un principe ?
Rudolph aveva annuito, ed il Priore gli aveva annunciato che quanto ambiva sarebbe accaduto di lì ad un mese, dopo di che la sua partenza sarebbe seguita entro due giorni per il convento di Heisterbach.
E così era stato.
Ora era uno dei quattro monaci che, a turno, celebravano l'Uffizio all'alba, all'Angelus, a compieta e la notte per i frati del piccolo convento di Heisterbach. Era uno dei pochi nel convento che, anche se non sempre comprendeva tutto dell'onnipresente latino, era comunque in grado di leggere e, con sforzi enormi, anche di scrivere le poche righe quotidiane di cronaca e di contabilità scarna del convento.
Né gli altri sacerdoti erano meglio di lui, o lontanamente prossimi all'eleganza della grafia del Priore di Bonn o degli amanuensi della lontana Colonia.
A via di averla ogni giorno sotto gli occhi durante i due - non sempre due - pasti quotidiani, la cosa che meglio di tutte riusciva a leggere, ed ogni volta con un sorriso sulle labbra, era la scritta in alto sulla parete intonacata del refettorio.


"IN GOTTES AUGEN TAUSEND JAHRE SIND WIE EIN TAG "
"Agli occhi di Dio, mille anni sono un giorno"

Che poteva mai significare, si chiedeva ogni volta con stupore e quasi con ironia. Il tempo è il tempo, uguale per tutti, da Dio alle formiche. "C'è un tempo per piangere e un tempo per gioire,...- citava a memoria dalla Bibbia - "...un tempo per vivere ed uno per morire..." Si, c'è un tempo per tutto e per ogni evento, ma soprattutto c'è un tempo per tutti, uomini e donne, Dio e Satana, padri e figli, nascita e morte.
Che aveva voluto dire l'ignoto fratello che aveva scritto quelle frase quasi blasfema sulla parete?
Anche ora, solo in piedi in cima alla collina che sovrastava il convento, con una vecchia copia sdrucita e malconcia dei Vangeli in mano - quanto amava quel libro, pensava, che Fra' Jorg da Rudesheim gli aveva donato - si ripeteva nella mente tutti i ragionamenti fatti su quella strana frase.
Il suo sguardo vagava sulle campagne d'intorno, e di tratto in tratto si lasciava affascinare dal lungo nastro azzurro del Reno, che nella vallata a si e no due miglia da lui, scorreva placido verso il Nord.
A distanza di qualche minuto, agili imbarcazioni a vela lo solcavano, dirette tanto a Nord quanto a Sud, coi loro larghi fianchi pieni di otri di vino, di sacchi di grano, di attrezzi di grigio ferro e sa il Cielo di quali spezie e quali meraviglie. In poche ore il vento le avrebbe sospinte verso i sobborghi di Brühl ed infine a Colonia, oppure verso Koblenz, Nainz e la leggendaria Heidelberg, nel lontanissimo Sud.
Il pensiero gli vacillò nello sfiorare l'idea di una lontananza così grande dal suo villaggio natio. Già venire a vivere a Heisterbach gli era costato un viaggio di quasi due giorni, inerpicandosi su per colline e rocciosi sentieri : quanti mesi di cammino poteva distare Heidelberg? E Roma, allora, col Papa, i Cardinali e la gloria del passato? Grande è il mondo, si disse, enorme e pauroso. Vederlo tutto avrebbe potuto richiedere anni : migliaia di anni, più dei mille della scritta. Si, ma allora, neanche Dio ce l'avrebbe fatta a visitare tutto il mondo che pure aveva creato!
Sorrise soddisfatto fra sé, con una punta d'ironia per lo sciocco fratello che chissà quanti anni prima aveva dipinto la scritta sulla parete del refettorio. Questa era l'eccezione che lui, piccolo frate, aveva trovato all'affermazione che ogni giorno gli si sbatteva in faccia. Questo, il punto debole su cui la scritta incespicava e si rivelava fallace.
Forse per la soddisfazione profonda che l'aver trovato la falla logica che faceva crollare, e non solo vacillare l'affermazione della scritta, forse per la fresca aria mattutina che gli ridestava un cupo brontolio nello stomaco vuoto, avvertì un senso di vertigine, e si fermò per appoggiarsi al suo bastone da pellegrino.
L'aria vibrò intorno a lui come se una vampata di calore - talvolta accadeva, in campagna, che l'aria calda divenisse un velo tremulo e quasi palpabile - avesse per un attimo offuscato la visione degli alberi d'intorno. Battè più volte le ciglia, ed il tremolio si arrestò.
Ancora stordito, pensò che fosse il caso di muoversi e tornare al convento per mettere qualcosa nello stomaco. Improvvisamente, lo sguardo gli si posò sulla sua mano poggiata al bastone, ed un brivido lo colse: rugosa, scheletrica, incartapecorita, la sua mano appariva debole, incapace di reggere il nodoso bastone, come la mano di un vecchio.
Si guardò l'altra mano, e il mondo gli crollò addosso. Anch'essa era, come la prima, la mano di un vecchio decrepito, in condizioni peggiori delle mani del Priore del monastero di Bonn o dell'eremita che una volta era andato a visitare sul picco roccioso (Königswinter lo avrebbero chiamato in seguito, ma lui non lo sapeva) che dominava il Reno a poche miglia dal convento.
Attonito, si passò la mano sinistra, che tremante cercava di resistere allo sforzo di sollevarla, sul viso. Quel che sentì confermò l'atroce sospetto che lo aveva indotto a compiere quel gesto : la pelle era grinzosa, flaccida e sottile, ed il naso sporgeva adunco ed ossuto dalle profonde occhiaie che gli circondavano i bulbi sporgenti degli occhi.
Proseguì con la mano l'esplorazione del capo, e sotto il cappuccio del saio avvertì che la fluente massa di capelli, che fino ad un momento fa aveva con noia ricacciato indietro quando chinandosi gli si era riversata sul viso, era ora estremamente ridotta. Uno di essi gli rimase attaccato alla mano, e nello scrollarlo via si accorse con disgusto che era completamente bianco.
Passi per i capelli: anche suo zio era diventato completamente bianco nel giro di poche ore, una volta che era stato inseguito da un orso bruno nella foresta a sud ed era riuscito a stento ad arrampicarsi su un albero che l'animale aveva lungamente scosso dal basso, fino a stancarsi ed andarsene a stomaco vuoto. Ma la pelle, quale sortilegio poteva averla trasformata in tal modo in quei pochi minuti da che, per soffiarsi con le dita il naso, si era visto la mano e toccato il viso? Che stregoneria diabolica poteva aver trasformato gli occhi, l'ossatura del naso, e ridotto così consistentemente la massa dei suoi capelli?
Un sacerdote, un frate, e lui era entrambi, non può e non deve mai badare all'aspetto esteriore, e su questo il Superiore del convento, e più di lui il Priore del Monastero di Bonn, l'avevano affermato e ripetuto decine di volte. E lui, Rudolph, infatti, ligio ai princìpi dei due santi uomini non ci badava e non vi avrebbe mai dato alcuna importanza. Ma una tale trasformazione! Quella si che era qualcosa a cui far caso, semmai.
Si ravviò con la sinistra il saio, e sotto le dita sentì sdruciture, strappi e vasti tratti in cui la stoffa era divenuta sottile come un velo. Tanto sottile, che il solo movimento infertole dalla mano l'aveva smossa e lasciava ora passare leggeri spifferi di fredda aria autunnale.
Rabbrividì, e pensò che fosse più che mai necessario, se non urgente, tornare al convento per trovare panni più pesanti. Si avviò sul sentiero alle sue spalle, in direzione del convento, e si rese conto che non solo il suo passo era lento e traballante, ma che ogni movimento delle gambe si ripercuoteva dolorosamente su per la schiena mandandogli lancinanti ed improvvisi dardi di pena infuocata per tutto il corpo.
Ci vollero almeno tre ore, benchè fosse in discesa, per ripercorrere a ritroso il cammino che poche ore prima, quelle stessa mattina, aveva speditamente fatto fino alla cima della collina.
"Non sono solo i capelli o la pelle", pensava fra sé e sé, "è tutto il mio corpo che è diventato vecchio; i miei muscoli, le mie ossa dolgono perciò."
Quando infine, aggirato l'ultimo sperone roccioso, giunse in vista del convento, quel che vide furono pochi ruderi di pietra - quelli che oggi conosciamo come il Kloster Heysterbach - ai cui piedi, lungo il pendio della collina, si stendevano per oltre un miglio bellissime casette bianche, con giardini cintati in cui festosi cani dimenavano la coda e correvano allegramente.
Rumori mai uditi prima ne provenivano, musiche fragorose e certamente non sacre fuoriuscivano dalle finestre spalancate, ed uno strano oggetto rosso - grande quanto bastava a contenere almeno due buoi - era dinanzi ad una delle casette.
Una donna (od almeno le lunghe chiome bionde facevano pensare che lo fosse) finì di stendere i panni e si voltò nella sua direzione mentre, immobile, lui stava ancora chiedendosi con meraviglia cosa mai potesse essere successo della porcilaia, dello steccato di recinzione, e delle latrine in legno che solo poche ore prima erano proprio nel punto in cui ora la donna lo stava fissando.
Doveva essere rimasta colpita dalla sua vecchiaia e dal suo aspetto cadente, perché quasi subito, affrettandosi verso di lui, lo apostrofò in una lingua sconosciuta, di cui riuscì a comprendere solo "Vater" e "Komm". prendendolo per un gomito, quasi trascinandolo, ella lo sospinse verso la casa, e poi dentro una stanza luminosa con alcuni mobili di legno ed un'altro materiale liscio ed opaco, ed altri di puro scintillante argento.
Con aria indaffarata e preoccupata, gli avvicinò una coppa bianca con un liquido ambrato e caldo, dal sapore dolcissimo e delicato insieme, facendogli gesti d'invito a bere.
Ringraziò in latino, sperando che ella lo conoscesse, ma lei non gli rispose, od almeno non nella stessa lingua, salvo per l'ultima parola che suonò alle sue orecchie come un "Benedicite".
La benedisse, e la donna gli s'inginocchiò davanti ringraziandolo con un altro profluvio di parole che per lui erano senza alcun senso.
Poi, improvvisamente, la donna si rialzò e corse verso un oggetto nero posato su uno dei mobili, e cominciò a parlare in quella sua strana lingua. Comprese solo "alte" (vecchio), "Worte" (parola) e "komm" . Probabilmente, stava dicendo all'oggetto nero che lui , Rudolph, era vecchio, non diceva una parola della sua lingua, e che doveva andare lì da lei. Si alzò a fatica dalla seggiola, e si diresse verso la donna, ma lei rimise a posto l'oggetto nero e gli corse incontro per fermare i suoi passi incerti e riportarlo subito a sedere. Un nuovo profluvio di parole lo investì, ma nulla, questa volta, riuscì a penetrare la barriera del linguaggio. Intanto, Rudolph aveva avuto il tempo di osservarla.
Dinanzi agli occhi, retti da due astine di quel che sembrava oro, ella portava due oggetti tondi che sembravano di vetro trasparente. Le gambe, ben fatte, erano fasciate in stretti tubi di tessuto che le coprivano anche la parte bassa del corpo. Il deretano, sporgente, era inverecondamente posto in mostra e la sua curva era accentuata dall'aderenza dell'indumento. Nella parte superiore del corpo il torace era coperto da una maglia di lana (?) gialla che anziché occultarlo esaltava la curva del seno che sembrava voler esplodere.
L'abbigliamento, ed i modi franchi e diretti di lei gli facevano pensare che fosse una meretrice, una donna che - come dicevano i novizi - vendeva il suo corpo ed i suoi piaceri per uno o due pezzi d'argento. La sua voce, invece, ed il modo comunque rispettoso e sollecito con cui lo trattava, anche se lui non capiva nulla di quel che ella gli diceva, erano quelli di una donna di buoni costumi. Santa o puttana che fosse, egli non sentiva dentro di sé, o meglio sotto la sua tonaca, nessuna reazione quale quella che riteneva potesse associarsi al desiderio dei sensi suscitato da una creatura diabolica. Decise di rinviare il suo giudizio, e bevendo una seconda coppa del delizioso liquido caldo si guardò incontro.
Per la prima volta notò, nella stanza accanto a quella in cui si trovava, un mobile basso con una finestra sul lato anteriore nella quale si vedeva il viso di un bambino che parlava. Non riusciva a sentirne la voce, ma rimase colpito dal rapido movimento con cui il visetto infantile fu sostituito dalla testa e dalle spalle di un nano. Solo un nano avrebbe potuto stare così in basso da affacciarsi da quella finestra; ne aveva visto uno, una volta, che coi suoi compagni teatranti dava spettacolo sulla piazzetta del monastero di Bonn per le poche monetine che qualche donnetta ed il Priore del Monastero avevano offerto loro. Solo che questo era diverso : non aveva la faccia grinzosa e strana di quello, ed anzi sembrava in tutto e per tutto un uomo normale. Anche il nano scomparve dopo un po', e la finestra mostrava ora una piccola casa fatta a forma di cattedrale, con torri e croci.
Non ebbe il tempo di vedere oltre. Alla porta da cui era entrato, erano infatti giunti due uomini in abiti ancora più strani della donna. Uno, più magro ed alto, vestiva interamente di nero, con tubi alle gambe come la donna - ma solo un po' meno stretti - e con uno strano collarino bianco che gli serrava il collo. L'altro, basso ed apparentemente muscoloso, nascondeva in parte i tubi delle gambe con una specie di tonaca bianca che gli ricordava la cotta dei sacerdoti.
La donna li fece entrare, e da come parlava fitto con loro volgendosi verso di lui, e dal modo in cui i due lo guardavano di tanto in tanto, comprese che parlavano di lui.
L'uomo alto gli si avvicinò: i suoi capelli erano tagliati corti come quelli dei novizi, ma dall'età che dimostrava doveva aver raggiunto i trenta anni. I suoi modi erano calmi e la sua voce bassa e suadente. Questi provò a parlargli in diversi modi, tutti a lui sconosciuti, fino a che non gli rivolse poche parole in latino. Era un latino strano, pronunciato evidentemente da chi non lo aveva studiato bene, ma comunque era una lingua che gli era ben familiare.
Gli stava chiedendo il suo nome. Rispose, e vide un lampo di soddisfazione passare negli occhi dell'altro.
Da dove veniva? gli chiese quello, e lui rispose che veniva proprio da lì. La mattina era uscito per andare sulla collina ed i barbari Sassoni non avevano ancora distrutto il convento in cui la notte prima aveva dormito. Ma forse lui che faceva domande già lo sapeva…ma chi era, e dov'erano spariti i suoi fratelli ed il Superiore?
L'uomo lo guardò con aria strana, come avesse visto un fantasma. Stamattina? Dormito al convento con quel freddo e quella pioggia? Si sentiva bene? Si, rispose Rudolph: stanco, con le ossa rotte ed affamato, ma non ammalato.
L'uomo in nero si voltò a parlare con la donna e con l'uomo con la cotta bianca. Probabilmente traduceva le poche parole che si erano scambiate, perché vide che tutti e tre si voltavano continuamente verso di lui.
Poi l'uomo in nero tornò presso di lui, “Pater” gli disse, “sono anch’io un sacerdote, e sia io che padre Werner siamo tuoi confratelli nella fede. Puoi fidarti di noi e narrarci tutto”.
Non c'era nessun mistero, e Rudolph raccontò l’accaduto. Era ben poco, e lo si capiva dallo sguardo del sacerdote. Poi questo gli chiese se sapesse in quale anno di grazia Domini, ed in quale giorno di quale mese, egli fosse uscito dal convento quella mattina. Rispose che lo sapeva benissimo: era il lunedì successivo alla Quarta Domenica d'Avvento dell'anno di Grazia 995 dopo la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, "laudetur semper" concluse.
"Semper laudetur" gli fece eco l'altro, e restò muto, con gli occhi bassi per qualche minuto. Poi si scosse, lo guardò con occhi lucidi di lagrime, e lo abbracciò stretto sussurrandogli all'orecchio : "Pater, oggi è mercoledì della Quarta Settimana d'Avvento, ma siamo nell'anno di Gratia Domini Millenovecentonovantacinque."
Rudolph, folgorato, restò immobile, pensando e ripensando : mille anni! Mille anni erano trascorsi da quella mattina, e non era ancor sera! Mille anni come diceva la scritta dell'ignoto frate pittore!. Mille anni dalla sua bestemmia di quel mattino!
E cominciò a piangere. Piangeva ancora quando il Priore di Bonn andò la sera stessa a visitarlo nell'infermeria del Monastero. Pianse per giorni, per settimane. Il suo cuore cedette la sera della Vigilia di Natale, quando tutti, nel Monastero, celebravano la Gloria del Dio che si fece Uomo per dare la Vita e conoscere la Morte. E seppe allora, il giovane Rudolph, cos'è l'Eternità senza tempo.
Le rovine del Kloster Heisterbach si trovano ancora su quella collina alle spalle di Königswinter, a pochi chilometri da Colonia e dall'altra parte del grande fiume rispetto a Bonn. La scritta sulla parete del refettorio è scomparsa con il refettorio ed il resto del convento, ma la leggenda vive ancora.

domenica 25 maggio 2008

Storie fantastiche: John Titor


Alcuni di voi avranno certamente vista la trasmissione RAI "Voyager" nella quale si è parlato di John Titor, il viaggiatore del tempo.
La vicenda inizia il 2 novembre del 2000 quando nel Forum communities.anomalies.net comparve un tizio che dichiarava di provenire dal 2036.
Parlando di se affermava di chiamarsi John Titor, di essere nato nel 1998 a Tampa, in Florida, e di essere un ufficiale di un esercito del futuro. Nei suoi post raccontava di una guerra civile che sarebbe scoppiata in America alla fine del 2004 e di una guerra termonucleare che sarebbe avvenuta, o che avverrà, nel 2015 e che comporterà miliardi di morti.
Il 24 marzo del 2001 scriveva il suo ultimo post perché sarebbe ritornato alla sua epoca. Avrebbe infatti completata la sua missione che consisteva nel recupero di un pc IBM 5100 del 1975 dotato di alcune singolari e non più ripetute caratteristiche segrete tra le quali quella di tradurre tra loro i linguaggi UNIX, APL e BASIC.
I suoi post erano corredati di fotografie varie della "macchina temporale" e di alcuni schemi tecnici. Come spesso accade in America (e non solo) , i suoi interventi hanno presto creato due gruppi, "i sostenitori" e "gli scettici" fra tutti coloro che si sono imbattuti nei suoi scritti.
Attualmente in America vi è addirittura la Fondazione John Titor che cura libri e pubblicazioni sul personaggio e che è presieduta da un avvocato. La troupe RAI ha effettuato un'accurata ricerca in loco e non ha, ovviamente, trovata alcuna traccia di questo personaggio, della sua famiglia e della sua nascita. L'ipotesi più probabile è che il fantomatico John Titor sia, in realtà, un misterioso fratello dell'avvocato, persona esperta in elettronica ed informatica.
Chi volesse ulteriormente approfondire la conoscenza di questo originale personaggio potrà trovare su Youtube le rimanenti 3 parti di Voyager dedicate a John Titor (vedi la clip nella colonna), e su Internet numerosi resoconti corredati da fotografie.

P.s. Voglio chiarire che, per certe cose, sono ancora più scettico di Piero Angela e del Cicap. Secondo me le cose sono andate così: C'è un tizio che è un esperto di informatica e di elettronica, appassionato di fantascienza. Decide di fingersi, in un Forum, un viaggiatore del tempo. Continua per diversi mesi suscitando un grande interesse con teorie, foto e diagrammi tecnici. Quando decide di chiudere il gioco e di fingere di tornare al futuro si mette d'accordo con quel volpone del fratello, che è avvocato, e crea la fondazione John Titor con la quale può mantenere vivo l'interesse e fare soldi pubblicando libri e opuscoli su quanto detto nel Forum. Che sia una bufala è più che ovvio: qualcuno ha forse saputo di una guerra civile avvenuta negli USA nel 2004?

martedì 13 maggio 2008

Le fregature prima o poi...arrivano!


Iniziai con il famoso Vic 20 all'inizio degli anni 80. Seguirono poi molti altri pc, ma quello che uso attualmente è stato acquistato almeno 10 anni fa.
E' un vecchio rudere? Forse, ma non tanto se si considera che utlilizza il sistema Microsoft XP Professional, ha un processore Imtel da 3.000 Mhz ed una memoria fisica da 1.024 MB.
Certo, è evidente che nel corso degli anni ho provveduto a fargli fare diversi upgrade con i prodotti più recenti.
Sì, hanno avuto un costo non indifferente e qualche amico mi ha anche chiesto perché non ho provveduto invece a comprare un pc nuovo, di ultima generazione.
La spiegazione è semplice: quando lo acquistai cercai di corredarlo con le migliori periferiche in commercio, compatibilmente ovviamente con le mie finanze di allora.
Acquistai quindi uno scanner Epson GT 5500 ed una stampante Epson Stylus Color 600. Sono due apparecchi evidentemente molto ben costruiti e che hanno sempre funzionato e funzionano tuttora senza darmi il minimo problema malgrado la loro vita ultradecennale.
So di amici che in meno di quattro anni hanno già acquistato 3 stampanti moderne e 2 scanner che, dopo pochi mesi, non hanno funzionato più.
Naturalmente sia il mio scanner che la stampante sono collegati al mio pc con quei grossi e robusti cavi che si collegano alle porte parallele, porte che nei pc di ultima generazione non esistono più e quindi se acquistassi un pc nuovo non potrei più utilizzare due periferiche di ottima fattura.
Ovviamente ho anche 3 o 4 porte USB anche se di vecchio tipo e quindi leggermente più lente.
Bene. Due o tre anni fa portai il pc in un negozio che vendeva e riparava computer per fare cambiare processore e scheda madre. Mi indirizzarono al tecnico... ops, cioè al Professore di chirurgia plastica: un omone serio e barbuto, imponente nel suo camice bianco, che dopo aver aperto...ehm, cioè dopo aver operato il mio pc, mi sparò un preventivo che mi sembrò un po' eccessivo.
Obiettai timidamente, ma il Professore, con aria annoiata e di sufficienza, mi comunicò che avrebbe precaricato l'ultima indispensabile versione di Microsoft Office che costava molto di più del particolare trattamento di favore che stava facendo ad una persona evidentemente ingrata e incompetente come me.
Accettai, vergognandomi come un ladro per le mie obiezioni e, in effetti, mi trovai contento. Office funzionava perfettamente ed era molto più completo del mio vecchio Office 2000. Il dischetto di Microsoft XP pro l'avevo invece fornito io perché l'avevo acquistato da poco.
Tutto è andato bene fino a pochi giorni fa. Come sapete la Microsoft fa, regolarmente, degli aggiornamenti durante i quali controlla la genuinità dei programmi. Ebbene, dopo l'ultimo aggiornamento mi arriva la comunicazione che il mio Office non è originale. In pratica è una copia pirata. Funziona, ma ogni volta che utilizzo Word, Excel o Microsoft Outlook mi compare una finestra che mi avverte con toni sempre più minacciosi che il prodotto è piratato!
Aiutooo, già mi vedo ammanettato e condotto nelle patrie galere sotto l'occhio disgustato e malevolo di coinquilini e vicini che borbottano tra loro: "Eh, sì, quel tipetto che sembrava tanto mite e perbenino, a me non mi ha mai convinta!"
Preparo una valigetta con qualche indumento ed un po' di frutta (non si sa mai) e mi precipito dal negoziante per protestare. Ahimè, al posto del negozio di computer c'è ora una merceria dove mi convincono ad acquistare due centrini sottovaso e 20 metri di nastro celeste!
Che fare ora? Sopportare la continua apertura di quella finestrella di richiamo, che sembra il dito puntato di un inflessibile poliziotto, mi dava un enorme fastidio come mi dà fastidio usare un prodotto illegale; comprare una copia originale di Office non è proprio il caso considerato il suo attuale prezzo, ho quindi cancellato Office ed installato Open Office che è una specie di clone gratuito.
Non sono però molto soddisfatto. Funziona, ed anche bene, ma lo trovo complicato ed anche molto lento. Penso che prima o poi lo cancellerò e tornerò al mio vecchio Office 2000 sempre che riesca a trovare dove diavolo sono finiti i vecchi CD di installazione.
Inoltre ora mi trovo con qualche difficoltà con la posta perché ho dovuto ricorrere ad Outlook Express che è notevolmente limitato rispetto al confratello di Office che ero abituato ad utilizzare.
Morale: quando fate un upgrade, o acquistate un pc nuovo non accettate programmi preinseriti se non vi vengono anche consegnati i CD originali dei quali cercate di verificare l'autenticità. E' inutile, per quanto si sia prudenti qualche fregatura arriva sempre!

lunedì 5 maggio 2008

I bambini sono buoni da mangiare?



Cosa conservare nel freezer? salumi, frutta, bistecche, birra... e poi? Certo di questi tempi, con i soldi che mancano ed i generi alimentari sempre più cari è difficile rifornire il frigo.
Evidentemente la brava massaia tedesca di Wenden, vicino Bonn, ha pensato di risolvere il problema in altro modo. Ecchediavolo! mica sono solo i comunisti ad avere il privilegio di poter mangiare i bambini!
E poi bisogna essere previdenti e pensare al futuro, farsi delle scorte nei tempi delle vacche grasse per quelli delle vacche magre, come fece il Faraone su consiglio del buon Giovanni.
La gentile signora germanica ha pensato quindi ad una produzione in proprio: mettere al mondo dei figli e poi conservarli in frigo per i tempi duri.
Solo che anche in Germania lo stato ostacola la libera iniziativa ed ecco che ieri, domenica, la polizia ha trovato il cadavere di tre neonati nel freezer della cantina ed ha arrestato la madre.Secondo la Procura di Siegen (Nord Reno-Westfalia, Ovest) è stata proprio la madre a uccidere i tre piccoli e non si è voluto assolutamente tener conto delle proteste e delle giustificazioni di questa brava e previdente massaia.

venerdì 4 aprile 2008

Ma lo Stato dov'é?

Sono letteralmente annichilito, non riesco più a comprendere che fine stia facendo questo Paese, il mio, il nostro Paese.
Di fronte all’Europa ed a tutto il resto del mondo la nostra bella Italia sta sprofondando nel baratro politico ed economico, e ciò oltre alle gravissime colpe di governanti abulici ed incapaci e di sindacati che sembrano vivere al di fuori della realtà, anche con il vergognoso aiuto di giornalisti che dell’arte dell’informazione hanno fatto la fiera del pettegolezzo e del masochismo.
L’illegalità, la sfiducia e l’individualismo dilagano e nessuno sembra capace di comprendere come l’interesse dell’intera nazione possa e debba prevalere su quello di sparute minoranze che hanno forse giustamente il diritto di difendere le loro ragioni ma non a scapito dell’intera collettività.
La già disastrata economia della Campania è in ginocchio, e le varie fonti d’informazione continuano a sommergerla sotto ingiustificate tonnellate di melma senza che nessuno abbia il coraggio di alzare un dito per arrestare questa catastrofe.
Certo, l’incancrenito problema della spazzatura c’è, ma non con quelle dimensioni e con quella diffusione con le quali siamo quotidianamente bombardati da giornali e media.
Non sono napoletano ma a Napoli vivo da quasi cinquant’anni e posso assicurarvi che la città non è nelle condizioni che ci vengono sbattute sui teleschermi e che si riferiscono solo e soltanto ad alcune zone dell’estrema periferia ed a qualche paese della provincia. Certo, le discariche non piacciono a nessuno, ma vi sono, in questo momento altre soluzioni ? Perché prendersela con chi cerca di porre un rimedio, anche temporaneo, e non con quei politici ignavi ed incapaci, i cui nomi sono ben conosciuti e che, da decenni, hanno impedito che la regione si dotasse di adeguate strutture tecniche per lo smaltimento della spazzatura?
E la conseguenza qual è? Uno schiaffo dato all’intero Paese di fronte al mondo, un bambino delle elementari che viene picchiato e schernito dall’odio razzista che alcuni genitori beceri del Veneto instillano nei loro figli, un crollo dell’attività turistica con la conseguente chiusura di alberghi e ristoranti, la criminalizzazione dell’attività ortofrutticola che viene descritta come totalmente inquinata, una enorme riduzione del consumo e dell’esportazione della mozzarella di bufala da qualsiasi parte dell’Italia provenga.
Un paese asiatico, la Corea del sud, che mai ha importato una sola mozzarella si permette di affermare ufficialmente che nella mozzarella campana abbonda la diossina e la Farnesina che fa? Convoca l’ambasciatore coreano per esprimere il nostro sdegno e minacciare sanzioni? Macché! Silenzio assoluto.
Cosa sarebbe successo se la Corea avesse fatta una analoga affermazione nei confronti di un prodotto americano, inglese o tedesco?
E che dire sulle calunniose fanfaronate che stanno affossando anche uno dei nostri vini più pregiati, il Brunello di Montalcino? Si è detto che il vino è taroccato con ingredienti chimici e con uve pugliesi. Nulla di tutto questo. Il Procuratore della Repubblica di Siena ha accertato che si tratta di una irregolarità assolutamente marginale di un paio di produttori che, nelle loro vigne, hanno qualche filare di vitigni internazionali e quindi diversi dalla stragrande maggioranza della vigna formata da Sangiovese grosso della specie Montalcino.
E che dire dell’ultima assurda ed offensiva normativa emanata dal ministro del lavoro Damiano sulle dimissioni dei lavoratori?
Chi vuol dimettersi non basta più che consegni al suo datore di lavoro una lettera di dimissioni, deve prima richiedere un modulo al ministero del lavoro, riempirlo, farlo vidimare presso l’Ufficio provinciale del lavoro. Ma siamo impazziti? Perché far perdere tempo e umiliare il lavoratore considerandolo un imbecille incapace di autogestirsi?
Si è detto: per evitare che il datore di lavoro faccia preventivamente firmare al dipendente una lettera cautelativa di dimissioni in bianco. Ma davvero? Quindi tutti i datori di lavoro, anzi, i padroni, sono dei delinquenti e dei pirati. Ma dove siamo, nella repubblica sovietica ai tempi delle purghe di Stalin?
Due parole sull’Alitalia, distrutta da dirigenti incapaci e super pagati, da centinaia o migliaia di assunzioni “politiche”, da scioperi sindacali che hanno danneggiato l’azienda ed il Paese. Ebbene, arrivati sull’orlo del fallimento, chi decide e tratta il destino dell’azienda, il proprietario? E cioè il maggiore azionista che è lo Stato? No, sette od otto organizzazioni sindacali.
Allegria!

lunedì 31 marzo 2008

Caro dottor Giuliano Ferrara


La lettera pubblicata qui di seguito è stata inviata a Giuliano Ferrara da Luisa Caddeo, madre di Sara e Roberto Ibba. La dolorosa vicenda di questa sventurata, e abbandonata famiglia, è nota a molti amici blogger. Chi volesse ulteriori notizie può trovarle nel sito Voci nel silenzio .
Quali che siano le mie opinioni personali su una materia così delicata come l'aborto non posso venir meno al bisogno di denunziare il vergognoso abbandono in cui le "Istituzioni" hanno lasciato questa famiglia dopo averla illusa con vuote ed ipocrite promesse di assistenza e di lavoro.
Mi piacerebbe molto se tutti coloro che passano da qui copiassero questa lettera e la pubblicassero sui loro blog. Si dice che una noce nel sacco non fa rumore ma, se saremo molti, il rumore diverrà assordante e può darsi, chissà, che chi ha il potere di intervenire intervenga...

Caro Dott. Ferrara, ultimamente Lei sta promuovendo una forte campagna a favore della vita tramite la rivisitazione della legge 194. Mi sembra di capire che, sostanzialmente, lei afferma fortemente il principio secondo il quale una donna dovrebbe essere fondamentalmente propensa a generare vita piuttosto che a donare morte. Ebbene, io sono una di quelle che, fra le due opportunità, ha optato per la prima. Tenterò di illustrale, brevemente, la mia situazione: " Sono Madre di due bambini, Sara e Roberto, rispettivamente di 14 e 11 anni . I due bambini sono portatori, sin dalla nascita, di handicap grave(OLIGOFRENIA, LEUCOENCEFALOPATIA E IPOTONIA) , giudicati invalidi al 100%, io e mio marito Carlo, percepiamo un totale di 800 euro al mese quale indennità d'accompagnamento. Inoltre, in virtù di quanto previsto dalla legge 162/1998, vengono erogati pseudo servizi d'assistenza quali: accompagnamento dei bambini da casa a scuola e viceversa; supporto terapeutico psicologico (musicoterapia) e ausilio educativo mediante educatrice che permane nel nostro domicilio 2 ore al giorno. Cosa dice questa legge? In sintesi il legislatore ha voluto affermare un sacrosanto principio che si riassume così: " 1- ter)......... a disciplinare, allo scopo di garantire il diritto ad una vita indipendente alle persone con disabilità permanente e grave limitazione dell'autonomia personale nello svolgimento di una o più funzioni essenziali della vita, non superabili mediante ausili tecnici, le modalità di realizzazione di programmi d'aiuto alla persona, gestiti in forma indiretta, anche mediante piani personalizzati per i soggetti che ne facciano richiesta, con verifica delle prestazioni erogate e della loro efficacia". L'esclamazione mi pare d'obbligo: "ALLA FACCIA DELLA GARANZIA DI UNA VITA INDIPENDENTE!!!!!!!". Se con gli interventi attualmente adottati a favore di Roberto e Sara si ritiene di assicurare il diritto summenzionato, la pretesa mi sembra, francamente, un po' "eccessiva, per non dire demenziale". Inoltre, io non posso, ovviamente, lavorare dovendomi occupare dei bambini; mio marito è disoccupato da anni e, nonostante le ripetute richieste tese a richiamare l'attenzione della nostra amministrazione locale affinché, in virtù della drammatica situazione, possano essere adottati provvedimenti d'eccezione per assicurare una qualsiasi attività lavorativa a mio marito Carlo, e quindi assicurare ai nostri due infelici figli perlomeno una adeguata alimentazione (sto parlando di ALIMENTAZIONE, non di sfumature voluttuarie) tutto tace, nel più assoluto immobilismo. Caro Ferrara, le confesso, pur se con molta tristezza, che se dovessi tornare indietro, sarei una di quelle donne che avrebbe il buon senso di NON donare ai propri figli una vita fatta di stenti e sofferenze, di indigenze assolute, di abbandono da parte di una società che si professa democratica ed attenta al sociale e che, invece, con indifferenza ripone nel dimenticatoio le tragedie che colpiscono le persone più deboli. Le confido anche che, spesso, mi sembra di intravedere nello sguardo dei miei due bambini (ovviamente loro non sono in grado di articolare le parole e di formulare logici pensieri) una sorta di rimprovero per avergli donato una "non vita". Ora, quel che le chiedo è: una volta tanto, invece di portare alla ribalta i casi di donne che decidono di abortire per paura di non poter assicurare ai propri figli una vita degna di potersi definire tale, parli della paura di una madre che, a causa del totale stato di abbandono in cui sono stati relegati i suoi figli , vive nell'angoscia di cosa il futuro potrà riservare a questi due bambini, convive col senso di colpa di avergli imposto una vita d'inferno e solitudine, in un paese dove ci si preoccupa del "modello" ma non ci si prende cura delle specificità sociali che incidono fortemente sulla sua applicazione pratica, dove le tristi problematiche di questi "figli di un Dio minore" vengono appositamente sminuite sino al punto di renderle invisibili proprio perché è comodo ed edificante parlarne ma, ahimè, forse troppo impegnativo e poco remunerativo risolverli. Mi dimostri Dott. Ferrara che il suo è un forte e sentito convincimento e non l'ennesima messa in scena "Italianota" utile solo a dare visibilità al suo promotore. Perché Lei possa meglio rendersi conto di cosa stiamo realmente parlando, le allego due fotografie dei miei bambini, che danno il senso del loro effettivo stato di salute. Luisa Caddeo Piazza della Repubblica, 18 09010 Vallermosa (CA) Tel. 349 2534234

Per vedere e conoscere più da vicino il viso di questa dolce coraggiosa madre e dei suoi bimbi clicca quì

lunedì 17 marzo 2008

UNICO 2008 ...Allegriaaaaa

Chi ben comincia è alla metà dell'opera, e mai come quest'anno è opportuno cominciare ad approfondire per tempo le novità e le difficoltà cui andremo incontro per preparare la dichiarazione dei redditi.
Com'è noto, questo compito è sempre più gravoso e non solo per il denaro che si deve sborsare ma soprattutto per le difficoltà che si incontrano nel compilare la dichiarazione che, tempo addietro, un Presidente della Repubblica definì lunare.
Naturalmente questa nota riguarda essenzialmente quei coraggiosi che ancora compilano autonomamente la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche senza rivolgersi ai CAF o ai commercialisti, tuttavia alcune cose è utile che siano a conoscenza di tutti.
Intanto se, negli scorsi anni, avete compilato il vostro bel modello cartaceo e l'avete successivamente consegnato in banca o alla posta SCORDATEVELO! quest' anno la legge finanziaria ci complica maggiomente la vita. Infatti un'ulteriore novità riguarda le nuove disposizioni di trasmissione dei modelli: non più in via cartacea ma esclusivamente tramite Internet.
Trasmissione:



La presentazione telematica deve avvenire entro il 31 luglio 2008. Potrà provvedere all'invio l'interessato stesso, un intermediario abilitato o un ufficio dell'agenzia delle Entrate. Sembra semplice per chi ha dimestichezza col pc, no? ... e invece non è così: per provvedere personalmente all'invio dovrà infatti recarsi all'agenzia delle Entrate per ottenere, se sarà fortunato, il PIN le pass e quanto necessario per l'invio. La cosa più simpatica è che a tutt'oggi 16 marzo l'Agenzia delle Entrate non ha ancora predisposto il sofware per la compilazione del modello UNICO 2008. Sul sito dell'Agenzia trovate infatti solo quello dell'anno scorso.
Ma andiamo avanti con qualche altra notiziola utile:
Acquisto di farmaci:


Lo scontrino fiscale per l'acquisto dei farmaci diventa più complesso: oltre alla cifra spesa, dovrà riportare anche "la specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e l'indicazione del codice fiscale del destinatario". Questo è almeno quanto richiesto per poter usufruire degli sconti fiscali sull'Irpef previsti per l'acquisto di medicinali.
Sanità:

Salvo modifiche dell'ultima ora che attualmente non conosco, tornano i ticket con un costo medio in più a famiglia pari a circa 44 euro all'anno. Per le visite specialistiche e per la diagnostica, resta il tetto massimo di 36,15 euro (fino a un massimo di 8 prestazioni), ma si dovrà pagare una quota fissa di 10 euro per ogni ricetta. Per le prestazioni non urgenti al pronto soccorso ci sarà un ticket di 23 euro per ogni visita medica più altri 18 per eventuali accertamenti diagnostici. Sul fronte degli esenti scatterà una verifica capillare.
Tassa di soggiorno:

tassa di soggiorno per i turisti che alloggiano in alberghi, campeggi, villaggi turistici e agriturismi, per un massimo di 5 euro al giorno per persona.
Esercizi commerciali che non emettono lo scontrino:
Basterà una sola violazione, (contro le tre precedenti), per far scattare le sanzioni che possono arrivare fino alla chiusura dell'attività.
Sconti e facilitazioni:

Sconti in per chi acquista un frigorifero o un congelatore di classe A+. La misura è relativa alla sostituzione di frigoriferi, congelatori e loro combinazioni, di classe energetica non inferiore ad A+, acquistati nel corso del 2007.La detrazione fiscale, in un'unica rata, arriverà al 20% fino ad un massimo di 200 euro.
Chi sostituisce la vecchia caldaia con una nuova meno inquinante o monta un pannello solare, potrà avvantaggiarsi di consistenti sgravi fiscali. Tali agevolazioni fanno parte di tutta una serie di interventi di efficienza energetica nell'edilizia che consentiranno di ridurre le dispersioni termiche del 30-40% e di avere consistenti risparmi energetici. Sconti anche per chi sceglie serramenti termoisolanti.Chi possiede un'auto classificata Euro 0 o Euro 1 da rottamare, può contare su un contributo di 1000 euro per l'acquisto di una nuova vettura. Bonus dai 1.500 ai 2.000 euro per l'acquisto di vetture nuove con alimentazione gpl o a gas metano.
Esezione del bollo per cinque anni per le auto nuove di categoria Euro 4. Aumento per tutte le altre auto, in maniera progressiva man mano che si scende dalla categoria Euro 3 fino a Euro 0.
Saranno detraibili, fino a un massimo di 210 euro, le spese sostenute per l'iscrizione e l'abbonamento dei giovani a piscine, palestre e altri impianti sportivi.
I giovani fra i 20 e i 30 anni potranno detrarre fino ad un massimo di 991,60 euro per i primi tre anni, sull'affitto purchè la casa sia diversa da quella dei genitori.Il bonus fiscale sarà concesso purchè si percepisca un reddito non superiore a 15.493,71 euro.
I contribuenti con reddito fino a 30.987,41 euro che pagano l'affitto per la casa, potranno usufruire di una detrazione pari a 150 euro. Se il loro reddito non supera i 15.493,71 euro, la detrazione raddoppia a 300 euro.
Studenti universitari fuori sede:


Gli studenti universitari fuori sede potranno ottenere uno sconto sull'affitto della casa. Potranno infatti godere di una detrazione fiscale del 19%, fino a un massimo di 500 euro.

venerdì 7 marzo 2008

10 e lode

Ringrazio MasterMax per avermi conferito il premio 10 e lode con la seguente affettuosa motivazione:
Sergio: per la sua abilità nell'appassionarmi ogni volta che leggo un suo racconto, con il suo modo di scrivere fresco e alla sua ironia mescolata sempre ad una dose di amarezza, e alla fine mi ritrovo sempre con gli occhi lucidi.
A mia volta lo conferisco alla cara Bruja per la sua vitalità, per la dolcezza materna che traspare dai suoi post e per il suo carattere eclettico.
Avrei voluto includere l'amica Elle e Freespiritman, ma ho visto che, giustamente, l'hanno già meritato.

martedì 4 marzo 2008

LA FARMACISTA


Tutti conoscevano il bravo dottor Minicucci, il medico condotto. Si può dire che tutta la popolazione giovane e meno giovane del paese fosse passata per le sue mani.
Preparato, onesto, rispettato e sempre disponibile bastava fargli sapere di aver bisogno delle sue cure e poco dopo ti si presentava in casa coi suoi capelli bianchi ed il suo sorriso allegro.

Spesso bastava la sua sola presenza per fare scomparire o comunque alleviare qualsiasi malessere.
Dopo aver accuratamente visitato l’ammalato, si sedeva tranquillamente al tavolo, estraeva la sua preistorica stilografica dal pennino d’oro, e tratto un voluminoso ricettario da una vetusta valigetta a soffietto vergava con calma meticolosa e, cosa strana per un medico, con una impeccabile calligrafia, lunghe ed accurate ricette.
Normalmente quando era necessario recarsi nel centro del paese ero incaricato io di fare la spesa e così avveniva anche quando occorreva comprare delle medicine.
La farmacia si trovava proprio in piazza. Era un locale grande e antico; lungo le pareti correvano delle scansie sulle quali erano disposti, in ordine preciso, vasi ed ampolle contenenti sostanze medicali. La professione del farmacista era, in quel tempo, ben diversa da quella moderna. Non esistevano infatti le ben note confezioni di medicinali che troviamo oggi. Per quanto mi ricordi, gli unici medicinali già pronti in apposite fiale che dovevano essere tranciate con un minuscolo seghetto, erano quelli che dovevano essere iniettati.
L’iniezione era un procedimento alquanto complesso: le siringhe erano di robusto vetro molato e duravano anni ed anni fin quando non si rompevano per qualche incidente; anche gli aghi venivano usati più e più volte. Questi, poi, erano corredati di un sottilissimo filo d’acciaio che veniva introdotto al loro interno per assicurarne la pervietà e rimuovere eventuali ostruzioni. Ago e siringa dovevano essere preventivamente sterilizzati e ciò si otteneva ponendoli in un apposito contenitore che veniva riempito d’acqua e fatto bollire per circa 5/10 minuti.
Poiché ero spesso vittima di affezioni bronchiali, venivo abitualmente curato con iniezioni di “Creosotina”, particolarmente dolorose quando l’ago veniva usato troppe volte, perdendo per così dire la sua affilatura.
La farmacista era una giovane donna, alta e prosperosa dai lunghissimi capelli biondi che le scendevano fin quasi alla vita. Non ho mai saputo il suo nome. In paese veniva considerata una straniera perché proveniva dal Friùli, forse da Udine o da Gorizia. Le donne, in particolare, la guardavano con ostilità e invidia e quando attraversava la strada, dritta e impettita nel suo camice bianco, chinavano il capo sui loro lavori per evitare di salutarla, mentre gli uomini sogghignavano e si davano di gomito. Normalmente veniva definita la “speziala” e, talvolta, la “tosa striaca” (la ragazza austriaca?).
I giovani bellimbusti del paese oziavano spesso nei pressi della farmacia come tanti galletti, vociando ad alta voce per attirare l’attenzione e talvolta entravano dalla speziala con le motivazioni più sciocche cercando di far colpo.
Per me era un piacere portare in farmacia le ricette del dottor Minicucci. L’ambiente, odoroso di cera e di spezie, mi affascinava. Sugli scaffali più alti grandi vasi di porcellana di vari colori portavano impresse delle scritte in un linguaggio esotico che non riuscivo a comprendere. La farmacista mi accoglieva sempre con gentilezza e con un sorriso. Leggeva la ricetta, prelevava le sostanze necessarie da diversi contenitori, le pesava accuratamente in una piccola bilancia dotata di una serie di minuscoli pesi di ottone, le amalgamava e le triturava in un mortaio e poi le confezionava in diverse bustine monodose.
Col tempo si era creata una sorta di strana muta amicizia tra quel biondo ragazzetto di dieci anni, sfollato dalla città, e quindi a sua volta “straniero” e la “tosa striaca”. Sempre più spesso insieme con il pacchetto contenente i medicinali mi veniva regalato un bastoncino di liquerizia.
Il 1945 si trascinava lento. La grande guerra per noi era finita ma la piccola guerra, quella civile anch’essa fatta di orrori, uccisioni e rappresaglie era iniziata.
Il paese, precedentemente tranquillo, era spesso attraversato da piccole bande di uomini armati dal volto truce e sospettoso, alcuni del paese stesso ed altri arrivati da chi sa dove. Una sera, sul tardi, un gruppetto di giovinastri del paese, ubriachi di vino e inebriati dall’anarchia conseguente alla sparizione di qualsiasi forza dell’ordine, si raggrupparono davanti al cancello del cortile sparando qualche colpo di fucile in aria e cantando a squarciagola, sul motivo di “bandiera rossa”: - Avanti popolo, che siamo in tanti, vogliamo i campi, di Anzoetto Pengo-
Angelo Pengo, il vecchio contadino proprietario della casa in cui eravamo sfollati e della quale occupavamo due stanzette, chiuse le pesanti imposte di legno delle finestre che bloccò con una sbarra di metallo e fece lo stesso con la porta d’ingresso. Poi, con l’anziana moglie, si sedette accanto al grande camino della cucina poggiando sulle ginocchia il fucile da caccia.
I canti e gli schiamazzi durarono a lungo ma poi, a notte fonda, il gruppetto si disperse senza aver fatto alcun tentativo di varcare il cancello.
Durante la notte, io e i miei genitori, che dormivamo al piano di sopra. venimmo destati dal chiarore che penetrava dalle finestre e da alcune grida: Il casolare di fronte al nostro dall’altra parte della strada, quello della famiglia Picciù, era in fiamme e lunghe fila di contadini facevano la spola dal pozzo alla casa tentando di spegnere l’incendio con i secchi pieni d’acqua.
Chi aveva appiccato il fuoco? E perché? Quali strane vendette, quali rancori mai sopiti trovavano ora il loro sfogo? Non l’avremmo saputo mai.
Passarono i giorni, le prime avvisaglie di un estate calda e afosa erano arrivate. Mia madre ebbe un’altra delle numerose dolorose crisi, genericamente denominate “mal di fegato”, che le facevano passare la notte in bianco, tra lamenti e borse d’acqua bollente applicate sul fianco.
Ancora una volta, come sempre, accorse il buon dottor Minicucci con le sue ricette, e ancora una volta venni spedito in farmacia.
Giunto in piazza la trovai stranamente affollata da uomini vocianti e donne sghignazzanti che si davano grandi manate sui fianchi. La farmacia era chiusa. Incuriosito mi intrufolai tra la folla e…vidi.
Nel centro della piazza era stata costruita una rozza piattaforma di legno sopraelevata. Sulla piattaforma era stata posta una sedia e seduta sulla sedia, con le mani legate dietro la schiena, c’era una donna.
Uno stolido giovinastro barbuto, con un sogghigno stampato sul volto, le stava rasando i capelli a zero e per ogni ciocca che cadeva sul tavolaccio dalla folla si alzavano grida di giubilo, insulti e battimani. La donna aveva gli occhi chiusi, il viso pallido e tumefatto, ciondolava lentamente la testa ora a destra ora a sinistra come in preda ad un’immensa sofferenza. Dal collo pendeva un cartello con una scritta che non compresi “collaborazionista”.
Non conoscevo quella donna, il suo capo chino e il volto disfatto e sofferente me lo impedivano, e inoltre non comprendevo perché la stessero sottoponendo a quella tortura.
Eppure, eppure, scorgevo qualcosa di familiare: un’ultima, lunghissima ciocca di capelli biondi, brandita in aria come un trofeo di caccia, mi fulminò di un’improvvisa luce di riconoscimento: era la mia amica, la speziala!
Un dolore acuto mi trafisse il petto mentre lacrime roventi cominciavano a scorrermi sul viso, mi allontanai in fretta dalla folla ma una mano di ferro mi afferrò un braccio. Alzai gli occhi. Un uomo con un gran cappellaccio nero sulla testa ed il solito fazzoletto rosso attorno al collo mi apostrofò con rabbia sputacchiando le parole come proiettili: “ piangi eh. La conosci eh. Sei anche tu un fascista eh. E magari anche tuo padre è un fascista eh?!”
Ma quel ceffo non sapeva una cosa: non ero più il timido, educato ragazzino perbene venuto tre anni prima dalla città. Tre anni di vita nella strada, continuamente aggredito e massacrato da ragazzetti selvaggi e primitivi mi avevano insegnato a combattere, a difendermi ed a massacrare a mia volta con le mani, coi piedi, con i sassi, con le fionde, con i bastoni.
Fissai l’uomo negli occhi e mentre una vampata d’odio e di rabbia mi riscaldava il sangue gli sferrai un tremendo calcio in uno stinco con i miei zoccoli di legno. Mi lasciò immediatamente con un urlo di dolore e si piegò su se stesso. Poi, zoppicando, cercò di inseguirmi. Ma era come una tartaruga che volesse raggiungere una lepre, lo distanziai con estrema facilità e ben presto scomparve dalla mia vista.